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  • Mercoledì 14 gennaio 2026

Il regime iraniano ha ucciso migliaia di persone nella repressione delle proteste

Alcune stime parlano di oltre 2mila, ma le informazioni sono molto parziali a causa del blocco di internet

Proteste a Teheran, il 9 gennaio
Proteste a Teheran, il 9 gennaio (UGC via AP)
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Stanno circolando diverse stime che parlano di migliaia di persone uccise nella feroce repressione delle proteste in Iran attuata dalle forze di polizia, sicurezza e intelligence del regime. È però impossibile verificarle, a causa del protratto blocco di internet che viene imposto da giorni nel paese: la reale portata di quello che sta succedendo non è chiara, ed è molto probabile che le uccisioni siano più di quelle che conosciamo oggi.

Alcune stime sono state fornite in forma anonima da funzionari iraniani, che con tutta probabilità hanno interesse a sminuire la dimensione reale del massacro. Un funzionario rimasto anonimo ha detto a Reuters che sono state uccise circa 2mila persone in due settimane, e un funzionario del ministero della Sanità iraniano ha parlato al New York Times di 3mila persone uccise.

L’agenzia di stampa iraniana Human Rights Activists News Agency (HRANA), che lavora fuori dall’Iran ma conferma i suoi dati con testimonianze sul posto, ha accertato almeno 2.403 uccisioni e oltre 18mila arresti. Due fonti anonime hanno detto a CBS che i morti sarebbero almeno 12mila: un numero enorme che è stato ripreso da molti media anche italiani, ma per ora non confermato.

Questi numeri sono quattro volte quelli delle proteste del 2022, causate dalla morte in carcere di Mahsa Jina Amini, la giovane arrestata dalla polizia religiosa perché non indossava il velo nel modo considerato appropriato. Come detto, per confermarli bisognerà con ogni probabilità attendere la fine del blocco di internet, che viene aggirato con difficoltà: serve al regime per impedire ai manifestanti di coordinarsi, e per poter reprimere con la violenza le proteste in relativa impunità.

– Leggi anche: Come funziona la repressione in Iran

Le poche informazioni che riescono a superare il blocco danno l’idea di uccisioni di massa. Negli ultimi giorni sono circolati parecchio dei filmati dall’obitorio di Kahrizak, a sud della capitale Teheran, dove le autorità hanno radunato centinaia di cadaveri di persone uccise durante le manifestazioni, chiedendo alle famiglie di andare a identificarli e recuperarli. I video mostrano decine di sacchi neri per cadaveri, ammassate in stanze o lasciate per terra nel cortile della struttura.

Una foto ottenuta da Associated Press mostra gas lacrimogeno usato durante le proteste a Teheran, l’8 gennaio 2026 (UGC via AP)

Alcuni operatori sanitari rimasti anonimi hanno detto al New York Times che inizialmente curavano persone con ferite causate da cartucce a pallini, le stesse usate per la caccia agli uccelli e che sono in dotazione alle forze di sicurezza schierate nelle piazze dal regime, mentre adesso ricoverano persone con ferite di proiettili e fratture. È il segno di una repressione sempre più violenta. Un dottore l’ha definita «una strage».

In alcuni casi i manifestanti sono stati arrestati direttamente negli ospedali dove erano andati a curarsi, e dove le forze di sicurezza hanno fatto irruzione più volte. Le poche testimonianze che arrivano da Teheran parlano di una città militarizzata, con un massiccio dispiegamento di polizia, ma confermano anche i danni agli edifici governativi che si erano visti nei video diffusi sui social in questi giorni.

C’è incertezza su cosa succederà nel futuro immediato, col protrarsi della repressione e con le minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Martedì Trump ha invitato i manifestanti a proseguire, scrivendo sul suo social che «l’aiuto è in arrivo». Non ha chiarito cosa intendesse, ma è noto che la sua amministrazione sta valutando varie opzioni, inclusa quella di un intervento militare in Iran. In una successiva intervista a CBS, Trump ha promesso un’«azione molto dura» contro il regime, parlando di misure militari ma anche citando i bombardamenti statunitensi della scorsa estate contro i siti del programma nucleare iraniano.

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