Alcuni studi sulle microplastiche forse hanno esagerato

Negli ultimi tempi diversi gruppi di ricerca hanno sollevato dubbi sull'affidabilità delle misurazioni delle minuscole particelle di plastica che finiscono nel nostro organismo

(Peter Dazeley/Getty Images)
(Peter Dazeley/Getty Images)

Da più di vent’anni numerosi gruppi di ricerca studiano le microplastiche (le minuscole particelle dovute in gran parte al degradarsi della plastica nell’ambiente) per capire se abbiano effetti sulla nostra salute, ma secondo una quantità crescente di scienziati gli studi condotti finora sono poco affidabili e contengono spesso evidenti errori di misurazione. In alcune ricerche la quantità di microplastiche segnalata nei tessuti umani sarebbe stata sovrastimata a causa di contaminazioni dei campioni, errori di analisi e la mancanza di sistemi standard e condivisi per svolgere i test.

I crescenti scetticismi sono stati di recente raccolti sul Guardian da Damian Carrington, un giornalista che si occupa di ambiente e che segue da tempo le questioni intorno alle microplastiche. Tra i tanti esempi, viene segnalato uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature nel febbraio del 2025 nel quale si segnalava un aumento delle microplastiche nel cervello umano, sulla base di campioni raccolti tra il 1997 e il 2024. Lo studio era stato molto ripreso dai giornali, ma alla fine dello scorso anno un gruppo indipendente di ricerca aveva inviato una lettera a Nature, dicendo che quello studio aveva diversi problemi sia per controlli insufficienti sulle eventuali contaminazioni durante le misurazioni, sia per la scarsa attenzione ai processi di verifica dei risultati.

Il cervello umano è composto per circa il 60 per cento da grassi, che con alcune tecniche di analisi producono segnali che possono essere confusi con quelli del polietilene, una delle plastiche più comuni e diffuse al mondo. Il sospetto è che quello studio abbia quindi confuso del grasso cerebrale per microplastiche, falsando l’analisi e i risultati. Problemi analoghi avrebbero interessato altre ricerche, che avevano analizzato vari tessuti del corpo, sempre segnalando la presenza di alti livelli di microplastiche dalla tiroide ai testicoli passando per altri organi del corpo umano.

Il Guardian ha identificato sette studi criticati sulla stesse riviste scientifiche da altri gruppi di ricerca, ma ci sono altre analisi che hanno identificato una ventina di studi che potrebbero avere marcati errori di misurazione (la questione è ancora dibattuta in un acceso confronto tra gruppi di ricerca). Il principale difetto sarebbe legato spesso al fatto che i segnali chimici di alcuni dei tessuti del nostro organismo possono essere confusi con quelli di diverse plastiche. Oltre a questi falsi positivi sono emersi problemi dovuti a sospette contaminazioni in laboratorio durante le analisi: uno studio è stato per esempio criticato per non aver analizzato campioni dall’ambiente in cui erano effettuati i prelievi, per misurare una potenziale contaminazione ambientale che si sarebbe potuta riflettere nelle misurazioni.

Il problema di fondo secondo i gruppi di ricerca più critici è che mancano standard condivisi nello studio delle microplastiche nell’organismo umano, di conseguenza non è possibile avere misurazioni facilmente comparabili. Senza protocolli condivisi è difficile avere dati affidabili e soprattutto costruire un consenso scientifico intorno a una questione molto importante, su cui negli anni sono state investite ingenti risorse economiche per svolgere i test e capire se ci siano implicazioni per la nostra salute.

Residui e frammenti di materiale plastico trovati su una spiaggia vicino a Livorno nel 2023 (Laura Lezza/Getty Images)

Il fatto che non esista nemmeno una definizione univoca delle microplastiche mostra quanto sia ancora difficile la condivisione dei risultati e la loro interpretazione. In linea di massima sono considerate microplastiche le particelle di dimensioni sotto ai 5 millimetri. Non sono mai stati definiti limiti inferiori, anche se talvolta quando diventano molto piccole – meno di un millesimo di millimetro – si parla di nanoparticelle. Identificare queste ultime è però molto difficile, sia a causa dei falsi positivi sia dei margini di errore nelle misurazioni.

– Ascolta anche: Le microplastiche e la nostra salute, 20 anni dopo

Si stima che ogni anno finiscano nell’ambiente fino a 40 milioni di tonnellate di microplastiche, ma le stime variano molto ed è difficile quantificare il problema. La loro presenza è stata segnalata in circa 1.300 specie, tra terrestri e acquatiche, con l’osservazione di danni chimici e fisici come il blocco dell’assorbimento del cibo. Gli studi sugli esseri umani sono ancora difficili e non c’è una risposta chiara alla domanda se facciano male o meno, a seconda delle dimensioni, delle quantità, delle vie di assorbimento e di molte altre variabili.

“Plastica” è un termine ombrello che usiamo per indicare materiali molto diversi tra loro, che possono generare più o meno microplastiche man mano che si degradano. Le plastiche sono tra i materiali più diffusi prodotti dall’umanità, quasi tutte nell’ultimo secolo, e si stima che la produzione sia aumentata di circa 200 volte dagli anni Cinquanta a oggi. Il contatto frequente con oggetti in plastica ha portato a chiedersi se possa avere effetti sulla nostra salute, oltre che sull’ambiente, con migliaia di studi che si sono occupati del problema.

Considerata la pervasività della plastica nella nostra esistenza, è ragionevole presumere che le microplastiche siano presenti in una certa misura nel corpo umano, ma quantificare questa presenza non è semplice e per questo viene da tempo segnalata la necessità di maggiore collaborazione e comunicazione tra i gruppi di ricerca. L’eventuale presenza di microplastiche nel nostro organismo non implica necessariamente che queste causino danni, ma per capirlo sono necessari ulteriori studi su larga scala.