Prima l’italiano

«Il nostro fortunato bilinguismo di partenza minaccia di essere travolto da un ibrido approssimativo, più spiccio, più incolto e molto poco promettente. Potremmo definirlo italiesco: non più romanesco (o veneto, siciliano, ligure…) ma parecchio distante dall’italiano. Ha aggravato la situazione l’ascesa al potere di Giorgia Meloni e del suo gruppo di amici. Sarebbe anche pittoresco, non fosse che l’italiesco, quell’idioma di gruppo, è diventato la lingua che governa il nostro Paese»

La Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni alla parata per la Festa della Repubblica. Roma, 2 giugno 2023 (Filippo Attili/Ufficio Stampa Palazzo Chigi/ansa)
La Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni alla parata per la Festa della Repubblica. Roma, 2 giugno 2023 (Filippo Attili/Ufficio Stampa Palazzo Chigi/ansa)
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Non si dice sosciale, si dice sociale. Non si dice subbito, si dice subito. Non si dice mejo, si dice meglio. Non si dice sindagado, si dice sindacato. Non si dice disce, si dice dice.

Borbotto davanti alla televisione la mia irritazione di fronte a politici, conduttori di telegiornale, ospiti illustri e semi-illustri (e meno colpevolmente tutta la ordinary people che ha accesso stabile ai media di ogni ordine e grado) che parlano non in romanesco o in altro dialetto – che hanno tutta la dignità delle lingue local – ma in uno stracco italiano pronunciato, nel caso in questione, da romani e affini che non hanno voglia, anzi voja di pronunciarlo come dovrebbe essere pronunciato.

Noi italiani avremmo a disposizione, volendo, ben due lingue, il dialetto e l’italiano. Una locale e una nazionale. Molto diverse l’una dall’altra, e complementari. Il dialetto, per generazioni, è stato per moltissimi la lingua madre, il suono ninnante dell’infanzia, del casolare, del cortile, la voce grata che ci accolse tutti o quasi. Zvanì, non Giovannino, è Pascoli nei Canti di Castelvecchio quando gli urge far rivivere l’immagine remota, anzi il suono remoto, del sé bambino. L’italiano invece è la lingua della scuola, del lavoro, dei libri, della Costituzione, delle leggi, dei tribunali e del discorso pubblico, diciamo la lingua adulta. L’italiano si impara: a differenza del dialetto che si assorbe, nella prima infanzia, quasi per osmosi.

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Fino a un paio di generazioni fa, a parte chi aveva avuto la sorte di udire le sue prime parole in famiglie acculturate, e non era la maggioranza, si nasceva nella prima lingua, quella locale, anche nelle città. E si approdava poi alla seconda, quella nazionale. C’era una partenza e c’era un arrivo. Era un percorso, e lo si faceva soprattutto attraverso la scuola, un tempo affiancata dalla televisione pubblica (ora non più); attraverso il lavoro, se non  troppo di bottega o di vicolo, e alle nuove relazioni sociali che comporta; infine grazie ai consumi culturali, che per quanto modesti possano essere rimandano a una sola lingua comune, che è l’italiano – l’eccezione che conferma la regola è una branca del cinema, la commedia detta “all’italiana”, da sempre molto permeabile ai dialetti e spesso in funzione caricaturale, di ammiccamento al “basso”. Il dialetto ha poi perduto in parte la sua presa, specialmente nelle zone urbane e nelle nuove generazioni. Ma è ancora largamente parlato, conservando un forte potere di contaminazione sulla lingua nazionale.

Ora, io non sono un linguista, ma ho passato buona parte della mia vita a scrivere, parlare e sentir parlare. E la mia sensazione, che qui avanzo nella speranza (gracile) di essere smentito, e che ovviamente non ha alcuna pezza d’appoggio statistica o scientifica, si fonda solamente sulla percezione dei suoni che mi circondano, e forse anche su una certa insofferenza senile (non è vero che invecchiando si diventa più tolleranti…); la mia sensazione, dicevo, è che il nostro fortunato bilinguismo di partenza minaccia di essere travolto, o forse lo è già stato, da un ibrido approssimativo, più spiccio, più incolto e molto poco promettente. Potremmo definirlo italiesco: non più romanesco (o veneto, siciliano, ligure…) ma parecchio distante dall’italiano. È come sentire una sonata per pianoforte eseguita con una zampogna: per quanto volonteroso sia il suonatore, o si procura un pianoforte e prende un paio di lezioni, o è meglio che ci faccia sentire qualcosa del repertorio, degnissimo, degli zampognari. Certo non lo biasimeremo perché zampognaro; lo biasimiamo, o peggio ridiamo di lui, se, con la zampogna, pretende di eseguire Schubert.

La schiacciante prevalenza dell’italiesco di origine romana (Roma e contado, soprattutto contado) è solo una parte dell’irresistibile affermazione di tutti gli altri italieschi regionali; ma è, diciamo così, l’aspetto più emblematico, perché la decadenza della Capitale è, proverbialmente, specchio della malattia di un Paese; nonché il sintomo più invadente, perché là c’è il potere e di là si irradia ovunque la sua voce. Il decadimento dell’italiano della Rai ha proceduto di pari passo con la perdita della centralità e dell’identità di quella che è, almeno in teoria, la prima azienda culturale del Paese. Ex maestra di buona pronuncia, oggi è arresa, probabilmente senza accorgersene, alla sua romanità ciabattona e sottogovernativa. Impossibile non citare Raisport, che sembra costituita, a giudicare da quanto si vede e si sente in video, con criteri di rigida selezione etnico-linguistica, così che anche una gara di slalom gigante, o di salto dal trampolino, può sembrare, se ci si dimentica di levare il sonoro, una pagina del Rugantino.

Ha aggravato la situazione, e di parecchio, una contingenza recente, sfortunata e però assai significativa, l’ascesa al potere di Giorgia Meloni e del suo gruppo di amici, molto compatto non tanto per via di Atreju quanto per il tenace accento regionale (è un milieu ben più amatriciano che gotico, a conti fatti). Sarebbe anche pittoresco, non fosse che quell’idioma di gruppo è diventato la lingua che governa il nostro Paese. L’italiesco è la lingua della presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica. Fa pensare.

L’italiesco di tipo romano, nel paesaggio sonoro pubblico, è, come detto, straripante. Ma di veneti, piemontesi, liguri, siciliani, pugliesi, umbri, lombardi che si sono stufati di inseguire la pronuncia italiana – per loro ostica quanto il latino doveva essere per le tribù via via conquistate da Roma – e parlano dunque il loro italiesco caleidoscopico, valle per valle, contrada per contrada, se ne sentono tanti, anche in Parlamento.

Difficile immaginare un deputato leghista che legge correttamente una poesia di Carlo Porta, così come non ci si aspetta dall’entourage meloniano che qualcuno abbia pratica di Trilussa o del Belli; non è in atto un ribaltone culturale, dunque, non la revanche travolgente degli idiomi locali che la toponomastica leghista cerca pateticamente di fissare in quei cartelli bilingui che mettono tristezza all’ingresso di paesoni spesso tristi; no, non è la Vandea che si ribella a Parigi. Siamo di fronte a una doppia rinuncia, tanto al dialetto quanto all’italiano, alla lingua delle radici e a quella dell’approdo nazionale. Come se fossimo rimasti a mezza via, confusi lungo quel transito. Incapaci di tornare indietro così come di arrivare alla meta. Non più Zvanì, e molto lontani da diventare finalmente Giovanni.

Spesso mi sento bacucco, e forse anche ridicolo, nella mia pretesa di tutelare e promuovere una forma – l’italiano – che sembra diventata lo stretto appannaggio di una élite intellettuale. Ho ascoltato di recente alcune vecchie dichiarazioni di Achille Mauri, che fu un grande editore ed era milanese fino al midollo, e mi ha impressionato la perfezione della sua pronuncia italiana: impossibile leggervi, anche in filigrana, tracce di accento locale. E potrei citare almeno un paio di conduttori di Radiotre (anzi, una la cito: Florinda Fiamma) che ancora parlano il vecchio, impeccabile “italiano della Rai”, musica per le mie orecchie. Ma Achille Mauri era un intellettuale, e Radiotre è Radiotre. Che l’italiano sia diventato una lingua castale? Libresca? Escludente? Il modo di parlare degli eruditi e degli scribi che ne fanno sfoggio in segno di separazione stizzosa da una società che, ormai da tempo, li considera zavorra? Un coperchio che è saltato dalla pentola ribollente che pretendeva di contenere gli umori popolari più refrattari alle rotture di coglioni (cojoni), tipo cercare di emanciparsi dal cortile, dalla piazzetta, dal tinello di mamma e di nonna, e provare, almeno provare a sentirsi parte di una comunità più ampia?

Eppure ci furono anni, lunghi anni, nei quali l’italiano procedeva spedito, e su vasta scala, non negli orticelli accademici ma nel vasto campo dell’educazione popolare, verso la propria affermazione come lingua di tutto un popolo, non più solo delle élites. Impossibile non tornare, alla luce del “suono” vernacolare che produce la Rai dei nostri giorni, all’italiano della Rai dai Cinquanta ai Settanta, prima che Berlusconi la ammazzasse e prima che una disgraziata voga critica, stravincente, decidesse che “pedagogico” era l’insulto definitivo per qualunque forma di entertainment (perfino le trasmissioni culturali, guai se avevano un tono “pedagogico”).

Dalle annunciatrici ai conduttori di tigì, dai giornalisti ai telecronisti – dunque i lavoratori della parola pubblica – le parole erano pronunciate, una per una, come se esistesse una sola forma legittima, un dress-code verbale imposto dalla necessità di offrire a un popolo difforme, proveniente da idiomi locali anche molto lontani l’uno dall’altro, un metro linguistico uguale per tutti. Tanto è vero che facevano spicco – come concessioni al “pittoresco”, e come eccezione alla regola – le poche trasmissioni, una per tutte Novantesimo minuto, nelle quali gli speaker locali, collegati dal loro stadio e dunque all’ombra del campanile, erano ammessi alla diretta nazionale anche se parlavano come macchiette regionali. Ma quello era il Bar Sport.

Quel processo di italianizzazione degli italiani non era solo di unificazione linguistica. Era parte di un sentimento di progresso e di emancipazione: di miglioramento culturale e sociale. Se prima erano stati il servizio militare, la trincea e la guerra a creare una promiscuità tra diversi, a “fare gli italiani”, in quel magic moment della nostra storia nazionale furono Lascia o raddoppia?, il telegiornale, le telecronache delle partite di calcio a guidare il lungo corteo di popolo verso la maturazione linguistica.

Era un italiano di pace, di prosperità e di unità. Ed era un buon italiano: normale, “neutro”, senza pomposità declamatorie, però mondato dalle cadenze regionali. L’italiano delle “signorine buonasera”, che non erano accademiche della crusca, nemmeno primattori come Gassman e Albertazzi: erano pubbliche funzionarie impegnate a dare il buon esempio. Magari rimaneva, in sottofondo, una leggera cadenza, una spolveratura appena percettibile, che a un orecchio attento rivelava il punto di partenza. Il paradigmatico maestro Manzi (dovrebbe avere una statua in ogni piazza, come Garibaldi) pronunciava il suo educatissimo italiano con una leggera cadenza meridionale. Ma l’approdo, indiscutibile e indiscusso, era la forma compiuta della lingua nazionale. A quello si tendeva. Era quello che ci si era proposti di imparare.

Poco dopo Non è mai troppo tardi (1960) arrivò la scuola dell’obbligo (1963), e alle tappe dell’acculturazione nazionale possiamo sicuramente aggiungere la vittoriosa lotta sindacale per le “Centocinquanta ore” (1973). L’idea, diffusa e corroborante, era che imparare l’italiano volesse dire entrare nei tempi moderni. L’Erasmus dei nostri nonni, la loro sprovincializzazione, fu il televisore a valvole. Si lasciava il casolare e si entrava, tutti insieme, nel condominio della modernità.

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Il brutale sradicamento di un popolo di contadini dai propri luoghi e dai propri suoni poteva avere un immediato risarcimento materiale, il benessere, e un risarcimento morale di più lungo respiro, diventare cittadini di uno stesso luogo, la Repubblica, ovviamente parlando tutti una stessa lingua, l’italiano. Come i “cafoni” che Giuseppe Di Vittorio convinse a entrare in città con il cappello in testa, alla maniera dei signori, e imparando a leggere e a scrivere così come fece lui, bracciante quattordicenne, leggendo, pagina dopo pagina, il dizionario della lingua italiana. (Nel caso fosse solo un mito edificante, quello del ragazzino analfabeta che impugna il dizionario come un’arma rivoluzionaria, è un mito assai efficace, molto ben temperato).

Secondo me, alla fine, non ce l’abbiamo fatta. Ma con il passare degli anni mi capita di considerare che questa frase, «non ce l’abbiamo fatta», non comporta necessariamente uno sguardo intransigente, un giudizio severo. A “non farcela” sono anche i deboli, gli svantaggiati, quelli che ci hanno provato ma non ci sono riusciti. Il nostro salto nella modernità è stato vertiginoso. Un popolo di migranti e di contadini, con una borghesia gracile, con una soggezione profonda alla Chiesa (che non definirei, sperando che nessuno si offenda, un motore di progresso), con un tasso di analfabetismo molto alto, reduce da una dittatura volgare oltre che violenta, si è buttato nella seconda metà del Novecento con entusiasmo e speranza. Una Costituzione di altissimo profilo, scritta in un italiano chiaro e impeccabile, e una forte spinta, sindacale e politica, all’emancipazione sociale, non sono bastate.

Quando sento parlare certi deputati e senatori (senatori!) che sembrano sortiti, poveracci, da una rassegna di macchiette dialettali – mica solo il proverbiale Razzi – penso che magari ci hanno provato, a darsi una Forma. Ma non ci sono riusciti. Non ci siamo riusciti, se non in modo discontinuo, e in parte esigua. Forse era troppo lungo il passo da fare. Il nostro tasso di scolarizzazione (diplomati e laureati) è ancora oggi tra i più bassi d’Europa perché era bassissimo già in partenza – il maratoneta che parte un chilometro indietro rispetto agli altri difficilmente può recuperare lo svantaggio. L’arricchimento economico non è automaticamente connesso all’aumento del livello culturale – già negli anni Novanta la sociologia cominciò a occuparsi del fenomeno, tutto italiano e prevalentemente padano, della descolarizzazione da benessere: studiare non serve a niente, vai a lavorare che porti a casa gli schei.

La nostra unità nazionale è così recente che nonni e bisnonni di parecchi di noi non nacquero in Italia, ma in uno degli Stati e staterelli che la scomponevano. E la lingua italiana, come ci insegnarono a scuola, ha assunto una veste nazionale solo in tempi molto più prossimi rispetto alle altre lingue europee. Bisogna aspettare l’Ottocento per leggere qualcosa che assomiglia molto all’italiano moderno. E abbiamo dovuto aspettare la seconda metà del Novecento per tentare la costruzione di un’Italia scolarizzata e, se non colta, perlomeno istruita.

Il mito delle “eccellenze”, che ci costringe a fingerci rinascimentali anche quando siamo la Santanché (ah, quella Venere del Botticelli cartoonizzata, che simulando goffamente grandezze passate non fa che rendere evidente la pochezza del presente), è un alibi che non regge più.

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E dunque, per farla breve, sempre più spesso, di fronte all’italiesco governativo e agli svariati italieschi televisivi, l’irritazione sfuma presto in frustrazione e quasi in compassione per esserci sottoposti, come popolo nel suo complesso, a una fatica superiore alle nostre forze. No che non ce la possiamo fare, a parlare di politica e non di polidiga, perché i primi a dire polidiga sono proprio i polidisci. Una classe dirigente così afflosciata non può che essere espressione di un popolo stanco, e forse troppo vecchio per reagire alla stanchezza.

Tento un finale ottimista. Se l’italiano degli italiani è mediocre, ripiegato su sé stesso, forse quello nuovo, maldestro e goffo degli immigrati, potrà riaprire un percorso di alfabetizzazione simile a quello, così energico, del nostro Dopoguerra. Sento un siriano e un indiano cercare di intendersi, per faccende di lavoro, e per farlo usare la nostra lingua, con una pronuncia inverosimile, eppure con esito efficace, e con coraggio ammirevole.

Mi emoziona non poco pensare all’inaspettata urgenza (noi invece non abbiamo più urgenza di niente) di imparare l’italiano che hanno i nuovi abitanti del nostro Paese: per loro diventerà la lingua comune. La ibrideranno, la cambieranno ma le restituiranno il vigore perduto, e scommetto che il primo sottosegretario di origini senegalesi della Repubblica italiana parlerà un italiano migliore di un bergamasco o di uno di Frascati. Magari avrà, il suo italiano, una leggera coloritura di accento francese, perché il mondo è più grande dei nostri cortili.

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Michele Serra
Michele Serra

È nato a Roma nel 1954, ha vissuto quasi sempre a Milano e ora abita in Appennino. Giornalista, scrittore, autore teatrale, scrive su Repubblica la rubrica l’Amaca e sul Post la newsletter Ok Boomer!. È stato autore televisivo lavorando con Gianni Morandi, Adriano Celentano e Fabio Fazio. Tra i suoi libri di maggior successo, tutti editi da Feltrinelli: Canzoni politiche (2000), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), Le cose che bruciano (2019) e il romanzo per ragazzi Osso, anche i cani sognano (2021).

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