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  • Giovedì 15 gennaio 2026

In Venezuela tutto è come prima, e niente è come prima

È iniziata una fase politica nuova e incerta, ma chi è lì dice che l'economia resta precaria e la repressione è così forte da essere interiorizzata

di Matteo Castellucci

Un uomo è seduto su una scala con un murale con stilizzati gli occhi dell'ex presidente Hugo Chávez, un motivo molto riprodotto dalla propaganda, a Caracas, il 12 gennaio
Un uomo è seduto su una scala con un murale che raffigura gli occhi stilizzati dell'ex presidente Hugo Chávez, un motivo molto riprodotto dalla propaganda, a Caracas, il 12 gennaio (AP Photo/Matias Delacroix)
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In Venezuela la vita quotidiana non è cambiata granché rispetto a prima dell’operazione militare con cui gli Stati Uniti hanno catturato il presidente Nicolás Maduro, a inizio gennaio. L’economia resta disastrata, la repressione non si è mai interrotta e ha assunto forme più subdole. Le scarcerazioni dei prigionieri politici vanno a rilento e anche al governo ci sono le stesse persone.

Semplificando si potrebbe dire che tutto è come prima – o gli somiglia molto – tranne che non c’è più Maduro, che è sotto processo a New York. Eppure la rimozione di Maduro ha aperto una nuova fase, a cui la popolazione assiste con enorme incertezza e un grande senso di attesa.

A Caracas la situazione è rimasta relativamente tranquilla. Le code ai supermercati e ai distributori di benzina, descritte dai media internazionali, sono state soprattutto nei primi giorni. Ana Rodríguez Brazón, corrispondente del quotidiano colombiano El Tiempo, spiega che erano dovute più alla preoccupazione degli abitanti che alla penuria di beni essenziali. Il governo ha sostenuto di avere scorte alimentari per 111 giorni.

Le uniche manifestazioni possibili sono quelle orchestrate dal regime: come questa, in sostegno di Maduro, a Caracas il 13 gennaio

Le uniche manifestazioni possibili sono quelle orchestrate dal regime: come questa in sostegno di Maduro, a Caracas, il 13 gennaio (EPA/MIGUEL GUTIERREZ)

Non significa che non persista una grave crisi umanitaria.

Martha Tineo, coordinatrice dell’associazione per i diritti umani Justicia, Encuentro y Perdón, parla di «un’asfissia del potere d’acquisto»: il problema non è la disponibilità di cibo, ma il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione non può permetterselo. Verso la fine del 2025 l’inflazione altissima ha affossato il salario minimo, che vale l’equivalente di mezzo dollaro al mese, e ha portato il tasso di povertà all’80 per cento. Da mercoledì varie zone del paese sono senza elettricità, a intermittenza.

In tutto ciò l’apparato di sicurezza del regime è intatto e funzionante. Non ci sono state manifestazioni perché sono vietate. Molte persone hanno paura e temono le ritorsioni di sempre: questo spiega perché le testimonianze raccolte dai media internazionali di persone che si trovano in Venezuela sono in molti casi anonime o con i nomi cambiati, in modo da proteggere l’incolumità degli intervistati.

Agenti di polizia vicino al cacerce El Helicoide, a Caracas, Venezuela, il 10 gennaio

Agenti di polizia vicino al carcere El Helicoide, a Caracas, il 10 gennaio (AP Photo/Matias Delacroix)

La repressione si è evoluta. Ha una forma esteriore e una, per così dire, interna, che è la più efficace.

La prima è quella delle ronde in motocicletta delle bande di paramilitari, i colectivos, che rispondono direttamente al potente ministro dell’Interno Diosdado Cabello. Si sono viste soprattutto poco dopo la cattura di Maduro e nel giorno dell’insediamento della presidente ad interim Delcy Rodríguez, il 5 gennaio: Caracas è stata militarizzata, sono stati arrestati e poi rilasciati 14 giornalisti (in carcere ce ne sono comunque una ventina).

Da lì in poi la situazione è stata calma, ma di una calma obbligata. «Magari all’estero immaginano i carri armati nelle strade o un dispiegamento di polizia straordinario, ma non ci sono più posti di blocco di quanti non ce ne fossero già: viviamo in un paese dove c’è un’elevata sorveglianza», dice José Gregorio Yépez, direttore del giornale online venezuelano Contrapunto.

Una veduta di Caracas, in una foto dell'11 gennaio

Una veduta di Caracas, in una foto dell’11 gennaio (AP Photo/Matias Delacroix)

In questi giorni il regime non ha avuto bisogno di esercitare la violenza, perché finora gli è sufficiente minacciarla, preventivamente. È questa la seconda forma della repressione: quella interna o, meglio, interiorizzata. Tineo dice che è «più selettiva ma ugualmente inibitoria». Si fonda sulla retorica punitiva mantenuta dal regime, sulla minaccia di nuovi arresti arbitrari e sull’opacità vista anche nelle recenti scarcerazioni.

Tineo dice, correttamente, scarcerazioni. Parlare di liberazioni, come fa il regime, è fuorviante. Con l’eccezione dei prigionieri stranieri (come l’italiano Alberto Trentini), il regime ha eseguito scarcerazioni che in realtà sono quasi sempre misure cautelari. Significa che può continuare a perseguitare gli oppositori anche fuori dal carcere: sono sottoposti a libertà vigilata, devono presentarsi regolarmente in tribunale, non possono riprendere a fare attività politica né parlare dei loro casi con i media.

Parenti dei prigionieri politici accampati fuori dalla prigione del Rodeo I, a Zamora, il 14 gennaio

Parenti dei prigionieri politici accampati fuori dalla prigione El Rodeo I, a Zamora, il 14 gennaio (EPA/Boris Vergara)

Le scarcerazioni, comunque, sono state parziali. Il governo non ha chiarito le loro tempistiche e sostiene siano state centinaia, ma alle associazioni per i diritti umani ne risultano solo 72 su oltre 800 prigionieri politici. Tra loro c’è una quarantina di italo-venezuelani: uno dei casi più noti è quello dell’imprenditore Daniel Echenagucia, originario di Avellino e arrestato nell’agosto del 2024. È detenuto a El Rodeo I, lo stesso carcere dov’era imprigionato Trentini.

La penuria di informazioni è parte del processo: per esempio, giornalisti e influencer hanno sostenuto che alcuni prigionieri potrebbero essere morti o in condizioni di salute complicate. «C’è ansia per la lentezza delle scarcerazioni, sfiducia generalizzata e nervosismo», dice il vignettista Fernando Pinilla, che lavora per i giornali Diario Las Américas ed El Nacional.

Infine, c’è la situazione politica estremamente incerta e precaria. Il giornalista ed ex deputato Vladimir Villegas parla di una transizione interna al chavismo (il sistema di potere e movimento politico populista che prende il nome dall’ex presidente socialista Hugo Chávez) delicata da gestire: la presidente deve mantenere un rapporto con gli Stati Uniti «senza abbassare la testa, mostrando di difendere la sovranità nazionale, e al tempo stesso non inimicarseli».

La presidente ad interim, Delcy Rodríguez, insieme al presidente del parlamento, suo fratello Jorge Rodríguez, e al ministro dell'Interno, Diosdado Cabello, il 14 gennaio

La presidente ad interim, Delcy Rodríguez, insieme a suo fratello Jorge Rodríguez, presidente del parlamento (sinistra), e al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, il 14 gennaio (Jesus Vargas/Getty Images)

Il nuovo governo sta faticando. «Nonostante politiche in piena sincronia con gli Stati Uniti, la narrazione è vendere queste azioni dettate da Washington come atti di sovranità nazionale», dice Sergio Ángel Baquero, professore universitario e direttore dell’associazione per la difesa dei diritti umani 4Métrica. Baquero ritiene esempi di questa «dissonanza cognitiva» le concessioni sul petrolio pretese da Donald Trump e la riapertura dell’ambasciata statunitense a Caracas.

Anche la valutazione dell’intervento statunitense è ambivalente. Il giornalista Yépez dice che, nonostante il rammarico per la «violazione della sovranità e il fatto di sentirsi vulnerabili», molte persone hanno visto nella deposizione di Maduro «un atto di giustizia: hanno esultato, con un sentimento di rivalsa, che alla fine qualcuno l’abbia fermato». Lo hanno fatto in privato perché farlo in pubblico, così come festeggiare le scarcerazioni, è vietato dalle leggi speciali introdotte dopo l’attacco di due settimane fa.

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