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  • Giovedì 15 gennaio 2026

I promotori del “No” al referendum hanno raggiunto un risultato non scontato

Cioè le 500mila firme necessarie a indire lo stesso referendum sulla riforma della giustizia: sembra un controsenso ma non lo è

(ANSA/LUCA ZENNARO)
(ANSA/LUCA ZENNARO)
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Anche se il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia è già stato indetto su iniziativa della maggioranza di governo, era stata organizzata una raccolta di firme online per chiedere la stessa cosa, cioè appunto l’indizione del referendum: giovedì ha raggiunto il suo obiettivo, 500mila firme necessarie per chiedere il riconoscimento ufficiale della richiesta alla Corte di Cassazione. È un controsenso solo apparentemente: la raccolta firme è stata infatti organizzata da un gruppo di promotori del “No”, quindi contrari alla riforma della giustizia voluta dal governo, e il senso di chiedere separatamente l’indizione del referendum è un tentativo di posticiparne la data. Il governo ha già fissato il voto per il 22 e 23 marzo.

Il risultato delle 500mila firme è sorprendente per diverse ragioni: sia perché questo comitato di promotori del “No” era nato dal basso, e ha raccolto un sostegno politico rilevante nel corso del tempo; sia perché ci è riuscito in poco più di tre settimane (c’era tempo fino al 30 gennaio). Per capire meglio come si è arrivati a questo punto però bisogna spiegare il contesto dall’inizio.

Il 30 ottobre scorso il parlamento ha approvato definitivamente la riforma costituzionale della giustizia: è quella che prevede soprattutto la separazione delle carriere per i magistrati inquirenti (ovvero i pubblici ministeri che conducono le indagini), e quelli giudicanti (ovvero i giudici che emettono le sentenze). Per poter essere subito approvata definitivamente, però, una riforma costituzionale dev’essere votata almeno da due terzi dei deputati e senatori, e in questo caso non è successo.

Entro tre mesi dall’approvazione, quindi, si poteva chiedere l’indizione di un referendum per confermare o per bocciare la riforma. Per legge ci sono tre modi per farlo: può chiederlo un quinto dei membri di ciascuna camera (come ha fatto la maggioranza di governo); possono farlo cinque consigli regionali; o ancora si può chiedere il referendum raccogliendo le firme di 500mila persone aventi diritto al voto.

In parlamento la maggioranza di destra si è attivata subito per raccogliere le firme di deputati e senatori necessarie alla richiesta di referendum (la destra ha ben più di un quinto dei membri del parlamento, e quindi è stato piuttosto facile). Il 18 novembre, come previsto dalla legge, la Cassazione ha certificato come valida quella raccolta delle firme e ha indicato quale sarebbe stato il quesito su cui gli elettori avrebbero dovuto esprimersi con un “Sì” o con un “No”.

Fin qui è stato tutto abbastanza lineare. Poi però è inziata una diatriba sull’interpretazione della legge che disciplina i referendum, che è del 1970. Il governo ha seguìto un’interpretazione molto puntuale (e legittima) di quella norma, che all’articolo 15 dice che il referendum deve essere indetto «entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che lo abbia ammesso» (che è appunto del 18 novembre): così il 12 gennaio scorso, dunque cinque giorni prima di quella scadenza, il Consiglio dei ministri ha deliberato la convocazione del referendum. Sempre attenendosi alla legge del 1970, ha poi fissato la data «in una domenica compresa tra il 50° ed il 70° giorno successivo»: dunque domenica 22 marzo, a cui poi è stato aggiunto anche lunedì 23.

Tra quanti sono contrari alla riforma, però, molti hanno denunciato che questa interpretazione così rigorosa della legge tradirebbe in realtà la volontà del governo di accelerare i tempi: in questo modo si eviterebbe una possibile rimonta del fronte del “No”, che è indietro secondo un po’ tutti i sondaggi. A sostegno di questa tesi veniva osservato che nel recente passato si è sempre seguita una procedura un po’ diversa. Si è sempre atteso che scadessero i tre mesi previsti per la richiesta del referendum, dando a tutti la possibilità di raccogliere le firme e presentare un proprio quesito. Secondo questa prassi, dunque, prima di procedere il governo avrebbe dovuto attendere fino al 30 gennaio (quel giorno scadranno i tre mesi di tempo, calcolati a partire dal 30 ottobre scorso).

Per corroborare questa tesi, il 22 dicembre scorso un anonimo gruppo di attivisti ha avviato una petizione online per raccogliere 500mila firme: più tardi è stato denominato “Comitato dei 15 cittadini”, e nel corso delle settimane il portavoce è diventato un avvocato specializzato in diritto del lavoro vicino al sindacato di sinistra radicale USB, Carlo Guglielmi. Il senso era appunto segnalare che a loro giudizio la procedura seguita dal governo è stata impropria: cioè aver indetto il referendum mentre qualcuno stava ancora lavorando per chiederlo nei termini previsti dalla Costituzione.

– Leggi anche: La separazione delle carriere dei magistrati separa anche a destra e a sinistra

L’iniziativa è stata subito promossa con grande clamore dal Fatto Quotidiano, giornale particolarmente esposto a favore del “No”, e dal Movimento 5 Stelle. Poi si sono uniti anche il Partito Democratico e altri movimenti e associazioni di centrosinistra. Il 15 gennaio, con due settimane di anticipo rispetto alla scadenza, e nonostante le feste natalizie, il comitato ha raggiunto il suo scopo: un risultato non scontato.

Nel frattempo, però, il governo aveva appunto deliberato l’indizione del referendum, avanzando la sua proposta al presidente della Repubblica che, come prescrive la legge, ha poi emanato un proprio decreto per confermare il tutto. Contro questa decisione del governo, il “Comitato dei 15” ha presentato un ricorso al Tar del Lazio, che si riunirà il 27 gennaio per prendere una decisione.

Al di là di come andrà la vicenda sul piano giuridico, e al netto del cervellotico dibattito intorno alla corretta applicazione delle leggi, partiti e associazioni che sostengono il “No” rivendicano il raggiungimento delle 500mila firme come un successo politico: in questo modo hanno almeno dimostrato che c’è una certa mobilitazione contro la riforma costituzionale.

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