Giorgia Meloni non aderirà al Consiglio di pace su Gaza
Quello promosso da Trump: inizialmente aveva detto di esserne entusiasta, ma all'ultimo ha cambiato idea per motivi tecnici e politici

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha infine deciso di non aderire al Board of peace, il comitato internazionale promosso dal presidente statunitense Donald Trump che dovrebbe gestire la transizione nella Striscia di Gaza. Per Meloni la scelta non è stata facile ed è arrivata al termine di giorni di grande incertezza, ambiguità e ripensamenti. Ma alla fine hanno prevalso le diffidenze rispetto all’iniziativa: il comitato ha funzionamenti poco chiari, regole d’ingaggio inusuali e prevede il coinvolgimento più o meno diretto di leader mondiali con cui l’Italia ha rapporti tribolati, come il presidente russo Vladimir Putin e quello bielorusso Aleksandr Lukashenko.
Tra lunedì e martedì diversi capi di Stato e di governo europei avevano annunciato o lasciato intendere che non avrebbero partecipato: mercoledì mattina anche Meloni ha rinunciato.
Per settimane in realtà Meloni aveva mostrato grande interesse verso il progetto. Inizialmente l’inclusione del governo italiano era per lei motivo di soddisfazione: dimostrava il coinvolgimento del paese nei piani di Trump, ribadiva l’importanza del ruolo che, anche attraverso il Vaticano, l’Italia ha da decenni nel Medio Oriente, e rendeva evidente la buona considerazione che Trump ha di lei.
L’Italia era infatti, insieme alla Germania, il solo paese dell’Unione Europea di cui, fin dall’inizio, la presenza era stata data per certa, o comunque per molto probabile. La Francia aveva mantenuto fin dall’inizio un atteggiamento più cauto: secondo alcuni per le resistenze del presidente Emmanuel Macron, secondo altri per via della freddezza di Trump nei confronti dello stesso Macron.
Tra fine dicembre e inizio gennaio Meloni ne aveva parlato almeno un paio di volte direttamente con Trump, dando la propria disponibilità. Il 18 gennaio scorso, parlando da Seul, in Corea del Sud, dove era impegnata per una missione, aveva poi ufficializzato la notizia mostrando un certo entusiasmo. «Sì, anche l’Italia è stata invitata a partecipare al Board of peace», aveva detto. Aggiungendo: «penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano nella costruzione del piano di pace e quindi siamo pronti a fare la nostra parte». E ancora: «siamo contenti e faremo del nostro meglio per dare il nostro contributo, che pensiamo possa fare la differenza».
Poi però erano iniziati i dubbi. Dapprima sulla sede della firma dell’accordo. Trump voleva approfittare della sua partecipazione al World Economic Forum di Davos, il più importante incontro annuale del mondo della grande finanza a cui abitualmente intervengono anche i leader politici, per incontrare i capi di Stato e di governo europei e arabi coinvolti nel progetto. Meloni ci teneva a non figurare tra i partecipanti ufficiali del Forum, nonostante avesse ricevuto un invito formale dagli organizzatori per tenere un discorso nella serata di mercoledì 21 gennaio. Per anni infatti aveva aspramente criticato il Forum, descrivendolo come un ritrovo «del gotha globalista», di finanzieri che condizionavano in modo opaco le democrazie, e ora non voleva apparire come incoerente.
L’idea di Meloni, piuttosto bizzarra, era quella di andare a Davos per partecipare alle riunioni convocate da Trump, ma senza accreditarsi formalmente per il Forum.
Tra lunedì e martedì però sono sorti problemi ben più consistenti. Per prima cosa, l’Amministrazione americana ha consegnato ai partner europei i dettagli dell’accordo che disciplinava il Board of peace con ritardo, in modo incompleto, con comunicazioni intermittenti e mantenendo una certa vaghezza su alcuni dettagli piuttosto rilevanti. Anzitutto, sulle regole d’ingaggio: i paesi partecipanti erano chiamati a finanziare direttamente il progetto, pagando una sorta di gettone d’ingresso di un miliardo di euro. Di fronte alle prime rimostranze, diplomatici statunitensi avevano chiarito che questo versamento era facoltativo, ma che comunque ci sarebbe stato bisogno di prevedere un impegno finanziario nel medio periodo.
Inoltre era poco chiaro il rapporto del Board con altre organizzazioni internazionali, prima fra tutte l’ONU. Col passare dei giorni si è capito che Trump voleva tenersi le mani libere rispetto a trattati o convenzioni già esistenti: avrebbe insomma deciso lui, e in modo abbastanza sostanziale, quali decisioni prendere sul piano diplomatico, economico e militare; e poi come attuare le varie fasi del progetto e quale ruolo assegnare ai vari paesi partecipanti, coinvolti nei processi decisionali solo in parte e in modo un po’ confuso.
Meloni è stata poi messa in allarme anche dal progressivo allargamento del comitato a membri problematici, non concordato coi leader europei: c’era la possibilità di ritrovarsi allo stesso tavolo con Putin, di dovergli stringere la mano e farsi una foto con lui, proprio in una fase estremamente delicata dei negoziati sulla guerra in Ucraina.
Martedì mattina Meloni ha convocato a Palazzo Chigi (la sede del governo) una riunione ristretta coi suoi due vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e col ministro della Difesa Guido Crosetto. È stato soprattutto Tajani, ministro degli Esteri, ad avanzare i dubbi maggiori, subito condivisi da Crosetto. Il colloquio non è stato agevole: da un lato c’era la possibilità di perdere un’occasione di mostrarsi protagonisti a livello internazionale e soprattutto di indisporre Trump; dall’altro c’era il rischio di finire col dover condividere le scelte avventate e spregiudicate di Trump, senza avere una gran voce in capitolo.
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Nel frattempo alcuni paesi hanno lasciato intuire la loro intenzione di ritirarsi dal piano: prima la Francia in modo plateale, poi Germania e Regno Unito in modo più discreto. Anche il Vaticano, la cui diplomazia è molto influente sul governo italiano, ha espresso grosse perplessità sull’operato di Trump.
Martedì pomeriggio alcuni dirigenti di Fratelli d’Italia hanno fatto notare anche un altro problema: impegnarsi finanziariamente per un progetto così lontano dagli interessi più immediati dei propri elettori, proprio mentre si adotta una politica di assoluta prudenza economica in nome delle ristrettezze di bilancio, avrebbe potuto produrre contraccolpi nei consensi e offrire alle opposizioni un argomento comodo per incalzare il governo.
Oltre a tutte queste considerazioni, vari esponenti della maggioranza hanno sollevato anche un’ulteriore obiezione. L’articolo 11 della Costituzione stabilisce che l’Italia possa aderire a organizzazioni finalizzate alla pace e alla giustizia internazionale, limitando la propria sovranità, solo a patto che ciò avvenga «in condizioni di parità con gli altri Stati»: questo principio non sarebbe con ogni probabilità rispettato se l’Italia aderisse al Board of peace di Trump, esponendosi al rischio evidente di una subalternità rispetto agli Stati Uniti.
Martedì la presidenza del Consiglio ha fatto sapere informalmente che anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, avrebbe espresso riserve in questo senso. La presidenza della Repubblica non conferma questa versione, che pare più che altro funzionale a fornire un alibi a Meloni per non partecipare all’iniziativa di Trump senza irritarlo in modo plateale, visto che lei pretende di essere una sua interlocutrice privilegiata.
In tutto ciò, lo staff di Meloni s’è rifiutato di dare indicazioni chiare sugli spostamenti della presidente del Consiglio, in modo piuttosto irrituale, e mostrando un certo affanno e un certo imbarazzo nel gestire la faccenda.



