Il deputato del PD Alessandro Zan. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Il Senato ha accantonato il ddl Zan

Ha approvato una proposta di Lega e Fratelli d'Italia che era stata definita “tagliola” dal PD, e che potrebbe aver affossato la legge

Il deputato del PD Alessandro Zan. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Discutendo il disegno di legge Zan contro l’omotransfobia, il Senato ha votato a favore di una richiesta presentata da Lega e Fratelli d’Italia che attraverso un procedimento parlamentare noto come “non passaggio all’esame degli articoli” ha accantonato il voto sulla legge, il cui iter è stato bloccato. Secondo il Partito Democratico e gli altri promotori della legge, questo passaggio ha compromesso di fatto l’approvazione della legge, affossandola definitivamente.

Con 154 favorevoli, 131 contrari e 2 astenuti, è passata quella che in questi giorni era stata definita “tagliola” sui giornali. Il centrodestra ha votato in maniera compatta, accusando il PD di aver fatto saltare le trattative per modificare gli articoli più controversi del ddl Zan, e sostenendo però di voler riprendere i negoziati per raggiungere un compromesso e approvarlo con una maggioranza più ampia, ridiscutendo il testo in commissione. Non è chiaro però quanto sia concreta questa possibilità, dopo il duro scontro di oggi e i ripetuti fallimenti di mettersi d’accordo tra PD, Italia Viva e centrodestra.

Quello di oggi è stato un tentativo di ostruzionismo dei partiti di centrodestra nei confronti del testo attuale della legge, l’ultimo di una lunga serie, ed è riuscito grazie ai voti di diversi senatori che non fanno parte del centrodestra, tra il gruppo misto e i cosiddetti “franchi tiratori”, cioè senatori delle forze che in teoria sostengono la legge che hanno votato contro le indicazioni di partito, approfittando del voto segreto.

Il PD accusa in particolare i senatori di Italia Viva di aver votato con il centrodestra: Alessandro Zan, il primo firmatario della legge, ha parlato di “tradimento”, così come altri compagni di partito. Italia Viva e Forza Italia, invece, accusano il PD di essersi impuntato su un testo della legge che aveva già dimostrato di non avere i voti in Senato – a luglio, con voto palese, aveva ottenuto una maggioranza di un solo voto –, rifiutando i compromessi e scegliendo di andare incontro a un voto, quello di oggi, il cui esito era di fatto scontato. Il deputato di Italia Viva Ivan Scalfarotto ha parlato di «raro esempio di insipienza e dilettantismo».

Il PD sembrava consapevole che il ddl Zan non aveva abbastanza voti per passare, e negli ultimi giorni aveva provato a verificare quali parti potessero essere cambiate, dopo aver sostenuto per mesi che il testo doveva rimanere così com’era. Non c’erano però apparentemente stati progressi, e prima del voto Zan si era detto fiducioso che alla fine la “tagliola” sarebbe stata bocciata.

Attorno all’ordine del giorno di mercoledì al Senato si era concentrato un acceso dibattito negli ultimi giorni, in particolare riguardo alla richiesta – presentata sempre da Lega e Fratelli d’Italia – di votare la proposta di “non passaggio all’esame degli articoli” a scrutinio segreto, accettata dalla presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati sulla base dei precedenti. I sostenitori della legge temevano che con il voto segreto alcuni senatori del PD, del Movimento 5 Stelle o di Italia Viva – tutte forze che sostengono la legge – potessero votare a favore della proposta della cosiddetta “tagliola”.

Quello del “non passaggio all’esame degli articoli” è un istituto piuttosto complicato e un po’ oscuro, previsto dall’articolo 96 del regolamento del Senato, e in sostanza si tratta una forma di ostruzionismo. Con un voto, su proposta di un senatore, l’aula può decidere di non esaminare gli articoli di un disegno di legge.

La discussione sul ddl Zan, che interviene contro le discriminazioni e le violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo (cioè quelle verso le persone con disabilità) estendendo la legge Mancino, era ripresa questa settimana dopo una lunga pausa durata mesi. Era stata approvata alla Camera un anno fa, ma si era arenata al Senato per via di varie efficaci operazioni di ostruzionismo di Lega e Fratelli d’Italia, contrari alla legge per vari motivi. Per settimane, quest’estate, il dibattito era stato furibondo e il PD aveva sostenuto con fermezza la necessità di mantenere il testo originale della legge, mentre Italia Viva – il partito di Matteo Renzi – aveva proposto di modificarne gli articoli più controversi per trovare un compromesso con la destra e approvare la legge.

Ma non si era arrivati al voto al Senato, che era stato rinviato con l’arrivo della campagna elettorale per le elezioni amministrative. Negli ultimi giorni, con la nuova calendarizzazione della discussione al Senato, il PD aveva cambiato idea accettando la possibilità di modificare il ddl Zan per trovare un compromesso. Le trattative però non sono davvero cominciate, anche perché il tempo sarebbe stato poco. Le energie della maggioranza infatti da qui alla fine dell’anno saranno assorbite soprattutto dalla legge di bilancio. Da gennaio invece si inizierà a parlare esplicitamente dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, fissata a febbraio. Il margine per trovare un accordo sul ddl Zan, quindi, era piuttosto stretto, senza dimenticare che qualunque modifica al Senato richiederebbe un nuovo passaggio alla Camera.

I punti critici del ddl Zan sono gli stessi da mesi, secondo i suoi critici, e riguardano gli articoli 1, 4 e 7 del testo. L’articolo 1 presenta una serie di definizioni, fra cui quella sull’identità di genere, di gran lunga la più discussa in quanto descritta come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione».

È una definizione condivisa dagli esperti del settore, pensata per includere tutte le persone transgender tra quelle tutelate dalla legge, ma è considerata troppo ampia e ambigua da ambienti più conservatori e prudenti, fra cui anche la Chiesa Cattolica. Lo HuffPost scrive per esempio che Forza Italia vorrebbe cancellare l’intero articolo 1 per potere approvare il testo. L’articolo 4 interviene invece sui confini fra libertà di espressione e le discriminazioni sanzionate dal ddl, a parere dei critici con modalità che possono limitarla invece di tutelarla, mentre il 7 istituisce una “Giornata nazionale contro l’omotransfobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” da celebrare anche nelle scuole, con una formulazione che lascia autonomia agli istituti ma che non convince comunque i partiti del centrodestra.

– Leggi anche: Cosa c’è e cosa non c’è nel ddl Zan

In un’intervista pubblicata martedì su Repubblica, Zan aveva lasciato intuire che un eventuale compromesso sarebbe potuto partire proprio dall’articolo 7. «Vedremo e capiremo quali possono essere i punti di confronto», aveva risposto Zan a una domanda sull’educazione contro l’omofobia nelle scuole. Zan era invece sembrato molto più rigido sulla possibilità di modificare o cancellare l’articolo 1. Parlando con Repubblica aveva spiegato di ritenere che l’identità di genere sia presentata con «una definizione giuridica usata anche in altre leggi dello Stato, e che non vada toccata».

Qualche mese fa Italia Viva aveva proposto di cancellare gli articoli 1 e 4 e modificare l’articolo 7 per ribadire l’importanza dell’autonomia scolastica. Per essere certi della sua approvazione in Senato, il ddl Zan avrebbe dovuto guadagnare l’appoggio sia di Italia Viva sia dei pezzi più moderati di Forza Italia. La Lega e Fratelli d’Italia avevano avanzato solo proposte che avrebbero modificato la legge in un modo considerato troppo radicale e inaccettabile dai suoi promotori.