Donnie Darko stava in un campionato tutto suo

Troppo cupo per essere un teen movie, troppo incoerente per essere fantascienza, 25 anni fa fu prima un fiasco e poi un film di culto

La scena in cui il protagonista è al cinema con la sua compagna di scuola e l’uomo con il costume da coniglio
Una scena del film del 2001 Donnie Darko (Newmarket Releasing/Courtesy Everett Collection)

Al più importante festival di cinema indipendente del mondo, il Sundance, il 19 gennaio 2001 fu proiettato il primo film di un regista esordiente venticinquenne, Richard Kelly, che attirò qualche attenzione ma niente di più. Si intitolava Donnie Darko e aveva una trama abbastanza sconnessa: uno studente di liceo di una periferia americana degli anni Ottanta, intelligente ma non molto integrato, e per di più sonnambulo, è tormentato da allucinazioni inquietanti che gli preannunciano la fine del mondo.

Non era chiaro nemmeno il genere. Aveva alcuni elementi tipici dei teen movie, dalle biciclette al bullismo, ma toni più tristi e cupi, e qualche passaggio quasi da film horror. Trattava temi classici di fantascienza come i tunnel spazio-temporali e gli universi tangenti, ma poco e in modo perlopiù incoerente: non tornava praticamente niente. E c’erano lunghe scene in cui si alternavano parti rallentate e altre in fast forward, che non andavano da nessuna parte e sembravano più che altro videoclip alternativi delle canzoni usate per la colonna sonora, molto curata e apprezzata.

Il film andò ancora peggio al cinema, nove mesi più tardi. Uscì nelle sale americane poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre alle Torri Gemelle, e secondo alcuni critici l’insuccesso fu anche questione di cattivo tempismo. In un momento storico in cui la tv quasi non mostrava altro che aerei che si schiantavano, Donnie Darko mostrava già nel trailer una scena in cui il motore di un aereo precipita e sfonda il tetto della casa del protagonista.

Incassò circa mezzo milione di dollari, e ce n’erano voluti 4,5 milioni per girarlo. Una parte era servita a coinvolgere, tra gli altri, gli unici attori famosi del cast, che avevano ruoli minori: Patrick Swayze, Noah Wyle e Drew Barrymore (che era anche produttrice esecutiva). La parte del protagonista, Donnie, era interpretata da Jake Gyllenhaal, che all’epoca aveva poco più di vent’anni e non era ancora famoso. Non lo sarebbe diventato tanto in fretta se a un certo punto del 2002 Donnie Darko non avesse preso tutta un’altra strada e non fosse diventato, nel giro di un paio d’anni, uno dei più citati film di culto degli anni Duemila.

Anche se non fu l’unico in quel decennio, Donnie Darko è anche uno dei più citati esempi di film salvati dal mercato dei DVD, all’epoca parte fondamentale dell’industria cinematografica. In molti casi, specialmente per alcuni generi come i drammatici, le società di produzione accettavano di fare film che nelle sale non avrebbero generato profitti sufficienti per rientrare nei costi. Ma lo accettavano consapevoli che attraverso la successiva vendita dei DVD avrebbero potuto raddoppiare quei profitti iniziali, come raccontato qualche anno fa anche dall’attore (e produttore) Matt Damon.

Nel caso di Donnie Darko fu fondamentale la fiducia di una piccola società, Newmarket Films, che accettò di distribuirlo in DVD nonostante una certa preoccupazione che non avrebbe funzionato, dati gli incassi miseri al cinema e le recensioni tiepide. Nel 2021 Kelly raccontò a The Ringer che alla proiezione decisiva con i capi di Newmarket c’era anche il regista Christopher Nolan, all’epoca non ancora famoso (Newmarket aveva prodotto il suo secondo film, Memento, del 2000).

Alla fine della proiezione Nolan si rivolse ai capi annuendo, e loro si convinsero ad acquistare il film e distribuirlo. Diede anche un consiglio a Kelly su come mantenere alta l’attenzione del pubblico e rendere il film più facile da seguire: aggiungere tra parentesi sotto il titolo di apertura un conto alla rovescia verso un evento imprecisato.

Il successo del film in DVD fu tale da indurre Newmarket a decidere di distribuirlo una seconda volta anche nelle sale. Per quasi due anni rimase una delle proiezioni notturne fisse del weekend al Pioneer Theater a New York. E le vendite dei DVD andarono molto bene anche in Europa.

Un uomo con il costume da coniglio del film, davanti a un gruppo di persone in fila

Un gruppo di persone in fila fuori dal cinema Vista prima della proiezione di una riedizione cinematografica di Donnie Darko, a Los Angeles, il 30 marzo 2017 (Jerritt Clark/Getty Images)

Tutte le ragioni per cui il film sembrava non avere funzionato all’inizio diventarono un punto di forza: cercare di capire il senso e il genere del film, e di colmare le lacune nella trama, era un esercizio che il pubblico apprezzava, in un periodo in cui il mercato dell’home video premiava peraltro questo tipo di prodotti un po’ cerebrali (Memento, appunto, ma anche altri). Tant’è che una successiva versione estesa del film, che aggiungeva diverse scene e chiariva alcuni passaggi, funzionò molto meno dell’originale.

Un altro aspetto apprezzato del film fu la capacità di alternare registri diversi. Alcune scene da film horror sono seguite da altre di vaga satira politica e di comicità involontaria, come quando Donnie spiega ai suoi amici che la loro fantasia sessuale sui Puffi è illogica, o dice a una sua insegnante fissata con la teoria del miglioramento personale e dell’autoaiuto cosa deve farsene di quella teoria.

Anche tra i suoi cultori, Donnie Darko ha continuato per anni a dividere il pubblico, indeciso se fosse un gran film o soltanto un film con una gran colonna sonora. Anche in questo, e non soltanto per i temi da teen movie, anticipò tendenze poi riprese da successivi prodotti di grande successo sulle piattaforme di streaming. Rese cioè di nuovo popolari diverse canzoni degli anni Ottanta, facendole conoscere a un nuovo pubblico: “The Killing Moon” degli Echo & The Bunnymen, “Head Over Heels” dei Tears for Fears, “Under the Milky Way” dei Church, e soprattutto una cover di Gary Jules di un’altra canzone dei Tears for Fears, “Mad World”, finita poi un po’ dappertutto.

Kelly girò pochi altri film, nessuno dei quali ebbe un successo paragonabile a quello di Donnie Darko. Nel 2017 si parlò di un possibile sequel, ma alla fine non se ne fece niente. Un sequel peraltro c’era già stato, S. Darko, diretto nel 2009 da Chris Fisher, e molto brutto, secondo critica e pubblico. Kelly però non ci aveva avuto niente a che fare, e una volta disse di non averlo mai neppure voluto vedere.