• Sport
  • Lunedì 5 febbraio 2024

Non c’è rugby senza birra

Il loro legame è culturale ma anche un'irrinunciabile fonte di guadagno, e i suoi risvolti problematici per la salute sono spesso sottovalutati

Toby Rudolf della squadra australiana Cronulla-Sutherland Sharks festeggia bevendo una birra davanti ai tifosi (Matt King/Getty Images)
Toby Rudolf della squadra australiana Cronulla-Sutherland Sharks festeggia bevendo una birra davanti ai tifosi (Matt King/Getty Images)
Caricamento player

Alla fine di una partita di rugby, molto spesso le due squadre si riuniscono per il cosiddetto terzo tempo, un momento conviviale in cui i giocatori avversari socializzano, mangiando e soprattutto bevendo qualcosa insieme: principalmente vino nei paesi mediterranei, birra in quelli anglosassoni. È una pratica diffusa sia a livello amatoriale sia nelle partite professionistiche più importanti come quelle del Sei Nazioni, il prestigioso torneo di rugby in cui si sfidano le sei migliori nazionali europee (Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda, Italia e Scozia) e che si sta giocando in questi giorni.

Il terzo tempo è organizzato dalla squadra di casa ed esiste sin dagli inizi del rugby, quindi dall’Ottocento. Le origini britanniche del rugby e questa tradizione hanno da subito legato strettamente lo sport al consumo di birra e l’unione è rimasta salda fino ai giorni nostri. Oggi i giocatori e soprattutto i tifosi bevono abitualmente birra in occasione delle partite (i giocatori chiaramente solo dopo la fine degli incontri), a volte tanta birra, e un rapporto così stretto con una bevanda alcolica è per ragioni evidenti anche piuttosto controverso.

Durante l’ultima Coppa del Mondo, giocata in Francia nell’autunno del 2023 e vinta dal Sudafrica, le vendite nei pub inglesi sono aumentate del 16 per cento nei giorni in cui giocava l’Inghilterra, con la birra nettamente prima tra le bevande più scelte. Durante la partita tra Sudafrica e Scozia, giocata a Marsiglia, sono stati venduti 90mila bicchieri di birra, un record anche per i Mondiali di rugby. Le aziende produttrici di birra sponsorizzano da sempre le squadre, le nazionali e i tornei di rugby. Solo per fare due esempi: in Italia, la birra Peroni Nastro Azzurro è partner della Federazione, mentre la Guinness è il principale sponsor del Sei Nazioni maschile e femminile (i nomi ufficiali delle competizioni sono infatti Guinness Men’s Six Nations e Guinness Women’s Six Nations).

Nel rugby, insomma, la birra è ovunque. Oltre a essere parte di un’usanza collettiva è anche un business, sia ai massimi livelli, per i soldi portati dagli sponsor, sia per i club amatoriali, che spesso si sostengono finanziariamente con i guadagni delle vendite al bar il giorno delle partite.

Un brindisi con due bottiglie di birra in spogliatoio tra gli inglesi Owen Farrell e Manu Tuilagi dopo una partita contro Samoa ai Mondiali del 2023

Un brindisi con due bottiglie di birra in spogliatoio tra gli inglesi Owen Farrell e Manu Tuilagi dopo una partita contro Samoa ai Mondiali del 2023 (Dan Mullan/Getty Images)

Questa relazione ha però anche dei risvolti negativi, soprattutto sul piano sanitario e dell’ordine pubblico. Nel 2022 la Welsh Rugby Union, la federazione rugbistica gallese, decise di chiudere i bar durante il secondo tempo delle partite casalinghe della nazionale, giocate al Principality Stadium di Cardiff, e di abbassare la gradazione delle birre servite. Nelle partite precedenti, infatti, c’erano stati diversi disordini provocati da tifosi ubriachi, tra i quali due invasioni di campo. In quel periodo l’Institute of Alcohol Studies, un organismo indipendente che esamina gli effetti dell’alcol nella società britannica, chiese di porre fine alla «relazione intima» tra l’alcol e il rugby.

«La normalizzazione del consumo eccessivo di alcol legato allo sport contrasta con i benefici per la salute che derivano dalla partecipazione allo sport stesso», disse in quell’occasione la responsabile delle ricerche all’Institute of Alcohol Studies, Sadie Boniface. Per quanto ci siano prove che bere un bicchiere di birra dopo aver fatto attività fisica non sia eccessivamente nocivo, e anzi aiuti a reintegrare certe sostanze consumate durante lo sforzo, bere alcolici a lungo termine è dannoso per tutti e non ci sono benefici veri per gli sportivi.

I rugbisti sin da ragazzi sono portati a bere birra perché rientra nella liturgia collettiva di questo sport, alla quale devono prendere parte per non sentirsi esclusi. Tra gli sportivi poi sono solitamente quelli che hanno più problemi con l’abuso di alcolici dopo essersi ritirati. Nel 2021 uno studio sul rapporto tra il rugby e gli sponsor di bevande alcoliche in Nuova Zelanda, un paese che ha una delle migliori nazionali di rugby al mondo, stimò che due giocatori neozelandesi su cinque fossero «bevitori problematici» secondo gli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Nel libro A Whole New Ball Game di Paul Thomas, l’ex dottore della nazionale John Mayhew e l’ex allenatore Andrew Martin dissero che i giocatori della nazionale neozelandese bevevano pesantemente. Molti di loro risposero alle accuse difendendo il diritto di bere una birra dopo una partita, e dicendo che bere con i compagni di squadra non è diverso da quello che si fa in altri contesti lavorativi con i colleghi dopo una settimana di lavoro.

Un tifoso sugli spalti durante la partita tra Fiji e Georgia ai Mondiali del 2023

Un tifoso sugli spalti durante la partita tra Fiji e Georgia ai Mondiali del 2023 (Catherine Ivill/Getty Images)

Il terzo tempo rimane un unicum nello sport: il contrasto tra la durezza con cui i giocatori di rugby si affrontano durante la partita e la convivialità con la quale dopo si ritrovano insieme è una delle cose più apprezzate da chi lo segue. Bere una birra alla fine di un allenamento o di una partita, con i compagni o con gli avversari, può essere uno strumento di socializzazione e di distensione, soprattutto per uno sport molto esigente a livello fisico e mentale come il rugby. Allo stesso tempo, però, alla crescente consapevolezza sui problemi che questo rapporto può comportare le federazioni e i club di rugby non hanno mai affiancato proposte e soluzioni per promuovere un consumo più consapevole di birra, soprattutto legato alle partite di rugby. I motivi sono in gran parte commerciali: escludere la birra dal rugby sarebbe una grossa perdita a livello economico, e forse anche un problema per il suo sostentamento.

Anche a livello istituzionale non sembra esserci grande consapevolezza del problema. Ai Mondiali giocati lo scorso autunno per esempio i tifosi inglesi arrivati in Francia per seguire la propria nazionale si erano molto lamentati della scarsa organizzazione, citando il fatto che a una partita fosse finita la birra: se ne parlò sui giornali di mezzo mondo e con un certo clamore, al punto che le istituzioni coinvolte si sentirono in dovere di giustificare l’accaduto. Nessuno però arrivò a indicare il problema sanitario che emergeva da quella notizia, e cioè il consumo eccessivo di birra da parte dei tifosi.

La ministra dello Sport francese, Amélie Oudéa-Castéra, parlò col Financial Times per assicurare pubblicamente agli inglesi, tra le altre cose, che la birra non sarebbe più mancata. L’amministratrice delegata dell’organizzazione di quei mondiali, Julien Collette, riconobbe che i tifosi avevano «bevuto molto di più» del previsto, stabilendo persino un nuovo record di bicchieri venduti in una sola partita (90mila contro i 50mila del record precedente, c’entrava comunque anche il caldo eccezionale), ma la sua conclusione fu: «L’esperienza dei tifosi è al centro delle nostre preoccupazioni e comprendiamo la loro delusione». Sembrava insomma che istituzioni e organizzatori sentissero più la pressione di continuare a far bere le persone che quella di mantenere l’ordine pubblico o di tutelare la loro salute.

Un tifoso ubriaco sugli spalti durante una partita di rugby, e gli amici che gli impilano in testa dei bicchieri vuoti

Un tifoso ubriaco sugli spalti durante una partita di rugby, e gli amici che gli impilano in testa dei bicchieri vuoti (EPA/JEROME FAVRE)

A giugno invece il presidente francese, Emmanuel Macron, fu molto criticato per un video in cui si scolava d’un fiato una bottiglia di birra in 17 secondi, incoraggiato dai giocatori e dallo staff della squadra di rugby del Tolosa che aveva incontrato per congratularsi della loro vittoria del campionato francese.

È uscita di recente sulla piattaforma di streaming Netflix la serie Six Nations: Full Contact, che racconta il dietro le quinte del Sei Nazioni 2023 alternando interviste esclusive ai giocatori e agli allenatori con immagini di gioco, in uno stile ormai consolidato per queste docu-serie sportive (ma per qualcuna forse più noioso che per altre). Parlando degli obiettivi della serie in un’intervista con il sito On Rugby, il producer James Gay-Rees aveva citato lo sforzo di andare oltre gli stereotipi: «Credo che ci siano delle idee sbagliate nei confronti del rugby: c’è ancora chi pensa che i rugbisti siano dei ragazzoni che bevono tanta birra e cose del genere. Per questo volevamo proporre un’ampia rosa di personaggi e rendere questo sport più riconoscibile e comprensibile».

La serie tenta in effetti di raccontare la complessità emotiva dei giocatori di rugby e le loro difficoltà quotidiane, parlando tra le altre cose della loro salute mentale (con l’irlandese Andrew Porter o con il numero 9 dell’Italia, Stephen Varney). Il tema rimane piuttosto superficiale e marginale nell’equilibrio della serie, mentre il problema dell’alcol e dell’abuso di birra non viene affrontato per niente. Ci sono invece diverse immagini dei giocatori che festeggiano le vittorie delle partite bevendo negli spogliatoi, in un modo che rischia di rafforzare ulteriormente nell’immaginario comune il legame controverso tra il rugby e la birra.