Sull’espulsione dell’imam di Torino servirà un nuovo giudizio

La Cassazione ha annullato la decisione della Corte d'appello di Torino: del suo caso si era molto parlato dopo un assalto alla redazione della Stampa

Mohamed Shanin durante un corteo per la pace a Gaza organizzato a Torino l'11 ottobre 2025 (ANSA/TINO ROMANO)
Mohamed Shanin durante un corteo per la pace a Gaza organizzato a Torino l'11 ottobre 2025 (ANSA/TINO ROMANO)
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La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la decisione con cui la Corte di appello di Torino aveva deciso che l’imam di Torino Mohamed Shahin dovesse essere liberato. Servirà quindi un nuovo giudizio della Corte di appello sulla questione. Nel frattempo Shahin resterà libero. Le motivazioni della Cassazione, che nella sua decisione ha accolto un ricorso presentato dal ministero dell’Interno, verranno pubblicate solo nelle prossime settimane.

Shahin è l’imam del quartiere torinese di San Salvario, è egiziano e vive in Italia da ventun anni. Era stato arrestato a novembre, dopo che il ministero dell’Interno aveva emesso un decreto di espulsione a suo carico, accusandolo di avere posizioni estremamente radicali per via di alcune frasi sulla strage compiuta dai miliziani di Hamas in Israele il 7 ottobre del 2023.

Era stato portato nel CPR (centro di permanenza per il rimpatrio) di Caltanissetta in attesa di essere espulso, ma la Corte d’appello di Torino aveva disposto la sua liberazione, ritenendo che non ci fossero i presupposti per trattenerlo nel centro.

La Corte d’appello di Torino aveva deciso di rilasciare Shahin per vari motivi: fra le altre cose perché la procura aveva archiviato il 9 ottobre scorso l’indagine sulle frasi che aveva pronunciato, menzionate dal decreto di espulsione, in cui l’imam disse di essere «d’accordo» con quanto successo il 7 ottobre del 2023, e che la strage compiuta dai miliziani di Hamas in Israele, in cui furono uccise circa 1.200 persone e altre 250 furono rapite, «non è una violenza».

La Corte aveva anche rilevato come secondo la procura le sue frasi erano protette dal diritto alla libertà di espressione. Shahin aveva inoltre attenuato quelle frasi nei giorni successivi, dicendo di vedere quello che successe il 7 ottobre non come un’azione, ma come una reazione nel contesto dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi che va avanti da decenni.

Nel frattempo, dopo essere stato arrestato, Shahin aveva presentato una richiesta di protezione internazionale per chiedere asilo come rifugiato. Dopo un ricorso dell’avvocatura di Stato e una decisione del tribunale di Caltanissetta, a fine dicembre la Corte di appello di Caltanissetta aveva confermato che Shahin non sarebbe stato espulso, perché considerato un richiedente asilo.

La detenzione di Shahin aveva causato molte manifestazioni in suo sostegno e contro il decreto di espulsione: non solo da parte della comunità islamica di San Salvario, il quartiere dove faceva l’imam, ma anche da parte di esponenti del clero cattolico, di accademici e ricercatori italiani e di politici soprattutto di centrosinistra, secondo cui il decreto di espulsione nei suoi confronti sarebbe stato una violazione della libertà di espressione. Il 28 novembre un centinaio di manifestanti aveva assaltato e vandalizzato la redazione del quotidiano La Stampa a Torino. Il gruppo di manifestanti si era staccato da un corteo più grande proprio in sostegno di Shahin.