“Don Matteo” non molla
Va in onda dal 2000 e continua a fare ottimi ascolti, anche tra i giovani e anche con Raoul Bova al posto di Terence Hill

Don Matteo va in onda su Rai 1 dal 2000 e nonostante sia un prodotto tipico della “vecchia” televisione e abbia come protagonista un prete, continua a ottenere ottimi ascolti, anche in un sistema in cui la concorrenza delle piattaforme di streaming è sempre più forte.
La quindicesima stagione di Don Matteo è cominciata l’8 gennaio e i primi due episodi hanno registrato una media di circa 4 milioni di spettatori, secondo le stime Auditel. Sono numeri paragonabili a quelli di C’è posta per te, da anni uno dei programmi di maggiore successo della televisione italiana, e a quelli delle stagioni più recenti di L’amica geniale, una serie realizzata con mezzi produttivi ben più consistenti e tratta dalla celebre saga di Elena Ferrante.
La longevità e il successo di Don Matteo sono sorprendenti anche perché negli ultimi 26 anni la serie si è mantenuta molto simile a se stessa, a costo di risultare ripetitiva: ogni episodio inizia con la polizia che indaga su un caso, segue puntualmente una pista sbagliata e arriva infine alla soluzione grazie all’intervento risolutivo del protagonista, un prete dotato di un grande intuito investigativo.
La componente “giallistica” è più che altro un pretesto narrativo per far avanzare le vicende personali dei personaggi e le relazioni che si creano tra loro, come la storia d’amore tra la capitana Anna Olivieri (Maria Chiara Giannetta) e il pubblico ministero Marco Nardi (Maurizio Lastrico). «La linea “romantica” è quella che interessa davvero agli spettatori, e che li invoglia a proseguire con l’episodio successivo», spiega Umberto Gnoli, caposceneggiatore insieme a Mario Ruggeri.
Una cosa che è cambiata è che dal 2022 Raoul Bova è subentrato allo storico protagonista Terence Hill. Anche se la serie ha mantenuto il suo titolo originale, il personaggio di Bova ha un altro nome sacerdotale, Don Massimo, ma ha comunque un legame col nome originario visto che il suo nome da laico è Matteo Mezzanotte.
Ruggeri racconta che sostituire Hill non è stato facile, perché per il pubblico la sua figura coincideva ormai con Don Matteo, e si temeva che l’arrivo di un nuovo attore potesse generare disaffezione negli spettatori.
Ma dopo l’avvicendamento tra Hill e Bova, Don Matteo è riuscito a intercettare un pubblico più giovane rispetto al passato: con la quattordicesima stagione, andata in onda nel 2024, la serie aveva ottenuto ottimi riscontri tra gli spettatori tra i 15 e i 24 anni (27,7 per cento di share) e tra le donne tra i 25 e i 34 anni (28,5 per cento).
Questi risultati sono dovuti anche ad alcuni stratagemmi narrativi che Ruggeri e Gnoli hanno introdotto per allargare il pubblico tradizionale della serie, senza stravolgere troppo gli schemi e i toni tipici di Don Matteo.
Il personaggio di Bova è un po’ diverso dal suo predecessore. Ruggeri e Gnoli lo hanno immaginato come un ex carabiniere che scopre la fede dopo aver causato involontariamente la morte di un bambino. Ha un carattere più ruvido, una diffidenza verso il prossimo più marcata e un approccio meno rassicurante e immediato nei rapporti umani, soprattutto se confrontato con il personaggio di Terence Hill.
Questi tratti sono stati introdotti per dare al protagonista «un tono più contemporaneo e una complessità un po’ più accentuata», nei limiti di quanto sia possibile farlo in una fiction per famiglie che va in onda su Rai 1. A differenza del predecessore, poi, Don Massimo non se ne va in giro in bicicletta, ma in moto, e inizialmente è accolto con una certa diffidenza dai carabinieri con cui collabora.
Inoltre nelle ultime stagioni è stata introdotta una linea narrativa che Ruggeri e Gnoli definiscono “teen”. Ha per protagonisti adolescenti con storie legate al loro modo di vivere e di comunicare, e risponde all’esigenza di rinnovare il racconto e «coinvolgere segmenti di pubblico che in passato avevano un rapporto più distante con Don Matteo». Nella stagione attualmente in corso questa trama è portata avanti dal personaggio di Maria, una sedicenne incinta che ha perso la memoria.
Il cosiddetto sceneggiatore di puntata, cui spetta il compito di delineare il caso che Don Matteo risolverà, prende spesso spunto dalle pagine di cronaca dei quotidiani locali. «È un prete, non può mettersi a investigare su qualsiasi caso: non avrebbe senso realizzare una puntata incentrata sulla caccia a un serial killer», dice Ruggeri. «Funzionano molto di più storie legate a una morte sul lavoro o a un conflitto familiare, situazioni in cui Don Matteo può intervenire non soltanto come investigatore, ma anche come parroco».
Secondo Ruggeri e Gnoli, il principale motivo della longevità di Don Matteo è proprio l’attenzione rivolta a una realtà quotidiana condivisa dalla stragrande maggioranza delle persone, ma poco rappresentata nei prodotti culturali contemporanei: la vita di provincia.
L’Italia, dicono, è composta perlopiù da piccoli centri in cui alcune figure diventano dei punti di riferimento per via del ruolo che ricoprono nella comunità: il maresciallo dei carabinieri, il medico, l’insegnante e per l’appunto il parroco. E le storie di Don Matteo mettono in scena quel tipo di situazioni: «Gli spettatori si ritrovano facilmente nelle dinamiche quotidiane e nei personaggi. Forse è anche per questo che continuiamo a esistere dopo tutti questi anni».
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