Gli altri Pink Floyd
Quelli psichedelici, caotici e sperimentali del fondatore Syd Barrett, che oggi avrebbe compiuto ottant'anni
di Giuseppe Luca Scaffidi

I fan dei Pink Floyd amano fantasticare su cosa sarebbe accaduto se Syd Barrett, il fondatore e primo chitarrista del gruppo, nato il 6 gennaio di ottant’anni fa, non avesse lasciato la band. La domanda compare spesso nei forum di discussione frequentati dagli impallinati dei Pink Floyd, dove immancabilmente si creano due fazioni opposte. Secondo la prima, i Pink Floyd avrebbero pubblicato i loro dischi migliori dopo il 1968, quando Barrett uscì dal gruppo, il suo posto fu preso da David Gilmour e il controllo creativo passò progressivamente nelle mani di Roger Waters.
L’altra fazione sostiene invece il contrario: ossia che il periodo con Barrett, durato poco più di due anni e caratterizzato da un approccio decisamente più psichedelico, libero e istintivo alla scrittura delle canzoni, sia stata la fase di maggior fervore creativo dei Pink Floyd, e che dopo la sua uscita il gruppo abbia imboccato una direzione artistica diversa e per certi versi più convenzionale, nonostante siano diventati una delle band più amate e importanti nella storia del rock.
L’affetto duraturo e la grande considerazione che molti appassionati continuano ad attribuire a Barrett sono notevoli, considerando che i Pink Floyd pubblicarono i loro dischi più famosi e celebrati, come The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here e The Wall, quando lui non faceva più parte del gruppo.
Anzi, di fatto Barrett rappresenta una piccolissima porzione della discografia dei Pink Floyd: entrò a farne parte nel 1964, quando era ancora uno studente d’arte diciottenne con una grande passione per i giochi linguistici di Lewis Carroll e l’astrattismo di Paul Klee.
Il suo contributo fu essenziale per far conoscere i Pink Floyd al di fuori dei club della scena underground di Londra: fu lui a scegliere il nome della band unendo i nomi di Pink Anderson e Floyd Council, due musicisti blues; e fu sempre lui a scrivere i primi due singoli del gruppo, “Arnold Layne” e “See Emily Play”. Tuttavia, fondamentalmente pubblicò con la band un solo album: quello di debutto, The Piper at the Gates of Dawn.
Uscì nel 1967, un paio di mesi dopo Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, a cui secondo molti critici contende il titolo di miglior disco di rock psichedelico di quel decennio. Anche se Roger Waters (basso), Nick Mason (batteria) e Richard Wright (tastiere) facevano già parte del gruppo, The Piper at the Gates of Dawn fu soprattutto un disco di Barrett, a cui sono attribuiti i crediti di 8 delle sue 11 canzoni.

I Pink Floyd nel 1967: da sinistra ci sono Nick Mason, Richard Wright, Roger Waters e Syd Barrett. (Michael Ochs Archives/Getty Images)
Barrett fu il principale autore dei testi e delle musiche, seguendo un’impostazione creativa che, al netto di alcune eccezioni, i Pink Floyd non avrebbero più riproposto negli anni successivi. È un disco immaginifico, allucinato e dissonante, in cui le concessioni all’orecchio sono molto poche. Le canzoni sono così diverse tra loro per sviluppo, durata e struttura da apparire quasi sconnesse, un po’ come se provenissero da album differenti.
Se si considera l’intera discografia dei Pink Floyd, anche i testi di The Piper at the Gates of Dawn potrebbero sembrare una specie di anomalia. Quando Barrett lasciò il gruppo, Waters cominciò a privilegiare il formato del concept album, in cui tutte le canzoni sono legate da un unico tema e hanno un significato esplicito e facilmente interpretabile.
La scrittura di The Piper at the Gates of Dawn invece è decisamente più inaccessibile e frammentaria, anche perché Barrett era notoriamente un amante del nonsense e dei giochi di parole. Aveva una conoscenza approfondita delle avanguardie artistiche europee, e gli artisti che apprezzava maggiormente erano accomunati dalla tendenza a produrre opere tutt’altro che convenzionali. Edward Lear, l’autore a cui si era appassionato crescendo, era noto per i cosiddetti limerick, delle brevi filastrocche in versi apparentemente deliranti, spesso accompagnate da illustrazioni a inchiostro.
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Quando scriveva le canzoni, Barrett partiva da presupposti simili a quelli dei limerick: non dall’osservazione del reale, e neppure dalla pretesa che l’ascoltatore si immedesimasse nei suoi testi; anzi, la costruzione di senso era l’ultima delle sue priorità. Le sue principali fonti d’ispirazione erano le fiabe popolari e i racconti di fantascienza, aveva una grande fascinazione per lo spazio e un certo talento nel descrivere stati mentali alterati; un argomento che, del resto, conosceva piuttosto bene per esperienza diretta.
“The Gnome” per esempio descrive un mondo immaginario popolati dagli gnomi, “Bike” mette in fila una sequenza di oggetti e immagini scollegate, “Matilda Mother” cita parti di alcune fiabe che la madre di Barrett gli leggeva da bambino, e “Pow R. Toc H.” è una canzone strumentale con una sequela di versi senza senso compiuto.
Per quanto riguarda la musica, le tastiere di Wright (compreso l’immancabile organo Farfisa) avevano già un ruolo centrale nella definizione del suono, ma il principale elemento di discrimine rispetto ai dischi successivi dei Pink Floyd è la chitarra. A partire dal 1968, con l’ingresso di David Gilmour, il gruppo avrebbe puntato su assoli di chitarra lunghi e riconoscibili, impeccabili dal punto di vista dell’esecuzione e con una grande attenzione alla melodia e allo sviluppo.
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Barrett invece approcciava lo strumento in un modo molto diverso. La sua priorità non era tanto mettere in fila le note “giuste” e creare fraseggi memorabili, ma ricavare dallo strumento una gamma di suoni molto ampia. Concepiva la chitarra non tanto come uno strumento solista, ma “d’atmosfera”: la usava per produrre timbri, rumori e variazioni di intensità, facendo largo uso di feedback, eco e ripetizioni.
Spesso per farlo utilizzava espedienti un po’ eccentrici: per esempio, per ricavare suoni più stridenti e “metallici”, a volte faceva scorrere un accendino zippo sulle corde della chitarra. “Astronomy Domine”, la prima canzone di The Piper at the Gates of Dawn, è un esempio che descrive bene l’approccio chitarristico di Barrett.
Nei primi anni dei Pink Floyd, Barrett era il leader del gruppo anche dal punto di vista dell’immagine. Faceva spesso parlare di sé per il suo approccio concertistico folle e imprevedibile, incentivato anche dal frequente utilizzo di LSD.
Gli aneddoti sono tanti: per esempio, viene spesso ripreso quello secondo cui, durante il concerto di un tour americano, a un certo punto rimase come ipnotizzato sul palco a fissare il vuoto, e cominciò a scordare le corde della chitarra e a suonare con insistenza una sola nota. Alla fine del 1967 la situazione diventò ingestibile: i suoi problemi mentali diventarono sempre più evidenti, e spesso Barrett si dimenticava di presentarsi ai concerti o in sala prove.
La band decise così di affiancargli un secondo chitarrista, il suo amico David Gilmour, e nella primavera del 1968 decise di cacciarlo definitivamente. Fece in tempo a partecipare alla scrittura di alcune canzoni di A Saucerful of Secrets, il secondo album dei Pink Floyd e l’ultimo della fase cosiddetta “psichedelica”, che uscì pochi mesi dopo. L’entità del contributo di Barrett non è chiara: i crediti di “Jugband Blues”, la canzone che chiude il disco, sono però attribuiti a lui.
L’ingresso di Gilmour cambiò moltissimo il suono del gruppo, e prima della fase dei grandi concept album indirizzò temporaneamente i Pink Floyd verso il progressive rock, con dischi come Atom Heart Mother (1970), Meddle (1971) e Obscured by Clouds (1972).
Negli anni successivi Barrett provò a proseguire la sua carriera di musicista, ma con scarso successo di pubblico: nel 1970 pubblicò due dischi solisti, The Madcap Laughs e Barrett, la cui produzione fu faticosissima. La produzione del primo fu curata da diversi musicisti tra cui Waters e Gilmour, quella del secondo Gilmour e Wright. Ai tempi passarono inosservati, ma negli ultimi cinquant’anni sono diventati dei dischi di culto per gli appassionati, anche tra chi non ama il resto della produzione dei Pink Floyd.
Nel 1972 Barrett mise insieme una nuova band, gli Stars, che si sciolsero dopo qualche concerto in Inghilterra. Abbandonò del tutto la musica a metà degli anni Settanta, gli stessi in cui i Pink Floyd diventarono una delle rock band più celebrate e apprezzate di sempre.
Secondo uno degli aneddoti più citati della storia del rock il 5 giugno 1975, mentre Waters, Gilmour, Wright e Mason stavano registrando Wish You Were Here agli Abbey Road Studios di Londra, si presentò nella sala un uomo calvo e corpulento, con le sopracciglia rasate. I membri della band fecero fatica a riconoscerlo, ma era Barrett. Una delle canzoni più note del disco, “Shine On You Crazy Diamond”, è dedicata proprio a lui.
Dopo questa fase i problemi psichiatrici di Barrett, aggravati dal consumo di droghe, si acuirono: tornò a vivere a Cambridge, nella casa di famiglia. Abbandonò ogni progetto artistico e si tenne lontano dall’industria discografica, conducendo una vita isolata, dando pochissime notizie sul suo conto e dedicandosi alla fotografia e alla pittura. Ci rimase fino alla sua morte, avvenuta il 7 luglio 2006 per le complicazioni di un tumore al pancreas.
In generale le informazioni sulla vita di Barrett sono poche, dato che fu attivo come musicista per pochissimi anni e smise di parlare con la stampa già a partire dal 1971, quando cominciò a diradare le sue apparizioni pubbliche. Se ne è potuto ricostruire qualcosa in più l’anno scorso grazie al giornalista musicale Mark Blake, uno dei massimi esperti dei Pink Floyd, che nel libro Shine On – The Definitive Oral History ha divulgato per la prima volta una serie di lettere che Barrett scrisse tra il gennaio e il settembre del 1965 a Jenny Spires, la sua fidanzata del tempo.
In una di queste parlò della sua prima sessione di registrazione con Waters, Wright e Mason, che andò malissimo: scrisse di detestare il suono della propria voce, così come il piccolo studio di West Hampstead in cui provavano in quel periodo. In altre raccontava le sue preoccupazioni per il futuro, dalla decisione di abbandonare la scuola d’arte che frequentava al timore che, prima o poi, Waters e Mason potessero decidere di lasciare la musica per dedicarsi al loro vero lavoro, quello di architetti.
C’è anche una lettera in cui descriveva la convivenza con Waters in uno sgarrupato appartamento londinese: «Roger sa essere insopportabile, ma è un buon amico», scrisse.
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