Cucchiai riusciti e cucchiai falliti, nei calci di rigore
Breve storia di un colpo che se riesce è spettacolare, sfrontato e spiazzante; e che quando fallisce è un goffo passaggio al portiere

Il calciatore del Marocco Brahim Díaz è stato uno dei migliori giocatori della Coppa d’Africa maschile di calcio ed è stato quello che ha segnato più gol di tutti. Il suo torneo, però, verrà ricordato soprattutto per il rigore sbagliato nella finale persa contro il Senegal. Anzi, per come lo ha sbagliato: a pochi secondi dalla fine dei tempi regolamentari, dopo minuti assai caotici e con la partita ancora sullo 0-0, Díaz ha provato a tirare il rigore facendo un cosiddetto “cucchiaio”. E lo ha sbagliato.
Nel calcio il cucchiaio è una mossa rischiosa che esiste da oltre cinquant’anni. È un pallonetto lento e centrale, un colpo in cui la palla viene colpita con un leggero tocco da sotto che le conferisce una traiettoria arcuata, a palombella. È un tiro strano perché è lento e centrale, due cose che in genere si tendono a evitare, quando si calcia un rigore. Di fatto, funziona solo se il portiere “ci casca” e, prima che il pallone venga toccato, già si butta a destra o a sinistra cercando di prevedere la direzione del tiro.
Quando il cucchiaio riesce, l’effetto è letteralmente spiazzante: perché il portiere si butta per niente, mentre gli sarebbe bastato stare fermo per parare un tiro facilissimo, che potrebbe parare chiunque.
Quando invece fallisce, il cucchiaio diventa un goffo passaggio per il portiere. Chi segna un cucchiaio risulta in genere estroso, elegante e sfrontato. Chi lo sbaglia passa per quello presuntuoso, poco lucido, che voleva fregare ed è rimasto fregato. Come nel caso di Díaz, che nonostante un grande torneo fino a quel momento, dopo la finale è stato fischiato parecchio dai suoi tifosi. Ed è apparso piuttosto scosso dal suo stesso errore.
Dopo un cucchiaio sbagliato la sensazione è spesso che chi ha calciato volesse quasi sbagliare di proposito, perché sembra appunto un favore fatto al portiere. Anche questo è successo nel caso di Díaz, il cui errore ha fatto pensare a qualcuno – senza alcun fondamento – che potesse aver sbagliato di proposito.
Eppure il primo “cucchiaio” della storia – o quantomeno il primo noto e in seguito celebrato come primo – fu calciato in una situazione simile, se non ancora più decisiva. Era il 20 giugno 1976 e a Belgrado, nell’ex Jugoslavia, si giocava la finale degli Europei tra Cecoslovacchia e Germania Ovest. Dopo i tempi supplementari la partita finì due a due e si andò ai tiri di rigore. I primi tre calciatori per squadra segnarono tutti. Poi la Cecoslovacchia fece di nuovo gol, mentre il tedesco Uli Hoeness sbagliò il suo rigore.
Il centrocampista cecoslovacco Antonín Panenka andò quindi a tirare il rigore potenzialmente decisivo. Panenka tirò come nessuno aveva fatto prima, a quei livelli: invece di calciare il pallone con forza e precisione, lo colpì piano nella parte bassa, la più vicina al prato, facendolo entrare in porta dolcemente e sorprendendo il portiere tedesco Sepp Maier.
Panenka tirava i rigori con il “cucchiaio” già da due anni, ma allora praticamente nessuno lo sapeva fuori dalla Cecoslovacchia, perché il suo campionato nazionale era poco seguito. C’è da dire che all’inizio lo stesso Panenka non lo faceva per vincere le partite:
Dopo gli allenamenti al Bohemians Praha [la squadra di club dove giocava, ndr] rimanevo spesso con il nostro portiere a tirare rigori: ci giocavamo una barretta di cioccolato o un bicchiere di birra. Siccome era un portiere molto bravo, la cosa diventava un passatempo costoso. Così, a volte, prima di addormentarmi cercavo di pensare a dei modi per avere la meglio su di lui e recuperare le perdite.
Mi venne un’idea e iniziai a testarla lentamente e ad applicarla in allenamento. Come effetto collaterale iniziai a prendere peso: stavo vincendo le scommesse! Alla fine scelsi quel rigore in finale perché mi resi conto che era il modo più facile e semplice per segnare un gol. È una formula semplice.
In Cecoslovacchia la giocata di Panenka era soprannominata «il colpo scavato di Vršovice», dal quartiere di Praga dove giocavano i Bohemians. Ma dopo quegli Europei al pubblico internazionale quella mossa apparve così audace e unica nel suo genere che – come succede talvolta con certe invenzioni o certi gesti particolarmente personali – prese il nome del suo inventore in quasi tutto il mondo, con pochissime eccezioni.
In Italia e in America del Sud, infatti, si optò per soprannomi più descrittivi. In Brasile il panenka è chiamato soprattutto cavadinha, cioè “scavetto”, in riferimento al modo in cui il piede colpisce la palla per farla alzare in quel modo. E in Italia si parla appunto di cucchiaio, sempre perché il movimento del piede somiglia a quello che si fa con la posata quando si mangia (altri lo chiamano “scavino” o “scavetto”, sempre per via del modo di tirare il rigore). In Argentina, invece, si chiama penal picado, cioè “calcio di rigore pizzicato”: un’espressione che descrive la delicatezza del tiro.
Comunque, da quel 1976 sono stati pochi i calciatori che hanno osato imitare Panenka, perlomeno in situazioni altrettanto importanti. Nonostante le statistiche mostrino che i portieri si tuffano quasi sempre e che spesso conviene calciare al centro della porta, servono comunque coraggio e audacia per tentare un cucchiaio, e per sopportarne gli esiti negativi. Lo ricordava anche Pelé, considerato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi: «Chiunque batta un rigore in quel modo è un genio o un pazzo».
Francesco Totti, autore di uno dei cucchiai più famosi di sempre, che ha contribuito a rendere il concetto di “cucchiaio” ben popolare in tutta Italia, aveva un’idea simile: «Queste cose le fai o perché sei matto, o perché sei bravo. Ed io matto, sinceramente, non lo sono».
BBC ha fatto notare che il cucchiaio funziona soprattutto in momenti di alta tensione, quando i portieri – a loro volta tesi, e magari desiderosi di fare una parata decisiva e spettacolare – si aspettano che il tiro vada in un angolo e quindi tendono a tuffarsi.
Totti, per l’appunto, ne segnò uno nella semifinale degli Europei del 2000 contro l’Olanda, pur avendo di fronte un portiere esperto e alto quasi due metri come Edwin van der Sar. E se in quei momenti il panenka va a segno, per la squadra avversaria (e soprattutto per il portiere) è un brutto colpo. Lo sapeva bene Andrea Pirlo, che agli Europei del 2012 fece il cucchiaio al portiere dell’Inghilterra Joe Hart proprio perché, disse poi, gli sembrava fin troppo «sicuro di sé» e c’era bisogno di «fare qualcosa di speciale per batterlo».
Sembra tuttavia che i cucchiai calcistici – riusciti o sbagliati – rimangano impressi soprattutto per il contesto e l’effetto che producono. L’ultimo esempio celebre in questo senso era stato quello di Karim Benzema nella Champions League del 2021/2022, che concluse una rimonta storica del Real Madrid contro il Manchester City.
Da quel cucchiaio fino a quello di Díaz ce ne sono stati altri, alcuni sbagliati da calciatori ancora fortissimi come Lionel Messi o Sergio Ramos, ma se n’è parlato poco.
Messi ne ha sbagliato uno pochi mesi fa
Per Efan Ekoku, ex giocatore della Nigeria, il cucchiaio sbagliato nella finale di Coppa d’Africa «è un momento che Brahim Díaz non supererà mai». È un commento comprensibile vista l’importanza del rigore (sarebbe stata la prima Coppa d’Africa in cinquant’anni per il Marocco, che giocava in casa) ma forse un po’ esagerato. Dopotutto, altri grandi calciatori – come Andrea Pirlo e Zinédine Zidane – sbagliarono dei cucchiai all’inizio delle loro carriere, finendo poi con il segnarne altri ancora più importanti.



