È morta l’ex ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli

Prima di entrare in politica e diventare senatrice era stata a lungo un'importante sindacalista: aveva 76 anni

Valeria Fedeli durante un convegno a Montecitorio, a Roma, il 1° febbraio 2024 (ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)
Valeria Fedeli durante un convegno a Montecitorio, a Roma, il 1° febbraio 2024 (ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)
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È morta a 76 anni l’ex ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. Era da tempo gravemente malata. Fedeli fu per gran parte della sua vita un’importante dirigente della CGIL, uno dei principali sindacati italiani e il principale di sinistra, ma divenne poi nota soprattutto per l’attività politica nel Partito Democratico iniziata nel decennio scorso. La camera ardente sarà allestita giovedì alla Sala della Promoteca, in Campidoglio a Roma: l’apertura al pubblico sarà dalle 10 alle 18.

Fedeli nacque nel 1949 a Treviglio, comune bergamasco famoso tra le altre cose per essere stato il luogo dove Ermanno Olmi realizzò il suo celebre film L’albero degli zoccoli, che Fedeli amava molto. Iniziò a lavorare per la CGIL milanese poco più che ventenne, per poi trasferirsi a Roma, dove assunse incarichi sempre più prestigiosi nella direzione nazionale del sindacato fino a diventare presidente della più importante associazione sindacale europea del settore tessile.

Nel 2013 Pier Luigi Bersani, allora segretario del PD, la candidò in parlamento. Due anni prima Fedeli era stata una delle cinquanta promotrici del comitato “Se non ora quando”, un’associazione femminista nata principalmente per contestare gli atteggiamenti del governo di Silvio Berlusconi rispetto al “caso Ruby”. Questo, insieme al suo impegno contro la svendita di importanti marchi italiani e le conseguenti crisi occupazionali, le aveva dato una certa visibilità.

La candidatura fu però contestata. Fedeli, lombarda di origine e residente a Roma, venne indicata capolista al Senato in Toscana: un seggio sicuro, ma in una regione a lei estranea. Ci furono polemiche dentro e fuori dal PD, e Fedeli dovette anche difendersi dall’accusa di essere stata privilegiata per essere la moglie di Achille Passoni, già senatore del PD, con cui Fedeli viveva da quasi trent’anni, quando si conobbero nella segreteria della CGIL.

Dopo essere eletta senatrice divenne poi vicepresidente del Senato, e così si trovò a guidare insieme a Laura Boldrini la seduta decisiva che portò all’elezione di Sergio Mattarella presidente della Repubblica, nel 2015. Il suo impegno da senatrice rimase sostanzialmente duplice: per le questioni sindacali, specie nella scuola, e per le battaglie femministe. Pur restando riconoscente a Bersani per averla scelta, Fedeli sostenne con convinzione crescente l’ascesa di Matteo Renzi, anche in virtù della sua consolidata amicizia con Paolo Gentiloni, che nel governo di Renzi fu ministro degli Esteri.

Fu proprio Gentiloni, quando divenne presidente del Consiglio nel dicembre del 2016, a sceglierla come ministra dell’Istruzione. «Me lo disse a telefono, mentre ero sul divano, come se mi stesse proponendo di andarci a prendere un caffè: mancò poco che svenni», raccontò poi. Di nuovo ci furono accuse nei suoi confronti, legate soprattutto ai suoi titoli di studio: non era laureata, anche se lei sosteneva che uno dei suoi due diplomi fosse equiparabile a una laurea, ma che non aveva mai chiesto il riconoscimento. «Mi accusano di non essere laureata, ma in realtà ce l’hanno col mio essere femminista e laica», disse. In effetti molte delle critiche sulla sua formazione provenivano da mondi cattolici oscurantisti, che contestualmente la accusavano di voler introdurre la cosiddetta “teoria del gender” a scuola. Di solito Fedeli rideva di queste accuse, più amara che indignata.

Nella legislatura seguente fu rieletta al Senato. Da europeista convinta, visse sempre con un certo malessere l’alleanza del PD col Movimento 5 Stelle, specie per quel che riguardava la politica estera e la giustizia, criticando per questo talvolta la leadership di Nicola Zingaretti. Mantenne il suo impegno per le cause femministe, ma contestò molto la tattica con cui il segretario Enrico Letta cercò di ottenere l’approvazione del ddl Zan contro l’omotransfobia, che in effetti si rivelò fallimentare. Quando lo riteneva necessario, Fedeli contestava anche duramente la linea del partito, e forse anche per questo non venne ricandidata nel 2022.