La Silicon Valley vuole accumulare soldi finché si può
I CEO del settore tecnologico ipotizzano apertamente che l'AI renderà impossibile arricchirsi in futuro, e si muovono di conseguenza

«L’intelligenza artificiale porterà molto probabilmente alla fine del mondo, ma nel frattempo nasceranno grandi aziende», disse nel 2015 Sam Altman, il capo di OpenAI, in quella che da allora è diventata la frase più citata quando si parla della spregiudicatezza dei nuovi CEO della Silicon Valley e delle possibili conseguenze sociali e politiche dell’intelligenza artificiale (AI).
Da sempre, infatti, il settore è dominato dal timore che un’AI particolarmente potente (quella che viene chiamata anche “AGI”) possa sfuggire al controllo dei suoi creatori, con risultati imprevedibili: è un classico della fantascienza che rappresenta, secondo alcuni, un rischio concreto. Al tempo stesso, questo genere di previsioni apocalittiche si accompagna ad aspettative economiche altissime, spesso fissate dalle aziende stesse, che le usano per legittimare le valutazioni da loro raggiunte in questi anni.
È in questo clima di grandi speranze e timori che molte persone nella Silicon Valley si sono convinte che le AI siano destinate ad automatizzare sempre più professioni, cambiando per sempre il mercato del lavoro e rendendo di fatto impossibile per chiunque guadagnare autonomamente in futuro. Di conseguenza, c’è chi ritiene che questa sia l’ultima vera opportunità di accumulare capitale prima che sia troppo tardi.
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Uno scenario che, per quanto estremo, viene preso sul serio da molti esponenti del settore, secondo i quali le aziende tecnologiche e i loro capi diventeranno «una classe a sé stante dotata di una ricchezza infinita», come ha sintetizzato il Wall Street Journal. «Questa è l’ultima occasione per creare un patrimonio generazionale», ha detto Sheridan Clayborne, un giovane che lavora in una startup di AI, al giornale San Francisco Standard. «Devi fare soldi adesso, prima di diventare parte della sottoclasse permanente».
Anche secondo Elon Musk, capo di Tesla e xAI, la diffusione delle AI causerà disordini e disoccupazione di massa. Tuttavia, a suo avviso, è anche possibile uno scenario migliore, in cui i progressi congiunti in settori come l’AI, le energie rinnovabili e la robotica porteranno a un’era di «abbondanza sostenibile», rendendo beni e servizi praticamente gratuiti nel lungo termine. Si tratterebbe di un’economia «post-scarsità», in cui la ricerca scientifica e la produzione industriale, completamente automatizzate, richiederebbero un impiego di risorse così minimo da rendere i prodotti accessibili a chiunque.
In uno scenario del genere, ritiene Musk, lo stesso concetto di denaro finirebbe per diventare obsoleto: una visione utopistica a cui si arriverebbe però solo dopo un turbolento periodo di transizione. «Se non c’è scarsità di risorse, non è chiaro a cosa serva il denaro», ha detto Musk. Nel frattempo, però, l’obiettivo sembra essere accumulare più capitale possibile, come dimostrato dalle sue stesse pressioni per ottenere da Tesla un pacchetto retributivo da mille miliardi di dollari in azioni.
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Anche secondo il capo di Anthropic, Dario Amodei, una voce relativamente moderata in questo ambito, le AI stravolgeranno l’economia, creando una situazione paradossale, in cui «il cancro è stato curato, l’economia cresce del 10 per cento all’anno, il bilancio è in pareggio – e il 20 per cento delle persone non ha un lavoro». Una posizione simile a quella di Jensen Huang, il capo di Nvidia, secondo cui nel futuro «avremo un’abbondanza di risorse» ma molti beni perderanno di valore, perché «tutto sarà automatizzato».
Per anni gli imprenditori del settore AI hanno tentato di placare le preoccupazioni sui rischi dell’intelligenza artificiale proponendo soluzioni come il reddito universale, una misura che consiste nel dare a tutti i cittadini un sussidio mensile senza nessuna condizione. La loro tesi era che, in caso di disoccupazione di massa causata dalle AI, le persone avrebbero avuto comunque un reddito, sfruttando la ricchezza generata dalle stesse AI.
Anche su questo fronte, però, sono emersi nuovi dubbi. Lo stesso Altman, che per anni è stato sostenitore di questa misura, ha cambiato opinione convincendosi che un simile sistema economico non sarebbe bene accolto e che, più che un reddito, dovrebbe essere studiato un maggiore coinvolgimento delle persone nella spartizione di quello che, secondo lui, sarà il benessere del futuro. «Ero davvero entusiasta del reddito universale», ha detto recentemente, «ma penso che le persone debbano sentire di avere voce in capitolo nel governare il futuro e nel decidere dove vanno le cose».
La diffusa percezione di un’imminente catastrofe non è di per sé una novità per l’industria tecnologica. Da tempo, infatti, numerosi imprenditori del settore hanno investito in grandi proprietà immobiliari protette e isolate, in particolare in Nuova Zelanda, considerata «la meta di fuga per l’élite americana in caso di apocalisse». Alla base di questo interesse c’è il timore che fattori come il cambiamento climatico e l’avanzamento tecnologico senza freni possano causare il collasso della società. In questo scenario, l’accumulo di capitale è visto quindi come uno strumento essenziale per la propria salvezza, garantendo un rifugio in un luogo sicuro.
Tra gli imprenditori tecnologici che hanno investito in proprietà simili c’è anche Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e uno dei primi sostenitori della campagna di Donald Trump, che ha ottenuto la cittadinanza neozelandese. Anche Mark Zuckerberg, capo di Meta, è stato criticato per aver costruito un «bunker per la fine del mondo» nella sua tenuta alle Hawaii.
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Il tema delle AI e del loro impatto sull’economia ha caratterizzato anche il World Economic Forum di Davos di questa settimana, nel corso del quale Jamie Dimon, capo di JP Morgan, la più grande banca statunitense, ha detto che lo sviluppo di queste tecnologie andrebbe rallentato, perché «potrebbero andare troppo veloci per il resto della società» causando «disordini sociali». Tuttavia è poco probabile che l’appello di Dimon venga ascoltato. In questo momento, infatti, in particolare negli Stati Uniti, il paese leader del settore, l’amministrazione Trump ha adottato un approccio molto protettivo e permissivo nei confronti delle aziende che sviluppano AI, tanto da impedire qualsiasi regolamentazione del settore.
Si spiega facilmente anche il motivo per cui sono principalmente i vertici di queste aziende a sbandierare la teoria dell’abbondanza e a esaltare i benefici futuri, per quanto traumatici, dell’AI. Alcuni esperti, infatti, ritengono che le valutazioni raggiunte dalle aziende del settore negli ultimi anni, sommate ai loro ingenti investimenti nei data center, non siano realistiche e sostenibili, e che sia in corso una preoccupante bolla speculativa attorno all’AI. Nonostante il loro tono apocalittico, quindi, le previsioni di Musk e di altri imprenditori del settore sono funzionali a rassicurare il mercato e le persone, garantendo che nonostante tutto queste costose e spaventose tecnologie porteranno a un futuro florido e vantaggioso per tutti.



