Perché i manifestanti in Iran inneggiano al figlio dello scià
Reza Pahlavi è in esilio da quasi 50 anni ma in queste settimane è tornato rilevante: non vuol dire però che abbia vero sostegno politico

Una delle novità delle proteste in Iran delle ultime settimane è che durante i cortei molti manifestanti inneggiano a Reza Pahlavi, il figlio dello scià di Persia (cioè il re dell’Iran) che fu cacciato dalla rivoluzione islamica del 1979, e che ora vive in esilio negli Stati Uniti. Nei video che circolano in questi giorni si sentono i manifestanti urlare: «Lunga vita allo scià!», e «Pahlavi tornerà», assieme a «Morte al dittatore», cioè all’ayatollah Ali Khamenei, la principale figura politica e religiosa dell’Iran. Nel video qui sotto, girato nella notte tra venerdì e sabato, si vede un manifestante scrivere «Lunga vita allo scià» su un cartellone a Teheran, davanti a centinaia di persone.
Da giovedì internet è stato bloccato in Iran, e nel paese i media non sono liberi, per cui è impossibile sapere quanto davvero forte sia il sostegno per Pahlavi tra i manifestanti. Gli slogan che inneggiavano al suo ritorno, peraltro, erano già emersi nelle proteste precedenti, quelle del 2018 e del 2022. Ma gli esperti concordano sul fatto che questa volta sono molto più frequenti e diffusi. Le probabilità che Pahlavi torni in Iran, e soprattutto che ottenga un ruolo politico nel paese, sono però molto poche.
Reza Pahlavi ha 65 anni e vive con la sua famiglia in un sobborgo di Washington, negli Stati Uniti. È figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo scià di Persia, che governò il paese dal 1941 al 1979. Quando in Iran scoppiò la rivoluzione Reza Pahlavi aveva 18 anni e si trovava negli Stati Uniti, dove si stava addestrando per diventare pilota di caccia. Non tornò mai più: i rivoluzionari costrinsero suo padre a lasciare l’Iran, e dopo aver faticato a trovare rifugio in vari paesi lo scià morì di cancro un anno dopo, nel 1980.
Dopo la morte di suo padre Reza Pahlavi tentò di autonominarsi scià e di presentarsi al mondo come il legittimo sovrano dell’Iran e il leader dell’opposizione in esilio. Non ci riuscì: un po’ per la sua incapacità di trovare alleati all’estero, e un po’ perché il regime dei Pahlavi era quasi universalmente disprezzato in Iran, ed era ritenuto altamente improbabile un suo ritorno.
Sotto i Pahlavi l’Iran conobbe una rapida modernizzazione, ma al tempo stesso lo scià governava in maniera autoritaria, reprimendo le minoranze e l’opposizione. La polizia segreta Savak era famosa per le torture dei dissidenti. Il suo governo era anche ritenuto troppo servile nei confronti degli Stati Uniti. Nel 1979, quando scoppiò la rivoluzione, lo scià era odiato sia dai movimenti laici comunisti e nazionalisti sia dai religiosi, che poi presero il sopravvento sugli altri.
Per decenni, dunque, Reza Pahlavi è rimasto politicamente isolato, senza sostegno esterno e senza alleati interni, a parte pochi monarchici tra i membri della diaspora iraniana all’estero. Finì così per perdere ogni rilevanza. Durante le proteste del 2022, le ultime che minacciarono il regime, a chi gli chiedeva del futuro dell’Iran lui rispondeva: «Il cambiamento deve arrivare dall’interno», facendo capire che non riteneva fosse suo compito costituire un’alternativa politica al regime.
Negli ultimi anni però Reza Pahlavi ha cominciato ad assumere un ruolo più attivo grazie a quella che è stata definita una campagna di “rebranding”. Quando a giugno Israele ha bombardato l’Iran, uccidendo parte della leadership militare del regime, Pahlavi ha tenuto una conferenza stampa a Parigi in cui ha chiesto ai militari iraniani di disertare contro il regime e alla popolazione di sollevarsi. Le proteste non si sono materializzate, e Pahlavi è anzi stato criticato per aver sostenuto implicitamente i bombardamenti israeliani contro il suo paese. La vicinanza di Pahlavi a Israele è da tempo oggetto di critiche, soprattutto dopo una sua controversa visita nel paese nel 2023.
Quando a dicembre sono iniziate le nuove proteste, però, Pahlavi è stato piuttosto rapido a sostenerle, e a proporsi come un interlocutore politico. Sostiene di non pretendere più ruoli monarchici e di non voler più essere lo scià di Persia, ma si propone piuttosto come una figura di transizione e di mediazione. In questi giorni ha postato vari video sui social media, in cui inneggia alle proteste e chiede l’intervento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Se i manifestanti hanno almeno in parte risposto all’attivismo di Pahlavi, il suo ritorno al potere è però improbabile. Anzitutto secondo molti esperti i manifestanti non inneggiano a Pahlavi perché vogliono davvero che torni lo scià, che non mette piede nel paese da quasi 50 anni, ma per mancanza di alternative. «La situazione nella Repubblica islamica è così grave che le persone accetterebbero qualunque cosa al suo posto, e Pahlavi offre una soluzione semplice», ha detto al Wall Street Journal Javad Chamanara, un attivista di opposizione.
In Iran, inoltre, ci sono movimenti democratici e anti regime molto più radicati e meglio connessi di Pahlavi, che è visto da molti come una figura troppo ambigua. Lo stesso Donald Trump finora si è rifiutato di incontrare Pahlavi e di dargli il suo appoggio. Il figlio dello scià però ci sta provando: ha annunciato che la settimana prossima parteciperà a un evento a Mar-a-Lago, la residenza di Trump in Florida, facendo capire che proverà a incontrare il presidente.



