“Ovvero”, ovvero la parola più difficile da interpretare in una legge
Negli ultimi 30 anni è stata al centro di centinaia di contenziosi ed è stato più volte proposto di abolirla

Nelle leggi, negli appalti o nei contratti è molto frequente trovare una parola che da decenni alimenta ambiguità e discussioni vivaci tra i giuristi: la parola è “ovvero”, che a causa della sua doppia interpretazione continua a essere al centro di ricorsi e contenziosi nei tribunali, soprattutto quelli civili e amministrativi. Nonostante sia stato più volte proposto di abolirla almeno dalle leggi, ovvero continua a fare danni.
Nella lingua italiana questa parola può avere due significati, a seconda del contesto. Il più diffuso è il significato esplicativo, ovvero al posto di cioè e ossia. Il significato prevalente nei testi giuridici invece è disgiuntivo: viene usata con il significato di oppure. Quest’ultimo è il significato più vicino alla forma latina da cui deriva (o disgiuntivo + vero a rafforzarlo). Si può quindi ipotizzare che il significato arcaico, quello più vicino al latino, sia rimasto valido e diffuso più a lungo nei testi scritti, soprattutto quelli giuridici, per la rigidità d’interpretazione di cui sono propri, e che invece il significato concorrente abbia avuto maggiore e più rapida diffusione nel linguaggio parlato e informale.
Di solito il contesto della frase o la conoscenza delle persone a cui è destinato il testo risolvono facilmente l’ambiguità, anzi quasi sempre il significato è talmente chiaro che non si parla nemmeno di ambiguità. Nelle leggi però questa premessa non vale, perché il contesto non è sempre chiaro e soprattutto perché per la maggior parte delle leggi è scritta male, con frasi molto lunghe, rimandi a leggi del passato e un linguaggio contorto.
Parlando è molto raro che si usi la parola ovvero con significato disgiuntivo, e difficilmente ci si può sbagliare. Nei testi giuridici invece è tutto più incerto: ovvero vale quasi sempre come “oppure”, ma a volte anche come “cioè”. Anche l’accademia della Crusca in un articolo del 2004 segnalò il problema: «Non è impensabile che, in certi casi difficili, quest’ambiguità possa anche dar luogo a lunghe cavillazioni giuridiche».
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L’avvocato Giorgio Trono, esperto di legal design (disciplina che ha l’obiettivo di rendere le leggi più accessibili), ha messo in fila alcune di queste lunghe cavillazioni di cui parla l’accademia della Crusca, ovvero centinaia di contenziosi che negli anni hanno impegnato migliaia tra avvocati e giudici. Uno dei più lunghi è piuttosto paradossale perché fu causato da una norma di interpretazione autentica, cioè una norma pensata e approvata apposta per chiarire come applicare una legge controversa.
La legge da spiegare risaliva al 1995 e riguardava l’obbligo di iscrizione alla gestione separata dell’INPS per avere la pensione e l’assicurazione per gli infortuni sul lavoro. Nel 2011 il governo emanò la norma di interpretazione autentica per chiarire chi fosse obbligato a iscriversi: «I soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali, ovvero attività non soggette al versamento contributivo agli enti di cui al comma 11».
Purtroppo il contesto di quella norma non aiutava a chiarire il significato di quell’ovvero, se fosse quindi esplicativo o disgiuntivo. Il risultato è che una norma scritta per fare chiarezza causò ulteriori incertezze.
Negli anni centinaia di professionisti hanno fatto ricorso contro l’INPS in contenziosi che richiamavano l’ambiguità di quell’ovvero, conclusi tra l’altro con sentenze opposte. Giudici diversi hanno sostenuto un significato diverso dell’ovvero. Solo nel 2022, dopo oltre 10 anni di cause nei tribunali, la Corte costituzionale ha finalmente detto l’ultima parola: quell’ovvero era stato usato come un oppure, con un significato disgiuntivo come accade solitamente nei testi giuridici.
Ma ci sono stati anche altri casi. Alla fine degli anni Novanta ci furono ricorsi e discussioni per un altro paio di “ovvero” contenuti nel cosiddetto decreto Ronchi (dal nome del ministro dell’Ambiente Edo Ronchi), approvato nel febbraio del 1997 e che regolava la gestione dei rifiuti.
Uno dei passaggi controversi diceva così: «Il quantitativo di rifiuti pericolosi depositato non deve superare 10 metri cubi, ovvero i rifiuti stessi devono essere asportati con cadenza almeno bimestrale». Nel novembre del 1997 il ministro Ronchi emanò un altro decreto per provare a chiarire il significato degli ovvero, ma senza convincere i giuristi che continuarono a discutere fino al 2000, quando i giudici della Cassazione dissero che il significato era esplicativo, al pari di un cioè.
Un altro disguido noto, anche perché all’epoca raccontato dai giornali, riguardava la proposta di riforma sulla legittima difesa presentata nel 2017 da David Ermini del PD, allora al governo. Nella proposta si leggeva che si considera legittima difesa «la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno». Nel significato più restrittivo, la legittima difesa valeva solo di notte.
Molti giuristi accusarono il governo di aver scritto una norma ambigua ed Ermini fu costretto a chiarire in una sorta di norma di interpretazione autentica via Twitter: «Ovvero è una disgiuntiva per cui o in tempo di notte o (sempre) quando c’è intrusione con violenza su cose o persone o minaccia o inganno». Interpellato dal Corriere della Sera per commentare la scelta di usare ovvero nella proposta di legge, il linguista e presidente onorario dell’accademia della Crusca Francesco Sabatini disse che erano già stati rivolti molti appelli ai giuristi e alle istituzioni per l’utilizzo di una lingua chiara, ma che alla fine «vincono sempre la retorica e l’azzeccagarbuglismo».
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