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  • Giovedì 15 gennaio 2026

Le minacce di Trump all’Iran per ora rimangono minacce

Con un discorso fumoso, il presidente statunitense ha preso tempo sostenendo di avere saputo che la repressione del regime sarebbe finita

(AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
(AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
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Mercoledì sera il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato della situazione in Iran, dove da giorni sono in corso grandi proteste antigovernative che il regime sta reprimendo in maniera violentissima, uccidendo e arrestando migliaia di persone. Trump ha detto di aver saputo da «fonti molto importanti» in Iran (non ha specificato quali) che il regime iraniano avrebbe deciso di interrompere la repressione: «Ci è stato detto che le uccisioni in Iran si stanno fermando […] e non c’è un piano per le esecuzioni» delle persone arrestate per aver protestato.

Da giorni Trump dice di essere pronto ad attaccare militarmente l’Iran per difendere i manifestanti e ancora martedì scriveva sul suo social Truth: «Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE E PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI! […] L’AIUTO È IN ARRIVO». Ora invece il fatto che abbia parlato della fine delle uccisioni fa pensare che abbia frenato i piani di intervento militare, anche se non l’ha del tutto escluso.

Le sue dichiarazioni sono state rilevanti anche perché mercoledì sera l’ipotesi di un intervento militare in Iran sembrava più concreta. Tra le altre cose Trump aveva ordinato l’evacuazione di parte del personale statunitense impiegato alla base militare di al Udeid, in Qatar, in via precauzionale, nel caso di un attacco dell’Iran in risposta a quello americano. Diversi paesi avevano chiesto ai propri cittadini in Iran di andare via: tra questi Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Giappone, Spagna e Stati Uniti appunto.

Inoltre l’Iran aveva chiuso il suo spazio aereo, impedendo ai voli civili di sorvolare il paese: è un’altra misura che aveva fatto pensare che un attacco fosse plausibile. Poche ore dopo, invece, lo spazio aereo è stato riaperto, segno probabilmente che anche le autorità iraniane ritengono che l’intervento militare americano sia quanto meno posticipato.

Questo non significa che un attacco del genere sia eslcuso. È possibile, per esempio, che Trump abbia deciso di aspettare per accumulare più forze aeree e navali nella regione, molte delle quali erano state spostate negli scorsi mesi al largo del Venezuela.

In generale, poi, non bisogna mai fidarsi completamente delle parole di Trump. A giugno, quando gli Stati Uniti stavano valutando un attacco contro i siti nucleari iraniani, Trump disse che avrebbe preso una decisione nel giro di «due settimane», lasciando intendere che ci sarebbe stato un certo margine di tempo. In realtà la decisione era già stata presa, e gli Stati Uniti attaccarono 30 ore dopo.

Non è nemmeno del tutto chiaro, peraltro, se davvero la repressione violenta delle proteste in Iran si sia fermata come dice Trump: nel paese internet è ancora bloccato, e le notizie che riescono ad arrivare sono scarse e molto frammentarie.

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