In Venezuela è cambiata la presidente, ma non la repressione
Nelle strade si sono riviste le bande paramilitari e ci sono stati i primi arresti di giornalisti

Una cosa che non è cambiata in Venezuela, nei giorni di grande incertezza dopo l’operazione militare in cui è stato catturato il presidente Nicolás Maduro, è la repressione del regime. Questo spiega, anzi, la situazione relativamente tranquilla del paese, in cui tuttora non è possibile mostrare dissenso. Le uniche manifestazioni consentite sono quelle, finora piuttosto sparute, a favore del governo, che le organizza direttamente.
Dal 3 gennaio, il giorno dell’attacco, nel paese è in vigore uno stato d’emergenza. Il testo del provvedimento, pubblicato solo lunedì 5 gennaio, autorizza il governo a perquisire e arrestare «qualunque persona coinvolta nella promozione o nel sostegno dell’attacco armato degli Stati Uniti». Nelle strade, oltre ai soldati e alla polizia regolari, ci sono le bande paramilitari note come colectivos. Spesso girano in moto e sono armate dal regime, che in passato le ha usate per reprimere violentemente le proteste e attuare un controllo del territorio più capillare.

Una strada deserta di Maracaibo, il 5 gennaio (EPA/HENRY CHIRINOS)
Lunedì sono stati arrestati, e poi rilasciati dopo alcune ore, 14 giornalisti, di cui 11 stranieri. Nella maggioranza dei casi è successo nei pressi dell’Assemblea nazionale (il parlamento monocamerale) dove era in corso l’insediamento del nuovo governo di Delcy Rodríguez, la vicepresidente di Maduro che ha preso il suo posto ad interim. Inizialmente ai media era stato permesso entrare nel parlamento, pur col divieto di fare foto e trasmettere video in diretta, ma in un secondo momento l’accesso è stato interdetto del tutto.
La leader dell’opposizione María Corina Machado ha detto in un’intervista a Fox News che la situazione è «molto allarmante». Machado al momento è esclusa dai vaghi piani di Donald Trump per il futuro del Venezuela e nella stessa intervista ha detto che non parla con il presidente da ottobre, quando lei ha vinto, dedicandoglielo, il Nobel per la Pace a cui ambiva lui.

Delcy Rodríguez con il figlio di Maduro, durante la sua cerimonia d’insediamento, il 5 gennaio (Stringer/dpa)
Secondo Machado, Rodríguez «è una dei principali architetti della tortura, persecuzione, corruzione» del regime. Peraltro la vecchia leadership è ancora tutta al suo posto, con l’eccezione di Maduro. In questi giorni anche la missione sul campo delle Nazioni Unite ha ricordato che nelle gravissime violazioni dei diritti umani – uccisioni extragiudiziali, sparizioni, incarcerazioni arbitrarie – sono coinvolti altri esponenti apicali del regime, oltre a Maduro.
I colectivos, per esempio, sono sotto il controllo del potente ministro dell’Interno, Diosdado Cabello. Un’altra figura estremamente influente è il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, a cui rispondono le forze armate, che sono indispensabili per mantenere il potere. Non è un caso che Rodríguez si sia fatta affiancare da Cabello e Padrino nelle prime apparizioni pubbliche da presidente. Può contare inoltre sul sostegno dell’unico figlio di Maduro, Nicolás Maduro Guerra, che è deputato.

Soldati sull’autostrada per l’aeroporto di Caracas, il 4 gennaio (AP Photo/Matias Delacroix)
Tutto questo serve a dare un’immagine di continuità del regime, così come la repressione sul nascere delle manifestazioni contro il governo. Militari e colectivos hanno istituito posti di blocco nelle principali città: i media hanno riferito che in alcuni casi hanno ispezionato i cellulari delle persone, alla ricerca di contenuti in favore dell’attacco americano o critici col regime.
La situazione rimane incerta. Rodríguez ha denunciato come un rapimento la cattura di Maduro e della moglie Cilia Flores, che da lunedì sono sotto processo a New York, ma si è detta disposta a collaborare con gli Stati Uniti. Trump l’ha minacciata, prospettando altri attacchi se non otterrà ciò che vuole (il petrolio). Lunedì si sono sentiti spari fuori dal palazzo presidenziale e la polizia ha sostenuto di avere abbattuto droni che volavano senza autorizzazione. In Venezuela restano 806 prigionieri politici, secondo la ong Foro Penal, e tra loro c’è il cooperante italiano Alberto Trentini.
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