L’agente dell’ICE che ha sparato a una donna a Minneapolis sarà processato?
L'omicidio di Renee Nicole Good ha riaperto la discussione sull'uso della violenza da parte delle forze dell'ordine statunitensi

Dopo l’omicidio di Renee Nicole Good a Minneapolis da parte di un’agente dell’ICE, l’agenzia federale anti-immigrazione, negli Stati Uniti si sta riparlando dell’uso della forza da parte degli agenti: quando sono autorizzati a sparare? Jonathan Ross, l’agente che ha ucciso Good, può essere processato? Ed eventualmente da chi?
La risposta è complicata e considera questioni sia giuridiche sia politiche. La prima è quella dell’immunità. Il vicepresidente J.D. Vance ha detto che Ross godrebbe di «un’immunità assoluta perché stava facendo il suo lavoro». Non è del tutto vero.
Se è vero che gli agenti in servizio godono di una certa immunità, questa non è assoluta. Come stabilito da alcune sentenze passate, per evitare conseguenze legali per gli atti commessi in servizio gli agenti devono riuscire a dimostrare che il loro uso della forza sia stato «appropriato e necessario», ossia commisurato alla minaccia. Nel caso di Ross, i suoi avvocati dovrebbero riuscire a convincere i giudici che l’auto di Good stesse per investire l’agente e che lui abbia sparato per legittima difesa.
Questa versione al momento sembra piuttosto debole. Diversi video girati da varie angolazioni mostrano che quando ha sparato Ross era a sinistra dell’auto di Good, ma la ruota del SUV della donna stava già puntando verso destra, quindi in direzione opposta, indicando che si stava allontanando. Inoltre Ross ha estratto la pistola qualche attimo prima che Good accelerasse.

Alcuni residenti di Minneapolis visitano un memoriale improvvisato realizzato in onore di Renee Nicole Good, 13 gennaio (AP Photo/John Locher)
C’è poi un’altra questione, e cioè che Ross ha sparato tre colpi contro Good. Secondo una prima interpretazione legale, se Good dovesse essere stata uccisa dal secondo o dal terzo colpo, Ross non godrebbe dell’immunità a prescindere dalla ragione che l’ha spinto a sparare la prima volta, e potrebbe quindi essere processato per omicidio. Ci sono precedenti che lo stabiliscono.
C’è però un’altra lettura, basata su un precedente del 2014. In quel caso un agente di polizia sparò 12 colpi contro un uomo alla guida di un’auto che si era rifiutato di fermarsi a un posto di blocco (anche Good si è rifiutata di scendere dall’auto). In quel caso la Corte Suprema stabilì che l’agente era coperto dall’immunità di servizio per tutti i colpi sparati, perché «quando l’uso della forza è giustificato, gli agenti sono addestrati a sparare fin quando la minaccia non è stata neutralizzata».
Ma a differenza di Good, che è stata uccisa prima di allontanarsi dagli agenti, quell’uomo era scappato in auto a oltre 200 chilometri orari e aveva continuato ad accelerare anche quando il suo paraurti si era scontrato con l’auto della polizia in un parcheggio. È un precedente a favore di Ross, ma i giudici dovrebbero accettare che Good rappresentasse effettivamente un potenziale pericolo per lui o per gli altri, o quantomeno che Ross ne fosse convinto.
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Un’altra grossa questione riguarda le competenze, cioè chi si dovrebbe occupare delle indagini: se l’FBI, cioè gli agenti federali, o la polizia del Minnesota. Non è una questione di poco conto, perché gli agenti federali dipendono dal dipartimento della Giustizia, e cioè dall’amministrazione Trump, che fin dall’inizio ha preso le difese di Ross. «Sono agenti federali che compiono un’operazione federale» ha detto il vicepresidente Vance parlando dell’ICE, «quindi è una questione federale».
Subito dopo l’omicidio, la polizia del Minnesota ha detto di essere stata estromessa e ostacolata nelle indagini dagli agenti federali che, stando alla procuratrice del Minnesota Mary Moriarty, si sono rifiutati di condividere delle prove con gli agenti statali. Possono farlo, ma non possono impedire allo stato di condurre delle indagini parallele (anche se queste potrebbero essere rese più complicate dall’ostruzionismo federale).
Ne è seguito anche uno scontro politico, esacerbato anche dal fatto che Minneapolis e il Minnesota sono guidati dai Democratici, mentre il governo nazionale è Repubblicano. Il governatore del Minnesota Tim Walz (Democratico) ha detto di non fidarsi degli agenti federali e ha sostenuto che abbiano contribuito a diffondere informazioni false (si riferisce alla versione secondo cui Ross avrebbe agito per legittima difesa).
Negli ultimi giorni sei procuratori federali del Minnesota si sono dimessi, in disaccordo su come il dipartimento di Giustizia stava gestendo le indagini. Dicono che i dipartimenti competenti sono riluttanti a indagare su Ross, e di aver subìto pressioni per aprire un’indagine sulla moglie di Good, che è un’attivista ed era presente nel momento dell’omicidio.
Data la posizione dell’amministrazione Trump, è piuttosto improbabile che la procura federale presenti delle accuse nei confronti di Ross. Tutto sta quindi ai procuratori statali del Minnesota.
Secondo il New York Times, anche se il Minnesota dovesse riuscire a portare Ross a processo ottenere una condanna sarebbe difficile. Ci sono alcuni precedenti in casi molto noti: nel 2021 Derek Chauvin, l’agente che l’anno prima aveva ucciso George Floyd proprio a Minneapolis, è stato condannato a più di 22 anni di carcere per l’omicidio, anche se quello era stato un caso eccezionale da molti punti di vista; a luglio l’ex poliziotto che uccise Breonna Taylor nel 2020 è stato condannato a 33 mesi di carcere. Di esempi ce ne sono, ma non è per niente scontato.
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