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  • Martedì 13 gennaio 2026

Come funziona la repressione in Iran

Polizia e miliziani uccidono, feriscono e spaventano i manifestanti usando anche fucili a pallini e pistole da paintball

Manifestanti in strada a Teheran l'8 gennaio 2026 (Anonymous/Getty Images)
Manifestanti in strada a Teheran l'8 gennaio 2026 (Anonymous/Getty Images)
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La campagna di repressione ordinata dal regime contro le proteste in Iran cambia a seconda delle città e delle giornate. Questa è una ricostruzione fatta con le informazioni che filtrano attraverso il blocco di internet e con quello che sappiamo delle manifestazioni popolari aggredite negli anni precedenti.

A volte gli uomini del regime sparano contro i manifestanti disarmati ed è la scelta più violenta possibile per disperdere i cortei di protesta. Questo spiega i video con decine di cadaveri e perché il numero di persone uccise, confermato da testimoni sul posto all’agenzia di stampa iraniana Human Rights Activists News Agency (HRANA), che lavora fuori dall’Iran, è arrivato a oltre 500 in 16 giorni di manifestazioni.

Il numero reale delle persone uccise potrebbe essere più alto. L’agenzia scrive di avere più di 500 notizie di altre uccisioni ancora da verificare. Nelle immagini del 9 gennaio che arrivano da un solo obitorio a sud di Teheran ci sono 180 cadaveri.

A volte ci sono scontri a fuoco tra gli agenti delle forze di sicurezza e uomini armati che partecipano alle proteste. Secondo media vicini ai Guardiani della rivoluzione, il corpo militare che in Iran è più potente dell’esercito, 114 tra poliziotti e militari sono stati uccisi finora in questi scontri in tutto l’Iran. L’agenzia HRANA scrive che sono 133.

In altre occasioni, gli uomini del regime iraniano usano tattiche di repressione meno letali che sono già state sperimentate durante le proteste scoppiate negli anni precedenti. Lo scopo di queste tattiche è scoraggiare e spaventare le persone scese a manifestare nelle strade e costringerle a desistere. Si tratta lo stesso di azioni brutali, che però non puntano necessariamente a uccidere le persone. È probabile che il grosso dell’azione di repressione in queste settimane sia stato fatto con queste tattiche.

Nelle immagini che arrivano dalle piazze iraniane si vedono uomini in divisa che sparano con fucili a pompa verso i manifestanti. I fucili sono caricati con cartucce a pallini, le stesse usate per la caccia agli uccelli. Dalla canna del fucile non esce un singolo proiettile, ma un nugolo di piccoli pallini di piombo che più si allontana e più si allarga. La cartuccia non è letale, a meno che lo sparo non avvenga a distanza ravvicinata, ma i pallini sono dolorosi e richiedono parecchio lavoro per essere estratti dai medici. Nel tweet qui sotto un’immagine presa durante le proteste nel 2022.

Spesso gli uomini della sicurezza puntano all’altezza dei volti, per colpire gli occhi e accecare in modo permanente. Sempre durante le proteste del 2022, ci furono almeno 580 casi documentati di persone ferite in modo grave agli occhi, ma il numero è probabilmente molto più alto.

Lo scopo è spaventare i manifestanti, ferirli in modo grave e permanente e contenere il conteggio finale delle uccisioni. Un’ipotetica notizia dall’Iran che dicesse «due morti e 98 feriti durante le proteste» suonerebbe meno allarmante di «100 morti durante le proteste».

Gli agenti non mirano soltanto agli occhi. Un caso simbolo è quello di Sima Moradbeigi, un’iraniana ferita durante le proteste che nell’ottobre 2022 seguirono alla morte in cella di Mahsa Jina Amini, la giovane donna arrestata dalla polizia religiosa perché non indossava il velo nel modo considerato appropriato. Durante le proteste Sima rimase bloccata dalla folla contro il cancello di un ospedale. Un uomo delle forze di sicurezza fece passare la canna del fucile fra le sbarre del cancello e le sparò a un braccio. I medici riuscirono a evitare che morisse dissanguata e a estrarre 80 pallini, ma nel braccio ce ne sono ancora 150, visibili nelle radiografie.

I fucili a pompa sono importati per la maggior parte dalla Turchia. Le cartucce da caccia in dotazione alle forze iraniane sono cinesi ma almeno fino al 2022 erano anche di un’azienda italo-francese, la Cheddite, che secondo France 24 ha due stabilimenti di produzione, uno in Francia e uno a Livorno. Durante le proteste del 2022 la rete tv francese, che fece un’inchiesta su questo argomento, chiese agli iraniani di raccogliere le cartucce che trovavano dopo le proteste e di fotografarle. Raccolse le foto di 13 cartucce con il logo Cheddite in otto città dell’Iran.

Manifestanti in strada a Teheran, il 9 gennaio 2026 (UGC via AP)

I fucili possono anche sparare cartucce che contengono proiettili singoli in gomma dura. Sono molto dolorosi se ti colpiscono ma in teoria sono meno letali dei proiettili veri.

Nelle immagini si vedono anche agenti con pistole da paintball importate in Iran da aziende statunitensi e canadesi, la Tippmann e la DYE Precision, come si legge in questo rapporto documentato uscito a settembre del 2025.

In contesti normali le pistole da paintball servono a giocare e lasciano sulla tuta dei giocatori una chiazza di vernice: chi la riceve deve considerarsi colpito. In Iran servono a marcare le persone che partecipano alle proteste, in modo che poi gli agenti possano seguirle e arrestarle quando c’è meno gente. Secondo il rapporto, sono state importate come «materiale sportivo».

In alcuni video si vedono alcuni manifestanti strappare o rompere le telecamere a riconoscimento facciale importate dalla Cina. Si tratta di telecamere di sorveglianza installate anche per identificare e punire le donne che non portano il velo o lo portano male e nelle grandi città ce ne sono tantissime.

Infine, tra le tattiche usate dal regime quando la crisi è grave c’è il blocco quasi totale di internet per più giorni di seguito, in modo che i manifestanti non possano coordinarsi tra loro e che la brutalità della repressione non sia trasmessa in tempo reale in Iran e fuori. I video che abbiamo visto in questi giorni sono arrivati soltanto perché ci sono state pause nel blocco oppure perché qualcuno aveva connessioni satellitari autonome, come Starlink, oppure è andato vicino al confine e ha usato la connessione di altri paesi.

– Leggi anche: Come fanno gli iraniani ad aggirare il blocco di internet

Manifestanti a Teheran il 9 gennaio 2026 (UGC via AP)

Senza connessione internet e senza telefoni tutto diventa più difficile. Anche verificare l’esatto numero delle persone uccise. Potrebbero essere molte più di 500, ma lo sapremo soltanto quando qualcuno riuscirà a mettere assieme le testimonianze e i dati da ogni città dell’Iran, che è grande più di cinque volte l’Italia.

La repressione delle proteste è organizzata su più livelli. Al livello più basso c’è la polizia della Repubblica islamica dell’Iran. In caso di problemi più grossi ci sono le milizie bassij, che in lingua farsi vuol dire “mobilitazione”, e hanno il compito specifico di reprimere con la violenza le proteste. Le avrete viste nelle immagini che arrivano dall’Iran mentre si spostano a grandi gruppi su motociclette. Sono squadre di picchiatori.

Sopra la polizia e i bassij  ci sono i Guardiani della rivoluzione, che per organizzazione, mezzi e armi possono essere considerati un esercito. Dispongono di più di 200mila uomini bene indottrinati e hanno tutto l’interesse a difendere il regime, perché se cadesse finirebbero sotto processo nel migliore dei casi. Sono i Guardiani, d’accordo con la Guida Suprema Ali Khamenei (la figura religiosa e politica più importante dell’Iran), a decidere che linea tenere durante le proteste popolari.

Il regime iraniano sa che una repressione troppo violenta avrà conseguenze sul piano internazionale e potrebbe essere la causa di nuove sanzioni e di nuovi problemi, forse persino di un intervento dall’esterno, ma teme che queste proteste siano una minaccia esistenziale. Era almeno dal 2009 che non si vedevano manifestazioni così grandi nelle piazze, tutte le notti, per chiedere la fine immediata del regime. Alcuni esperti sostengono che non si vedeva una partecipazione popolare così dalla rivoluzione islamica del 1979.

– Leggi anche: Perché i manifestanti in Iran inneggiano al figlio dello scià