• Mondo
  • Giovedì 22 gennaio 2026

Che cosa sono i campi di prigionia dei terroristi dell’ISIS in Siria

Sono quasi trenta, con oltre 45mila detenuti, fra ex combattenti, familiari e bambini: li gestivano le forze curde, ora si temono evasioni

Soldati delle forze democratiche siriane (SDF) all'esterno della prigione di al Sina, nota anche come Panorama, il 16 dicembre 2026 (AP Photo/Baderkhan Ahmad)
Soldati delle forze democratiche siriane (SDF) all'esterno della prigione di al Sina, nota anche come Panorama, il 16 dicembre 2026 (AP Photo/Baderkhan Ahmad)

Quando nel 2019 l’ISIS venne sconfitto nelle aree della Siria che controllava, i combattenti del gruppo e i loro familiari vennero rinchiusi in massa in prigioni e campi di detenzione nel nord-est del paese. Allora i detenuti erano 73mila, oggi in quei centri ce ne sono ancora più di 46mila. Circa 8.500 sono uomini, considerati ex combattenti, ma ci sono anche mogli, parenti e figli: più della metà sono bambini sotto i 12 anni di età.

In questi anni quelle prigioni e quei campi sono stati gestiti dai curdi delle Forze democratiche siriane (SDF), che fino a qualche giorno fa controllavano la regione, il Rojava, in maniera autonoma. Dopo l’accordo di domenica con il nuovo governo siriano del presidente Ahmed al Sharaa, che prevede lo scioglimento delle forze curde e la fine del controllo sulle province di Raqqa e Deir Ezzor, i centri di detenzione dovrebbero passare sotto il controllo dello stato siriano. Ma in questi giorni sono al centro di scontri armati tra le SDF e l’esercito, fughe di prigionieri e accuse reciproche. Decine di prigionieri sono già evasi e la possibilità che molti terroristi dell’ISIS tornino liberi è un problema di sicurezza per l’intera regione.

Nessuno dei detenuti delle prigioni e dei campi ha mai avuto un regolare processo, e quasi nessuno ha avuto contatti con l’esterno da almeno sei anni. La maggior parte è ritenuta pericolosa, compresi molti dei minori e dei ragazzi, cresciuti in un ambiente dominato ancora dalle regole e dalla dottrina dello Stato Islamico: chi ha gestito o frequentato i campi li definisce «radicalizzati».

Un bambino fa il gesto dello sgozzamento verso un fotografo nel campo di al Hol nel 2021 (AP Photo/Baderkhan Ahmad)

Le prigioni in cui i curdi incarcerarono i terroristi che dal 2014 al 2o19 combatterono per lo Stato Islamico sono tutte nel nord-est della Siria: le più grandi e note sono al Shaddadi, al centro di scontri nei giorni scorsi fra forze siriane e curde; al Aqtan, nella provincia di Raqqa, che fu capitale dello Stato Islamico ed era fino a pochi giorni fa la principale città controllata dai curdi; e al Sina, conosciuta anche come Gweiran o Panorama, in cui sono detenuti principalmente combattenti stranieri, i cosiddetti foreign fighters che in quegli anni arrivarono da tutto il mondo per sostenere lo Stato Islamico. Oltre a queste ci sono almeno altre 14 prigioni destinate a detenuti maschi e combattenti, e un’altra decina in cui sono rinchiusi donne e familiari dei membri dell’ISIS.

La gran parte delle famiglie dei combattenti, quindi donne e bambini, è però detenuta in due campi separati, al Hol e al Roj. Ci vivono complessivamente 38mila persone: circa 23mila sono straniere, di cui 15mila irachene, mentre le altre 8mila provengono da 60 paesi diversi, fra cui anche Australia, Cina, Francia, Indonesia, Russia, Regno Unito e Sudafrica. Entrambi i campi sono nella provincia di Hasakah, non lontano dal confine con l’Iraq: nacquero come campi profughi proprio per ospitare iracheni in fuga. Al Hol è il più grande e risale agli anni Novanta, al Roj è più recente: entrambi sono stati circondati da recinzioni con filo spinato e torrette di sorveglianza. Sono isolati e non ci sono alberi: sono campi in terra battuta, freddi d’inverno e molto caldi e polverosi in estate.

Il campo di al Hol, nella provincia di Hasakah, nel maggio del 2024 (AP Photo/Baderkhan Ahmad)

Al loro interno ci sono donne che hanno raggiunto volontariamente i gruppi jihadisti, sposandone membri, e altre che denunciano di essere state rapite con la forza e tenute in stato di semi-prigionia dallo Stato Islamico, ma che comunque sono state rinchiuse nel campo. Fra i bambini alcuni sono nati all’interno del campo, molti hanno passato lì la gran parte della loro vita.

I campi sono divisi anche per livelli di “convinzione ideologica”: le donne più fedeli alla causa dello Stato Islamico restano perlopiù ad al Hol, quelle che hanno rinnegato la causa islamista sono trasferite ad al Roj. Ad al Hol il controllo delle SDF era ridotto al minimo: i prigionieri erano chiusi dentro un’enorme area recintata ma di fatto si autogestivano all’interno. Girano molti coltelli e ci sono frequenti accoltellamenti. I minori sono cresciuti come combattenti, e lo diventano presto, quando sono ancora bambini. I contatti con l’esterno sono garantiti da cellulari attraverso cui i detenuti e le detenute si tengono in contatto con i membri dell’ISIS liberi, organizzando anche evasioni.

Alcuni detenuti della prigione al Sina, anche conosciuta come Gweiran o Panorama (AP Photo/Bernat Armangue)

In generale le condizioni all’interno dei campi e delle prigioni sono pessime: cibo, acqua e medicine sono spesso carenti, malattie, incidenti e violenze sono ricorrenti. Ad al Hol era stato costruito un ambulatorio, ma è stato bruciato poco dopo.

Molte ong hanno denunciato torture nei confronti dei detenuti delle prigioni, che vivono in celle sovraffollate e non hanno alcun contatto con l’esterno. Nel corso degli anni un numero ristretto di giornalisti internazionali ha avuto accesso alle strutture, scoprendo che nelle prigioni c’erano persone che si credevano morte e che i detenuti non sapevano nulla di ciò che avveniva fuori, compreso il ritorno alla presidenza di Donald Trump o la caduta del regime di Bashar al Assad. Gli unici contatti con l’esterno, hanno raccontato le guardie carcerarie, sono saltuarie “visite” di altri miliziani dell’ISIS: arrivano intorno alla prigione e sparano in aria per dare coraggio ai detenuti.

Nel 2022 la prigione di al Sina (o Gweiran) fu oggetto di un grande attacco dell’ISIS per liberare i prigionieri. L’assalto, condotto con autobombe e uomini armati, fu accompagnato da una rivolta interna. Gli scontri durarono una decina di giorni e causarono centinaia di morti (circa 350 fra i miliziani e 150 fra le SDF). Le forze curde ripresero poi il controllo della prigione ed evitarono una fuga di massa, anche se alcune centinaia di detenuti riuscirono a scappare.

La visita di Richard Engel di NBC News a prigioni e campi nel marzo del 2025

Da tempo queste prigioni e questi campi sono al centro di questioni legali internazionali, perché la maggior parte dei paesi di origine degli 8mila detenuti stranieri di fatto rifiuta i rimpatri dei propri cittadini, sia per quel che riguarda gli ex membri dell’ISIS che per le donne e i bambini. La gran parte dei governi non vuole rimpatriare i prigionieri per questioni di sicurezza e per l’impossibilità o la difficoltà di istituire processi legali ad anni di distanza e con prove spesso non utilizzabili in un tribunale. Alcuni dei paesi occidentali hanno revocato la cittadinanza dei detenuti, rendendoli sostanzialmente apolidi.

L’unica eccezione è l’Iraq, che ha assicurato di voler procedere al rimpatrio di tutti i suoi cittadini, anche perché nelle sue carceri c’è un numero elevato (anche se non ci sono stime certe) di siriani incarcerati perché aderenti allo Stato Islamico: ciascuno stato potrebbe quindi scambiarsi i rispettivi prigionieri.

Una vista della prigione al Shaddadi (AP Photo/Ghaith Alsayed)

Negli ultimi giorni oltre 120 prigionieri della prigione di al Shaddadi sono scappati (solo 81 sono stati al momento riarrestati), e le SDF hanno accusato le forze governative di assediare al prigione di al Aqtan, interrompendo anche la rete idrica. Le forze curde sempre martedì hanno annunciato di aver lasciato il campo di al Hol: hanno denunciato «l’indifferenza internazionale» per la causa curda e hanno quindi abbandonato il complesso compito di gestire gli ex terroristi dell’ISIS. Sostengono inoltre che gruppi legati alle forze governative vogliano liberare i prigionieri.

Il governo siriano a sua volta accusa i curdi di aver abbandonato campi e prigioni prima che i suoi soldati potessero assumerne il controllo e favorendo le fughe: sostiene che l’obiettivo dei curdi sia creare instabilità nella regione.

I video con cui le SDF denunciano presunte liberazioni di massa dal campo di al Hol da parte delle forze governative