Violenze, crimini e uccisioni nell’esercito russo
Sono frequenti e documentate tra i soldati mandati in Ucraina: le racconta un’inchiesta del New York Times basata su reclami resi pubblici per errore

Negli scorsi mesi migliaia di reclami ufficiali di soldati russi e delle loro famiglie sono stati resi accessibili online per errore dal governo russo. Il New York Times li ha analizzati, verificati e integrati contattando alcuni degli autori dei reclami. Questi documenti raccontano episodi di brutalità, coercizione, corruzione, violenze e uccisioni all’interno dell’esercito russo impegnato in Ucraina: i soldati vengono obbligati ad arruolarsi, costretti a combattere al fronte anche quando malati o feriti, picchiati, legati ad alberi e inviati in missioni in cui la morte è quasi certa, quando i superiori decidono che devono essere eliminati, o quando non pagano per evitarle.
Arruolamenti coatti, violenze e soprusi nell’esercito russo erano già stati denunciati, così come la tendenza a usare i soldati in assalti continui, senza preoccuparsi particolarmente delle grandi perdite sul campo. L’inchiesta del New York Times conferma queste pratiche, aggiungendo particolari e casi certificati da documenti video e referti medici.

Due cartelloni, uno con Vladimir Putin, uno con un soldato russo e lo slogan “La vittoria sarà nostra” (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)
I documenti resi accessibili per errore vanno da aprile a settembre 2025: erano diretti all’ufficio della difensora civica Tatyana Moskalkova, che riferisce direttamente a Vladimir Putin. Sono stati scoperti da un soldato che voleva verificare lo stato della sua pratica e ha compilato il numero sbagliato: invece di ricevere un messaggio di errore, ha potuto accedere a un’altra pratica. Ha segnalato la cosa a un giornale online russo con sede a Berlino, Echo, che ha scoperto che oltre 9mila reclami erano visibili. Il giornale ha scaricato il materiale e lo ha reso disponibile al New York Times: 6mila reclami riguardavano la guerra in Ucraina, la metà erano richieste di informazioni su soldati scomparsi, 1.500 denunciavano comportamenti illeciti legati alla guerra, 300 erano stati compilati dagli stessi soldati.
Il New York Times ha proceduto a categorizzare e verificare i reclami, che perlopiù avevano ricevuto una risposta standard dall’ufficio di Moskalkova. In circa 70 casi il giornale ha ottenuto una conferma dagli interessati: avevano effettivamente scritto e inviato il reclamo. Alcune decine di persone hanno aggiunto dettagli, video, fotografie, memo vocali, messaggi di testo dal fronte, referti medici, documenti militari e denunce legali che provano i fatti denunciati. Molti lo hanno fatto in forma anonima, temendo ripercussioni: hanno sostenuto che la maggior parte delle violenze e degli abusi non viene denunciata proprio per paura.
Le brutalità e le violenze maggiori riguardano le unità composte da soldati reclutati nelle prigioni e nei centri di detenzione preventiva. Da circa tre anni viene offerta ai detenuti condannati o in attesa di giudizio la possibilità di evitare il processo o convertire la pena in uno o più anni di servizio militare in Ucraina. Le denunce riguardano anche questa fase: i detenuti sarebbero forzati a scegliere la leva e a volte arrestati con false accuse per spingerli all’arruolamento. Quando poi si avvicina la scadenza dell’anno obbligatorio i soldati sono spinti a firmare per un periodo più lungo, sotto la minaccia di essere inviati in unità d’assalto con altissimi tassi di mortalità.

Un soldato russo impegnato in Ucraina (Russian Defense Ministry Press Service via AP)
All’interno delle unità al fronte i soldati sono spesso puniti in modo violento e crudele: sono state raccolte testimonianze di soldati legati o ammanettati ad alberi, all’aperto, per giorni interi, senza cibo, acqua o possibilità di usare un bagno. Altri sono stati ammanettati ai termosifoni delle caserme, chiusi in cantine, abbandonati per giorni in fosse, picchiati da commilitoni o superiori. Secondo le denunce i comandanti raccolgono tangenti per esentare i soldati dalle missioni più pericolose, quelle in cui la probabilità di morire è più alta.
Molte delle denunce riguardano il trattamento di malati e feriti: i soldati vengono rimandati al fronte, in prima linea, anche in condizioni di salute molto precarie, con ferite da arma da fuoco, arti rotti, malattie croniche in stadi avanzati, contusioni e traumi. Le cure mediche sono ridotte al minimo, i soldati che si presentano agli ospedali militari vengono spesso dimessi frettolosamente, se cercano cure civili vengono prelevati con la forza dagli ospedali e riportati nelle caserme. In almeno un video verificato compare un soldato in battaglia che si muove con il sostegno di una stampella.
Anche i prigionieri di guerra liberati vengono rimandati al fronte immediatamente, spesso il giorno stesso della liberazione. In questi anni Russia e Ucraina hanno completato più volte scambi di prigionieri, e la Russia ha reimpiegato quei soldati per nuovi attacchi.
Alcune decine di reclami riguardano poi la pratica dell’obnuleniye, o “azzeramento”: i comandanti sono accusati di inviare in azioni senza possibilità di sopravvivenza i soldati che vogliono eliminare per presunte colpe di indisciplina, insubordinazione, inefficienza o anche solo perché non pagano tangenti sufficienti. La minaccia di “azzeramento” è frequente, in una parte dei casi avviene con esecuzioni sommarie da parte di altri soldati russi. Una denuncia racconta che per «nascondere le prove degli omicidi, i corpi dei soldati giustiziati venivano sepolti in luoghi abbandonati o fatti saltare in aria con mine anticarro, senza lasciare praticamente alcuna traccia». Un’altra aggiunge che i comandanti rubavano i telefoni dei soldati uccisi per prelevare denaro dai loro conti correnti.

Un cartellone per il reclutamento, con lo slogan “Il nostro orgoglio” (AP Photo/Dmitri Lovetsky)
Uno dei casi in cui la famiglia di un soldato ha deciso di parlare apertamente con il New York Times, autorizzandolo a usare il nome reale, riassume molte di queste situazioni.
Said Murtazaliyev, 18 anni, veniva dal Daghestan, una repubblica nel sud-ovest della Federazione russa, nel Caucaso, caratterizzata da una grande varietà etnica e da un radicato movimento islamista. Molti degli arruolamenti obbligatori o forzati da parte del regime di Putin riguardano persone provenienti da repubbliche periferiche. Murtazaliyev era andato in una città vicino a Mosca con un amico, e qui era stato arrestato con l’accusa di una frode legata a una carta di credito: prima del processo era stato spinto anche con metodi violenti a firmare per arruolarsi nell’esercito per evitare una condanna certa. Era quindi stato assegnato a una unità già oggetto di altre denunce: da lì aveva mandato vari video alla madre in cui raccontava di essere stato incaricato dal comandante di raccogliere 15.000 dollari dai commilitoni che volevano evitare una missione definita “suicida”. Lo aveva fatto, ma era stato inviato comunque in quella missione, o all’“azzeramento”, a suo parere per nascondere le prove del processo di estorsione. La famiglia non ha più sue notizie dal 7 marzo, data dell’ultimo messaggio video.
La Russia non comunica ufficialmente il numero di soldati morti o feriti (non lo fa nemmeno l’Ucraina), ma media internazionali e progetti che si basano su database opensource stimano in oltre un milione il numero di soldati uccisi, feriti o dispersi e in più di 150mila le morti certificate attraverso annunci mortuari e post delle famiglie sui social. Nell’invasione in Ucraina il regime di Putin impiega un numero enorme di soldati, pur non procedendo a coscrizione obbligatoria su tutto il territorio.



