Non si sa che fine faranno le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia

Sono state spente alla fine del 2025, ma non si possono smontare perché il governo dice che potrebbero servire in caso di crisi energetica

La centrale di Civitavecchia a novembre del 2024 (Angelo Mastrandrea/Il Post)
La centrale di Civitavecchia a novembre del 2024 (Angelo Mastrandrea/Il Post)
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A mezzanotte del 31 dicembre 2025 ENEL, l’azienda italiana dell’energia di cui lo Stato possiede il 23,6 per cento, ha spento definitivamente i generatori delle centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia. Non può però cominciare a smontare gli impianti perché il governo di Giorgia Meloni ha deciso che le centrali dovranno essere mantenute inattive ma pronte a essere riaccese nel caso di una crisi energetica.

Lo ha annunciato il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin due giorni prima della chiusura delle centrali, nel consiglio dei ministri di fine anno. Ha spiegato che, «tenuto conto del perdurante contesto geopolitico fortemente instabile, è emersa l’esigenza di verificare la possibilità di mantenere in riserva fredda le due centrali anche dopo il 31 dicembre 2025». Entro quella data era stato previsto di chiudere tutte le centrali a carbone italiane.

In estrema sintesi, il governo ha valutato che le centrali di Civitavecchia e Brindisi sono una riserva cruciale in caso di crisi energetiche, almeno finché l’Italia è dipendente dalla generazione di energia elettrica con il gas e deve importarlo dall’estero, soprattutto dagli Stati Uniti. Per questo ha deciso di non chiuderle.

Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, con dietro il ministro degli Esteri Antonio Tajani a Roma, il 15 dicembre 2025 (ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)

Non ha però approvato un decreto per prorogarne l’attività, e quindi non ha modificato il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC), approvato dal governo di Giuseppe Conte nel 2020 per rispettare gli obiettivi europei di decarbonizzazione, cioè il passaggio a un sistema di produzione dell’energia meno inquinante del carbone (il PNIEC prevedeva appunto la chiusura entro la fine del 2025).

Il ministero dell’Ambiente non ha neppure rinnovato l’Autorizzazione integrata ambientale (AIA), un documento che contiene indicazioni per ridurre l’impatto ambientale degli impianti e senza il quale non si può produrre. Lo aveva fatto a settembre per rinviare al 2028 la chiusura delle centrali a carbone che si trovano in Sardegna: quella di Portovesme, che è di proprietà di ENEL, e quella di Fiume Santo, che è invece della società EP. I due impianti sardi continueranno a produrre energia elettrica fino a quando l’isola non sarà collegata alla rete italiana attraverso il cavo sotterraneo Tyrrhenian Link, che è in costruzione.

Quelli di Brindisi e Civitavecchia invece sono stati fermati, ma al di là degli annunci verbali il loro futuro non è stato definito. L’incertezza sta causando diversi problemi a ENEL, che sta sostenendo le spese per la manutenzione e per il personale. I due stabilimenti erano già stati ridimensionati a partire dal 2021, in vista della chiusura definitiva: a Brindisi erano stati spenti tre gruppi produttivi su quattro e a Civitavecchia da più di un anno la centrale non produceva più energia elettrica.

Ora nelle due centrali ci sono tre generatori di corrente elettrica dalla capacità di 600 megawatt ciascuno, uno a Brindisi e due a Civitavecchia, che possono essere riaccesi in qualsiasi momento. Ci lavorano complessivamente 350 persone, e un altro migliaio sono impiegati nelle aziende dell’indotto, cioè quelle che fornivano materiali e servizi, e che dipendevano interamente o in gran parte dal lavoro delle due centrali.

La centrale di Brindisi nel 2017 (ANSA/ ANDREA GIANNETTI)

In una verifica fatta insieme al ministero dello Sviluppo economico, ENEL ha calcolato che mantenendo due generatori pronti a ripartire – ma inattivi – spenderebbe 29,9 milioni di euro all’anno per la centrale di Brindisi e altri 48,4 per quella di Civitavecchia, più o meno 80 milioni di euro all’anno in totale.

ENEL ha deciso da qualche anno di chiudere l’epoca delle centrali a carbone, che considera troppo inquinanti e costose. Dopo l’approvazione del PNIEC, nel 2020, chiuse subito l’impianto veneziano di Fusina e quello di La Spezia, e cominciò a ridurre la produzione di energia elettrica a Brindisi e a Civitavecchia, che dal punto di vista economico erano già in perdita. Fu costretta a riprendere la produzione dal governo di Mario Draghi per via della crisi energetica causata dall’invasione russa dell’Ucraina, alla fine di febbraio del 2022. Dopo un anno però ricominciò a ridurre la produzione, azzerandola gradualmente in entrambi gli impianti.

Nell’ultimo anno nessuna delle due centrali ha prodotto elettricità. L’obiettivo era chiudere tutto alla fine del 2025, ricollocando i 350 dipendenti diretti in altri impianti. Ora invece non è chiaro se verranno tutti mantenuti al loro posto o se verranno spostati e poi richiamati in caso di necessità.

ENEL ha chiesto al governo di essere compensata per i costi di manutenzione e per l’impatto negativo sulla sua reputazione e sul suo profilo di sostenibilità, anche perché ha chiesto dei prestiti di tipo ESG (Environmental, Social, Governance), cioè garantendo che i soldi sarebbero stati impiegati per investimenti ambientalmente sostenibili. La società deve rispettare gli impegni presi, tra i quali c’è la chiusura delle centrali a carbone. Se rimangono aperte, anche se in «riserva fredda», rischia di pagare delle penali.

La centrale di Civitavecchia a novembre del 2024 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Il governo ha detto di essere disponibile a pagare per mantenere le centrali aperte, ma la Commissione Europea ha espresso perplessità perché considera qualsiasi sovvenzione come un aiuto di Stato a un’azienda privata, e quindi in contrasto col principio della libera concorrenza nel mercato europeo.

Ci sono principalmente due modi per aggirare questo limite, secondo le informazioni raccolte dal Post parlando con persone che conoscono le discussioni in corso. Una è che i costi per il mantenimento delle centrali vengano coperti con un aumento delle bollette. Un’altra, quella che gli addetti ai lavori considerano più accreditata, è che lo stato compri le centrali per ragioni di sicurezza interna, facendo rientrare le spese in quelle per la difesa nazionale. È anche quella di cui ha parlato il ministro Pichetto Fratin al consiglio dei ministri di fine anno. In questo caso, i tecnici di ENEL sarebbero richiamati in caso di necessità, con dei contratti di prestazione.

Nel frattempo, non è chiaro che fine faranno i cosiddetti «tavoli» aperti al ministero delle Imprese e del Made in Italy per valutare le proposte di riconversione produttiva, cioè per riadattare le centrali ad altri tipi di produzioni. Alle riunioni partecipano rappresentanti di diversi ministeri e di Invitalia, la società del ministero dell’Economia che si occupa degli investimenti produttivi, e poi sindaci, regioni, autorità portuali, associazioni di categoria e sindacati. All’ultimo incontro per la riqualificazione dell’area su cui si trova la centrale di Civitavecchia il rappresentante di Invitalia ha spiegato che ci sono state 32 manifestazioni di interesse, con 52 progetti proposti, ma è difficile che se ne faccia qualcosa, visto che la centrale dovrà restare disponibile per la produzione di energia dal carbone come ha deciso il governo.

Non è chiaro neppure che fine farà il progetto della centrale eolica da costruire in mare davanti all’impianto attuale, che è sostenuto un po’ da tutti (comune, sindacati, associazioni ambientaliste, comitati cittadini) e doveva servire anche a reimpiegare i lavoratori delle aziende dell’indotto, oltre che alla produzione di energia da una fonte più sostenibile.

A Brindisi, i sindacati CGIL, CISL e UIL regionali hanno diffuso una nota in cui scrivono che la «non-decisione» del governo «rischia di compromettere tutto il percorso finora pianificato, dalla fase di smontaggio fino alla valutazione dei progetti previsti nell’accordo di programma», un piano che secondo i sindacati «garantirebbe lavoro al personale diretto e dell’indotto per i prossimi 24-30 mesi». Molte piccole aziende attendevano di poter cominciare a lavorare alla dismissione dell’impianto e di essere coinvolte nella riconversione produttiva.

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