In Cina l’overturismo è in costume
«Una volta travestiti, si va in giro in gruppo a fotografarsi a vicenda oppure si ingaggia un’intera squadra di addetti alle luci, fotografia, trucco, costume, e si gira per la città fermandosi negli angoli più fotogenici. Ma è fondamentale attenersi alle indicazioni del social network “Xiaohongshu”, il “Piccolo libretto rosso”»

Bund è un termine anglo-indiano di era coloniale che significa «molo di una riva fangosa», ma qui di fangoso non c’è più niente. Non importa che sia giorno o sera, il Bund sul lungofiume di Shanghai è il punto dove andare a mettersi in posa per farsi una foto avendo sullo sfondo l’Oriental Pearl Tower con le sue sfere avvolte da una larga striscia in vetro rosa scuro (un’attrazione turistica di grado AAAAA, il massimo secondo la catalogazione cinese), la Jin Mao Tower e lo Shanghai World Financial Centre, i grattacieli che negli ultimi trent’anni hanno trasformato questa fangosa riva agricola nel quartiere della finanza e delle fiere.
Poiché la ragione principale dell’essere qui non è tanto passeggiare o guardare i grattacieli o le navi che solcano il fiume, ma l’essere fotografati, e poiché siamo in Cina, in poco tempo si è venuto a creare un nuovo lavoro di quelli che, appunto, la Cina inventa con una rapidità straordinaria. Decine di uomini – non ho mai visto nessuna donna farlo – con una macchina digitale in mano e un iPad a tracolla, suggeriscono ai turisti le pose più alla moda – mostrando altre foto scattate ad altri turisti – e scattano foto, che verranno poi mandate via cellulare ai nuovi turisti per 30 yuan, circa 3,60 euro.

Persone al Bund di Shanghai, Cina, 2 novembre 2023 (GettyImages)
Le pose più alla moda non sono molto creative: la gioia a braccia spalancate, qualche V in segno di eterna vittoria e foto di profilo, con la gamba più vicina al fotografo e il piede alzato all’indietro, un sorriso di tre quarti con la testa reclinata all’indietro e un dito appoggiato sul mento a indicare la bocca. L’ultima posa, mi ha detto uno dei fotografi, è “alla shanghaiese” e io l’ho immaginata come un modo di apparire un po’ anni Venti del Novecento, dato che questo quartiere per molti rappresenta proprio quell’epoca: nell’architettura e anche nel ricordo delle storie di quella Shanghai un po’ losca ed elettrica del periodo tra le due guerre mondiali che hanno avuto come sfondo queste strade.
È il momento storico che ha costruito il mito di Shanghai come città di raffinatezza, eleganza, cosmopolitismo e illecito – fra donne bellissime approdate da tutto il mondo, contrabbando e gangster che convivevano con i rivoluzionari del Partito comunista cinese appena fondato, finanza internazionale e concessioni estere (dopo i Trattati ineguali imposti alla Cina, il paese era stato costretto a cedere il controllo di interi quartieri di diverse città a potenze straniere tra cui Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna).
Dal Bund, infatti, camminando per neanche dieci minuti tra edifici storici protetti, si arriva al quartiere restaurato dall’architetto britannico David Chipperfield, dove si trova anche il museo Rockbund, uno dei più interessanti in Cina sull’arte contemporanea, e dove le signore si appoggiano alle pareti in pose un po’ decadenti e sorridono alla telecamera del telefonino, con le loro gonne attillate lunghe fino a metà polpaccio, i baschi sulle ventitré e i tacchetti da Belle époque. In più, per ribadire l’atmosfera anni Venti, tutto il personale addetto alla pulizia, alla sorveglianza e all’accoglienza deve indossare un cappello Fedora grigio, che ricorderebbe per l’appunto quelli da gangster della Shanghai del tempo.
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L’atmosfera, il travestimento, la finzione oggi sono elementi fondamentali del modo di viaggiare dei turisti cinesi. In Cina, infatti, molti negozi affittano costumi di ogni tipo, in particolare quelli chiamati hanfu, ovvero “vestiti degli han”, cioè di quello che sarebbe il gruppo etnico maggioritario. Il termine han non andrebbe usato senza problematizzarlo, dato che definire il 91 per cento della popolazione cinese come se fosse tutto uguale, “uni-culturale”, è ovviamente insensato. È difficile immaginare che 1,2 miliardi di persone che abitano un territorio vasto quanto la Cina si rifacciano tutte alle stesse tradizioni. Basterebbe guardare alle differenze che ci sono fra Pechino e Canton nelle abitudini alimentari, nei riti religiosi, matrimoniali o funebri, per non parlare della diversità linguistica. E che dire dello shanghainese, ancora più diverso dal mandarino, a livello sia grammaticale che sintattico?
La decisione di mettere tutti in un solo gruppo culturale è ovviamente politica. Ma ancora più problematico e arbitrario del termine han è il termine fu, che significa “abito”. La parola hanfu, infatti, definisce “i vestiti degli han” di qualunque dinastia, incluse quelle di “invasione” (come gli Yuan, al potere dal 1271 al 1368 e che erano mongoli, o i Qing, che erano mancesi e governarono la Cina dal 1636 al 1912), quelle multietniche (come i Tang, regnanti dal 618 al 907, che parlavano sogdiano a corte) o quelle vecchie di un paio di millenni.
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Per i negozi che affittano questi costumi fa lo stesso, le loro tuniche vaporose e i vestiti da fatina con le maniche larghe e lunghi strascichi, e una profusione di colori pastello, vanno forte ugualmente. La moda degli hanfu va avanti da anni e non dà segno di aver stancato, anzi, questi vestiti continuano a essere indossati con un certo orgoglio e un certo senso di rivalsa degli han (per quanto il termine sia problematico, non significa che non sia accettato) nei confronti dei gruppi etnicamente minoritari che hanno altri vestiti tradizionali, come i tibetani, i mongoli, gli yao o gli uiguri. Il turismo in Cina ha dato vita a un cosplay identitario confuso ma molto sentito, che abbraccia anche vestiti di personaggi mitologici o della letteratura, resi contemporanei dai manga o dai videogame, ma considerati hanfu anche quelli.
Una volta travestiti, si va in giro in gruppo a fotografarsi a vicenda oppure si ingaggia un’intera squadra di addetti alle luci, fotografia, trucco, costume, e si gira per la città fermandosi negli angoli più fotogenici. Travestirsi è dunque fondamentale sia per viaggiare che per esistere sui social attenendosi alle indicazioni del social network e piattaforma di e-commerce Xiaohongshu, il “Piccolo libretto rosso” che con quello di Mao degli anni Sessanta ha in comune solo la funzione di indicare ciò che si deve fare e quali sono i luoghi in cui è necessario provare di essere stati.
Considerando che nel 2024 il turismo interno cinese ha contato 5,6 miliardi di viaggi, la tirannia di Xiaohongshu non è sottovalutabile. Shanghai, tutto sommato, al turismo è abituata e ha dimensioni tali da assorbirne l’impatto, almeno in parte, ma le indicazioni di Xiaohongshu possono cambiare radicalmente la vita delle piccole città e, ancor più, dei luoghi rurali, anche perché costringe a postare foto per dimostrare di essere stati davvero nei posti indicati.
Abbiamo tutti visto le immagini della Grande Muraglia strapiena di persone che, malgrado la calca, riescono comunque a farsi dei selfie. Ma anche Hangzhou, una città celebrata nella poesia classica per la tranquilla bellezza del suo lago Xihu, dove gli artisti del tempo andato osservavano il riflesso della luna piena componendo poesie e dipingendo sulla carta di riso mentre ascoltavano la musica suonata dalle cortigiane sui lenti battelli, è diventata così piena di turisti da non essere più associabile all’arte delle dinastie trascorse.
Famoso per il pregiato tè longjing proveniente da un villaggio poco lontano, Xihu è diventato un unico vociante punto vendita di “longjing autentico” (improbabile, date le quantità messe in vendita) che viene fatto seccare su grandi wok installati per strada e mescolato con grandi spatole da venditori, agghindati in generici costumi han. Per avere il longjing “vero” bisogna ormai fare come con “l’olio buono”: conoscere qualcuno di fiducia che lo compra direttamente dai contadini. Anche “i favolosi giardini di Suzhou” sono per lo più diventati una favola, invasi come sono da folle di fatine in vestiti fluttuanti che hanno soffocato praticamente tutte le piante. Su alcune tappe della Via della Seta lo spettacolo è ancora più curioso: qui, gli hotspot fotografici sono soprattutto all’ingresso delle dune del deserto del Gobi e quindi bisogna camminare nella sabbia per ore per trovare una duna priva di fotografi o persone travestite da apsara, le ninfe celesti nel buddhismo e nell’induismo.
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Nel villaggio di Chikan, parte della città di Kaiping, non lontano da Hong Kong, più di 4mila residenti sono stati spostati dalle autorità per fare posto ai turisti, dopo che gli edifici chiamati diaolou sono stati inseriti nella lista del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. I diaolou sono edifici surreali, dall’architettura unica, un misto fra Ottocento europeo e architettura cinese classica, che furono costruiti con i soldi degli emigrati cinesi andati a lavorare all’estero e desiderosi di dimostrare la loro ricchezza alle famiglie rimaste in Cina dandogli edifici di mattoni capaci di far fronte alle piogge monsoniche.
Molti altri villaggi antichi si sono aggiunti alla lista delle “città fantasma” (disabitate) perché sono diventate solo fondali per selfie in costumi hanfu. Quindi, le autorità hanno deciso di costruire altri 2.800 villaggi finto-antichi per attirare i turisti, che però per lo più non ci sono andati. In Yunnan, una delle province più scenografiche della Cina, le città turistiche di ieri – come Lijiang – sono talmente snaturate dal turismo che chi vuole visitare qualcosa di bello si spinge un po’ oltre, in un villaggio un po’ più piccolo… snaturandolo a sua volta. A Hong Kong gli spostamenti dei pendolari sono stati intralciati per mesi dalla moda turistica di fotografarsi vicino ai nomi delle stazioni della metropolitana, per provare di essere dove si diceva di essere e non in uno studio fotografico che riproduce vedute caratteristiche.
Si potrebbe andare avanti a lungo parlando di come queste ondate di persone desiderose di cibi tipici, fondali esotici e vestiti fantasiosi hanno commercializzato villaggi, quartieri e città intere. Ma è un fenomeno mondiale, e chi non ha Xiaohongshu ha Instagram, il risultato è lo stesso. La mia città, Bologna, da tempo ha sacrificato il cuore del suo centro storico, detto “il Quadrilatero”, a una serie infinita di finti punti di ristoro tradizionali, il cui unico scopo è quello di rimpinzare di mortadella e altri tipi di carne di maiale ogni turista che passi.
Si è trattato di una decisione della giunta comunale che ha totalmente snaturato una città un tempo anche studentesca e culturale, e oggi vittima di decisioni politiche che sembrano pensare che i redditi dati da affitti brevi e paninerie, suddivisi con così scarsa eguaglianza, siano una panacea economica. Quando ne ho scritto sul New York Times nell’agosto del 2024, sono stata pubblicamente attaccata dal sindaco, assalita dai troll pro-mortadella, ma per fortuna sostenuta da molti concittadini: come se avessi parlato di qualcosa che non è sotto gli occhi di tutti.
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Bologna ovviamente non è un caso isolato: i luoghi italiani corrosi da un turismo invadente, estrattivo, implasticante, avvilente e che stravolge tutto quello che tocca sono troppi per provare a elencarli. In tutto il mondo, le amministrazioni hanno deciso che tanta gente che spende tanti soldi per comprare tanti gadget di plastica, magari vestita con tanti abiti sintetici che fanno finta di evocare dinastie ed epoche andate, e che dorme in tante stanze che prima ospitavano abitanti, mangiando tanti piatti tipici per lo più inventati sia la soluzione economica perfetta. Pazienza per il pianeta, pazienza per i cittadini e pazienza per le città.
Nel frattempo si creano universi immaginari, dove i bolognesi mangiano mortadella tre volte al giorno, per essere molto tipici. Dove a Shanghai si rimane bloccati negli anni Venti del secolo scorso, fra moda e malavita. Dove nel deserto del Gobi si cavalcano cammelli soggiogati, vestiti da apsara. Realtà immaginarie nelle quali proviamo a indossare personalità diverse, ma alla fine tutte uguali, per la gioia di postarle sui nostri social. Dobbiamo proprio viaggiare così, come se il mondo fosse il nostro parco giochi, in un perenne carnevale che rischia di travolgere il posto in cui viviamo?
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