Marta Cartabia al Senato, 22 settembre 2021 (Roberto Monaldo / LaPresse)

La riforma del processo penale è legge

Il Senato ha approvato in via definitiva la prima parte della riforma della giustizia necessaria per ottenere il Recovery Fund, in attesa di quella sul processo civile

Marta Cartabia al Senato, 22 settembre 2021 (Roberto Monaldo / LaPresse)

Giovedì mattina il Senato ha approvato in via definitiva la riforma del processo penale, parte della più ampia riforma della giustizia necessaria per ottenere i finanziamenti europei del Recovery Fund. Il governo aveva posto la questione di fiducia, per compattare la maggioranza e accorciare la discussione, che era andata avanti per settimane nell’estate in particolare per l’opposizione del Movimento 5 Stelle. I partiti si sono poi messi d’accordo, e ora hanno approvato i due articoli presentati dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia: il primo delega al governo una serie di leggi da approvare entro un anno, il secondo modifica il codice penale e il codice di procedura penale. Giovedì hanno votato a favore 177 senatori, contro 24.

La riforma della Giustizia nel suo complesso, oltre a modificare il processo penale, prevede una riforma specifica del Consiglio superiore della magistratura e del processo civile. Quest’ultima riforma è già stata approvata alla Camera – sempre con la fiducia – e per l’approvazione definitiva dovrà ora passare dal Senato.

I tempi
Il punto più controverso della riforma riguardava i tempi della giustizia penale. In Italia esiste notoriamente un grave problema di durata dei processi, e da tempo gli esperti di diritto e sistema giudiziario insistevano sulla necessità di sveltirla per garantire il diritto costituzionale a una ragionevole durata del processo. Questa richiesta – una riduzione dei tempi della giustizia penale pari al 25 per cento – era anche tra quelle fatte dall’Unione Europea all’Italia per erogare il Recovery Fund.

La riforma approvata ha modificato la legge che aveva voluto l’ex ministro Alfonso Bonafede (M5S) nel 2018, conosciuta come “Spazzacorrotti”, che aveva eliminato la prescrizione dopo le sentenze di primo grado, sia di condanna che di assoluzione. Con la nuova riforma, la prescrizione rimane così – cioè cessa di decorrere dopo la sentenza di primo grado – ma vengono introdotti dei limiti massimi di tempo per il processo d’Appello (due anni) e per quello in Cassazione (un anno).

Oltre questi limiti scatta l’improcedibilità e il processo dovrà dunque fermarsi. Il giudice può comunque stabilire una proroga dei tempi che sarà senza limiti di tempo per alcuni reati (terrorismo, associazione mafiosa, violenza sessuale aggravata e traffico di stupefacenti), che potrà durare al massimo tre anni per l’appello e un anno e sei mesi in Cassazione per i reati con aggravante mafiosa, e che sarà di un anno in appello e di sei mesi in Cassazione per tutti gli altri reati.

La riforma ha introdotto dei tempi limite anche per quanto riguarda le indagini preliminari: sei mesi per le contravvenzioni, un anno per la maggior parte dei reati e un anno e sei mesi per i reati più gravi, come mafia o terrorismo. Anche in questo caso sono state ammesse delle proroghe: una soltanto, e di sei mesi al massimo.

Il pubblico ministero potrà poi chiedere il rinvio a giudizio dell’indagato solo quando gli elementi acquisiti consentano una ragionevole previsione di condanna: e questo per diminuire il numero di processi che poi si risolvono in una assoluzione.

Altre cose
La riforma introduce anche dei criteri di priorità dei reati da perseguire, che saranno stabiliti dal Parlamento (li propose anche Angelino Alfano, quando era ministro della Giustizia). All’interno di questi criteri generali, le procure sceglieranno a loro volta un ordine di urgenza per selezionare i provvedimenti a cui dare precedenza in base alla specificità di quel territorio e alle risorse disponibili.

Saranno estesi i casi di inappellabilità delle sentenze, con conseguente riduzione della possibilità da parte dei pubblici ministeri di impugnarle. Si delega poi il governo a rendere più efficiente e spedita la giustizia penale attraverso la digitalizzazione e le tecnologie informatiche. Saranno introdotte alcune misure per evitare che si arrivi a processo, sarà ampliato il ricorso ai riti processuali alternativi e saranno ampliate le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi: quindi semilibertà, detenzione domiciliare, lavoro di pubblica utilità e pene pecuniarie.

La riforma rafforza infine la giustizia riparativa e gli istituti di tutela della vittima del reato. Per quanto riguarda la tutela delle vittima di violenza domestica e di genere, ne estende la portata anche alle vittime di tentato delitto. Durante l’esame in commissione alla Camera è stato inserito un emendamento che prevede la cancellazione da Internet di tutte le notizie dei procedimenti penali nei confronti di persone che sono state indagate o imputate e poi risultate innocenti.

Com’è andata
L’iter della riforma del processo penale era stato piuttosto complesso. Per elaborare delle proposte, la ministra Cartabia aveva istituito una specifica commissione composta da esperti e guidata dal presidente emerito della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi.

Il testo della riforma era stato approvato all’unanimità dal Consiglio dei ministri all’inizio di luglio: lo avevano votato anche i ministri del M5S, ma in seguito il partito, che nel frattempo aveva superato un momento di crisi interna e assenza di leadership, lo aveva rimesso in discussione. A quel punto, il presidente del Consiglio Mario Draghi era intervenuto direttamente e aveva incontrato il nuovo leader del M5S Giuseppe Conte, che aveva avanzato delle richieste e aveva ottenuto la possibilità di fare dei cambiamenti alla riforma, senza stravolgerla.

Il giorno dopo, il M5S aveva presentato però più di 900 emendamenti. Il 23 luglio il governo aveva deciso di chiedere la fiducia sulla riforma, erano ripartite le trattative e alla fine era stato trovato un compromesso.