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  • Martedì 21 ottobre 2025

Al Sole 24 Ore c’è un gran caos per un’intervista a Giorgia Meloni

Sono stati organizzati sei giorni di sciopero e i giornalisti stanno protestando platealmente: una situazione senza precedenti

L'insegna della vecchia sede del Sole 24 ore a Milano (ANSA/MATTEO BAZZI)
L'insegna della vecchia sede del Sole 24 ore a Milano (ANSA/MATTEO BAZZI)
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Sabato 18 ottobre i giornalisti del Sole 24 Ore, il principale quotidiano economico italiano, hanno scioperato: il sito è rimasto senza aggiornamenti e il giorno successivo il quotidiano non è uscito in edicola. Nelle prossime settimane sono previste altre 5 giornate di sciopero, un fatto molto inusuale per un giornale delle dimensioni del Sole, così com’è inusuale il motivo che l’ha causato.

È cominciato tutto venerdì, quando i giornalisti hanno indetto all’unanimità uno sciopero improvviso per impedire che il giornale uscisse in edicola il giorno dopo. La direzione aveva infatti affidato un’intervista alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sulla manovra di bilancio, non ai giornalisti che seguono abitualmente il governo ma a una collaboratrice esterna, Maria Latella, a lungo al Corriere della Sera e conduttrice televisiva piuttosto nota. Il direttore Fabio Tamburini ha deciso comunque di ultimare la lavorazione del quotidiano con i pochissimi giornalisti che non avevano aderito, e lo ha pubblicato lo stesso: anche questo è un fatto mai avvenuto al Sole.

Per un giorno, il quotidiano è andato quindi in edicola in un’edizione di appena 14 pagine, molte meno rispetto al solito (in giorni normali sono una cinquantina). Due contenevano l’intervista, le altre erano pagine “fredde”, come si usa dire nel gergo giornalistico, cioè prive di notizie di cronaca e di articoli sugli avvenimenti in corso. Lo stesso giorno l’intervista è stata ripubblicata anche sul sito della presidenza del Consiglio, un fatto che probabilmente indica che lo staff di Meloni ne ha gradito il tono e i contenuti.

In un comunicato, i giornalisti del Sole hanno chiesto scusa ai lettori per il «prodotto indecoroso», parlando di una «grave condotta antisindacale della direzione». Poi hanno aggiunto che «in un contesto che vede la premier sottrarsi spesso alle domande dei giornalisti fino ad arrivare addirittura a vantarsene», c’è il rischio di «approdare a una deriva nella quale gli interlocutori istituzionali si sceglieranno gli intervistatori e l’opinione pubblica potrà contare su un’informazione accuratamente selezionata e compiacente».

Il Sole 24 Ore ha come editore Confindustria, l’associazione che raggruppa gli imprenditori italiani, e la legge di bilancio e le sue implicazioni sono probabilmente – e comprensibilmente – i temi più seguiti dell’anno sul giornale, che ha un pubblico fatto in gran parte da imprenditori, professionisti ed esperti di economia. Il fatto che su un tema del genere si decida di fare intervistare Meloni a una persona esterna al giornale dice qualcosa sui rapporti sempre peggiori tra la presidenza del Consiglio e la stampa, ma dice anche qualcosa del momento non positivo del giornale. Scegliere una giornalista che non segue questi temi quotidianamente e in modo specialistico, dicono in redazione, ha come risultato un’intervista meno critica sui punti più controversi dell’azione del governo. E testimonia anche la volontà di Confindustria di ribadire i rapporti estremamente concilianti col governo, anche in virtù di un solido rapporto personale tra Meloni ed Emanuele Orsini, che di Confindustria è il presidente.

Episodi del genere non sono comunque del tutto nuovi al Sole 24 Ore. Già nel 2023 un’intervista a Meloni, che in quel caso spaziava dalla politica internazionale a quella interna, aveva causato malumore tra i giornalisti. Anche allora la ragione fu che a firmarla era stata una collaboratrice esterna, la stessa Maria Latella. Per protesta, la redazione aveva scelto di non firmare gli articoli del numero, che è un atto che i giornalisti possono decidere di adottare in segno di protesta, anche perché è piuttosto evidente per chi legge (in quel caso voleva indicare simbolicamente anche la svalutazione delle “firme” che i giornalisti ritenevano di aver subìto).

Nel novembre di cinque anni fa, inoltre, la redazione aveva “votato la sfiducia” al direttore Fabio Tamburini. La sfiducia è un atto non vincolante (secondo il contratto collettivo nazionale dei giornalisti, nominare e revocare un direttore spetta all’editore) che esprime un parere negativo dei giornalisti sull’operato complessivo o su singoli atti del direttore stesso. In quel caso il voto arrivò per l’“ingerenza” dell’editore nei contenuti del giornale: la redazione contestò alcune pagine speciali firmate da importanti esponenti di Confindustria, giudicate come una pratica che metteva a rischio l’autonomia redazionale.

Nel caso di questi giorni, la redazione ha chiesto e ottenuto che il direttore Fabio Tamburini spieghi all’assemblea dei giornalisti quanto è accaduto e ha deciso che esprimerà un voto di fiducia o sfiducia ai tre vicedirettori del giornale, che hanno lavorato per fare andare in edicola il quotidiano sabato 18 ottobre.

Il Sole 24 Ore vende circa 47mila copie al giorno, con una perdita del 9 per cento nell’ultimo anno. In circa dieci anni la redazione è passata da oltre 300 giornalisti a circa 160, anche perché molti sono andati in pensione e non sono stati sostituiti. La riduzione dell’organico ha portato a un miglioramento dei conti aziendali: nel 2021 il gruppo aveva una perdita di 21 milioni di euro, nell’ultimo bilancio 2024 ha fatto registrare un utile di 9,1 milioni. La cosa ha però avuto un rilevante effetto collaterale: il comitato di redazione (cdr), l’organismo sindacale, ha fatto notare che ci sono attualmente gravi carenze in alcuni settori di cui si occupa il giornale, e ha detto in un comunicato che è necessario «procedere ad assunzioni nel segno di riconosciute capacità professionali da destinare alle redazioni più in difficoltà (Esteri, Roma, Online)».

Tutte queste difficoltà, in ogni caso, non sono tali da spiegare la scelta di una persona esterna su un tema come la legge di bilancio. C’entrano semmai altri fattori: su tutti la tendenza di molti giornali ad assecondare le pretese della presidente del Consiglio pur di ottenere un’intervista esclusiva, che però riduce al minimo il contraddittorio nell’informazione.

Sul fatto che Giorgia Meloni e i giornalisti non vadano molto d’accordo ci sono infatti diverse evidenze. L’ultima risale al 19 agosto scorso, ed è testimoniata da un fuorionda alla Casa Bianca, la residenza del presidente degli Stati Uniti. Al termine dell’incontro tra Donald Trump e i giornalisti, Meloni aveva detto al presidente finlandese Alexander Stubb: «A lui (cioè a Trump) piace rispondere; io non voglio mai parlare con la stampa del mio Paese». Non era solo una battuta.

Nella conferenza stampa di fine anno in cui la presidente fa il punto con i giornalisti sull’azione di governo, Meloni ha esordito dicendo: «Non ritengo di dovermi difendere dal rappresentare un limite o un problema per la libertà di stampa e dunque per la democrazia. Il governo non vuole comprimere i diritti della stampa. E non è vero che non rispondo alle domande dei giornalisti. Nel 2024 ho risposto a 350 domande».

In realtà Meloni è piuttosto avara di risposte, e lo si è visto fin dall’inizio del suo governo. Nel suo primo viaggio internazionale, quello del novembre 2022 a Bali (in Indonesia) per il G20, concesse appena un paio di minuti per rispondere in tutto a tre domande. L’episodio più eclatante risale a un anno fa, durante il viaggio in Cina: al termine dell’incontro col presidente cinese Xi Jinping non furono previsti colloqui con la stampa e gli inviati italiani non furono ammessi nella residenza di Stato a Pechino. C’è stata poca comunicazione anche nelle sedi delle istituzioni europee, dove Meloni ha molto rarefatto la prassi che vuole che un capo di Stato informi la stampa nazionale sull’esito dei Consigli europei, per dare aggiornamenti.

In compenso, fin dai primi mesi di governo, Meloni ha saputo usare l’ospitalità che la stampa a lei più vicina ha voluto offrirle, cosa che non riguarda solo i quotidiani dichiaratamente schierati “a destra”. Nel solo 2023 sono apparsi sul Corriere della Sera quattro articoli a sua firma su argomenti diversi, senza la mediazione di alcun giornalista.