La giustizia italiana non riesce a liberarsi della carta

Per digitalizzare i processi ci stiamo mettendo più tempo del previsto, a causa di malfunzionamenti e qualche resistenza culturale

I faldoni dell'inchiesta in cui è coinvolta anche la ministra del Turismo Daniela Santanchè
I faldoni dell'inchiesta in cui è coinvolta anche la ministra del Turismo Daniela Santanchè (Stefano Porta / LaPresse)
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Le procure e i tribunali più grandi e importanti d’Italia – Roma, Milano, Napoli e Torino – hanno rimandato di altri sei mesi l’obbligo di depositare atti di inchiesta e processuali nel sistema informatico allestito dal ministero per digitalizzare la giustizia italiana. Non è la prima volta che succede. Già all’inizio dello scorso anno procuratori e presidenti di tribunali avevano prorogato le scadenze, via via rimandate nel corso dell’anno. La digitalizzazione di inchieste e processi è molto più lenta e complicata del previsto in parte per malfunzionamenti del sistema informatico, in parte per lo scarso adattamento e le resistenze culturali di molti magistrati, giudici e avvocati che non riescono a liberarsi dei faldoni di carta.

Le regole e gli obblighi del processo penale telematico sono stati introdotti con la cosiddetta riforma Cartabia, approvata nel 2021, ma della necessità di digitalizzare inchieste e processi si discuteva da almeno due decenni. La digitalizzazione prevede che tutti gli atti – dalla denuncia alla sentenza definitiva – vengano prodotti, trasmessi e archiviati in formato informatico. Nel 2026 può sembrare una cosa dovuta e scontata, ma non lo è per un sistema complesso come quello giudiziario, da sempre un po’ refrattario all’innovazione.

La prima fase spetta alla polizia giudiziaria, che non dovrebbe più trasmettere le notizie di reato con i faldoni cartacei, ma in un portale messo online dal ministero della Giustizia. Questo portale si chiama ​NdR (Portale Notizie di Reato), riceve i dati e li archivia nei sistemi della procura, dove possono essere consultati dai magistrati.

Il sistema informatico della procura invece è stato chiamato APP (sta per Applicativo Processo Penale, ma molti addetti ai lavori pensano che sia erroneamente un’app). Verbali di sequestro, informazioni e atti di indagine dovrebbero essere creati fin da subito come documenti digitali e firmati elettronicamente da chi li carica.

Gli obblighi valgono anche per gli avvocati. Anche loro devono caricare nomine, memorie, istanze e querele su un portale chiamato PDP (Deposito atti Penali), non più via posta elettronica o su carta. Dallo stesso portale gli avvocati possono tenere d’occhio la situazione dei loro assistiti aggiornata in tempo reale e scaricare i file – compresi audio e video – relativi alle indagini senza più dover andare in procura con hard disk o chiavette USB. Nella fase del processo, i giudici dovrebbero consultare tutti gli atti su un tablet o un monitor installato in aula, eliminando i carrelli pieni di faldoni di carta.

Se va storto qualcosa in ognuno di questi passaggi c’è il rischio di bloccare o rallentare inchieste e processi, come d’altronde è successo molte volte nell’ultimo anno. Procuratori e giudici dicono che il sistema informatico APP si blocca spesso, impedendo il caricamento degli atti, in particolare di documenti pesanti come gli audio delle intercettazioni o i video. È anche difficile capire se un caricamento è andato a buon fine oppure no, perché spesso il sistema restituisce codici di errore difficili da interpretare. L’incertezza alimenta i timori di compromettere inchieste e processi, perché gli errori tecnici possono teoricamente rendere inammissibili gli atti, con conseguenze per l’accusa o per la difesa.

Oltre ai malfunzionamenti ci sono anche altri problemi. In molti uffici giudiziari ci sono computer datati, che faticano a gestire i software del ministero o anche solo file di grandi dimensioni. Inoltre non sempre il personale amministrativo è stato formato in modo adeguato. Molti atti continuano a essere scritti in Microsoft Word, stampati, firmati a mano e poi scansionati rendendo i fascicoli di indagine pesanti e difficili da consultare.

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In una transizione così complessa hanno un ruolo anche le resistenze culturali. Durante momenti di confronto sul processo penale telematico organizzati nell’ultimo anno, diversi magistrati si sono lamentati del fatto che la digitalizzazione li costringa a fare una parte del lavoro prima riservato ai cancellieri, per esempio la gestione dei file. Alcuni sostengono inoltre che la lettura di un fascicolo di indagine su carta permetta di avere una migliore visione d’insieme dell’inchiesta perché sfogliando gli atti si ha una percezione diversa e migliore delle prove. È una convinzione simile a chi sostiene che leggere un ebook e un libro siano due cose completamente diverse.

Il rischio di errori e di perdere atti ha costretto il ministero a prevedere una serie di regole per gestire i malfunzionamenti. Tra le altre cose è permesso tornare a mettere tutto su carta in caso di particolari esigenze processuali, come il rispetto della cosiddetta ragionevole durata del processo. Questa concessione è stata sfruttata da molte procure e tribunali per rimandare l’introduzione degli obblighi.

Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, ha detto che il ministero ha rilasciato molte nuove versioni del sistema APP senza formare in modo adeguato il personale della giustizia e senza lasciare un tempo adeguato per sperimentare e adeguare l’organizzazione degli uffici giudiziari. Secondo Gratteri sarebbe stato necessario prevedere una doppia modalità, cartacea e digitale, perché le sperimentazioni sono incompatibili con la delicatezza degli atti, specialmente quelli relativi alle misure cautelari.

Rispondendo alla procura di Napoli, il ministero della Giustizia ha scritto in un comunicato che la transizione digitale di un sistema complesso come il processo penale non può avvenire senza criticità, ma che allo stesso tempo l’innovazione è indispensabile, anche per rispettare gli impegni presi con l’Unione Europea. Il ministero poi ha accusato la procura napoletana di aver iniziato ad adeguarsi molto in ritardo, anzi di essere addirittura stata l’ultima procura in Italia a farlo, con una lentezza che ora compromette il rispetto delle scadenze.

Il procuratore capo di Torino Giovanni Bombardieri ha sospeso l’obbligo di caricare i documenti sul portale APP dopo un blocco di quattro giorni avvenuto a dicembre. Bombardieri l’ha definita una «completa paralisi» operativa che ha avuto conseguenze piuttosto gravi, perché per quasi una settimana non sono state iscritte nuove notizie di reato e non è stato possibile gestire le richieste di archiviazione.

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