Ci sono anche psicopatici di successo

Alcuni studi cercano da tempo di estendere la descrizione delle tendenze psicopatiche, ipotizzando che non riguardino soltanto serial killer e persone violente

ufficio Londra
La facciata esterna di un ufficio a Londra, il 14 settembre 2020 (Dan Kitwood/Getty Images)
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Nel linguaggio comune esiste una tendenza abbastanza diffusa a definire “psicopatiche” persone che presentano un insieme di caratteristiche eterogenee, ma che in generale sono percepite come problematiche, aggressive o pericolose, a seconda dei casi. E di solito l’utilizzo di questo aggettivo non ammette molte sfumature: o si è o non si è psicopatici. Ma in ambito scientifico la psicopatia è una categoria molto più generica e incerta, e non è considerata in sé una malattia mentale, pur essendo un potenziale indicatore di disturbi in grado di influenzare i comportamenti dell’individuo nella società e le sue condizioni psichiche.

Da una quindicina di anni un gruppo di ricerche scientifiche con un approccio dimensionale anziché “binario” cerca di mettere in discussione l’idea che la psicopatia sia un attributo che può essere soltanto o presente o assente. E suggerisce che i tratti e i sintomi che la caratterizzano siano diffusi nella popolazione più di quanto si creda, associati alla personalità di ciascun individuo fin dall’adolescenza e dalla prima età adulta, e tendenzialmente distribuiti lungo ampie scale di intensità. Una persona, in altre parole, può essere lievemente o gravemente psicopatica. E non è detto che esserlo lievemente comporti un’alterazione psichica tale da compromettere la vita sociale dell’individuo.

Secondo alcuni ricercatori e ricercatrici nel campo della psicologia e della psichiatria l’attenzione prevalente ai comportamenti psicopatici violenti e criminali nel Novecento ha reso marginale lo studio di un’altra categoria abbastanza ampia di persone psicopatiche, cioè quelle «di successo»: persone con tendenze psicopatiche ma la cui personalità nella maggior parte dei casi non genera sofferenza, e che anzi in alcuni casi riescono a trarre beneficio da quei tratti. Ma dal momento che non esiste un consenso riguardo alle caratteristiche che distinguono gli psicopatici di successo da tutti gli altri sta emergendo da alcuni anni una tendenza a studiare quei tratti con maggiore cautela, evitando sia di celebrarli che di stigmatizzarli.

Nello stesso filone di ricerche recenti che hanno esteso la descrizione delle tendenze psicopatiche si inserisce peraltro una serie di studi già oggetto nel 2014 di un libro del giornalista e scrittore gallese Jon Ronson, Psicopatici al potere. Nel libro, risultato di conversazioni con psicologi, esperti e manager, Ronson sollevò una serie di dubbi sulla possibilità di tracciare confini netti nella definizione di psicopatia. Descrisse quindi il potere manipolatorio e di seduzione di cui si servono le persone psicopatiche per controllare le altre persone e soddisfare il proprio ego. E mostrò come alcuni di quei tratti permettano alle persone di trovarsi a loro agio in posizioni di potere politico o economico.

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Nelle attuali classificazioni internazionali la psicopatia non esiste in senso stretto, se non come indicatore di altri disturbi psichici. Nella quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-V) è associata al disturbo antisociale di personalità (DAP), definito come «un quadro caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti degli altri». Come altri disturbi di personalità, il disturbo antisociale di personalità «esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio o menomazione», oltre che comportamenti marcatamente devianti rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo. Ma nonostante siano stati e siano ancora spesso utilizzati come sinonimi, disturbo antisociale di personalità e psicopatia non definiscono lo stesso quadro, da cui l’ambiguità della definizione stessa di psicopatia.

Gli studi più recenti sugli psicopatici di successo richiamano in parte alcune tesi contenute in uno dei libri più importanti e citati nella storia della ricerca psichiatrica sulla psicopatia, scritto nel 1941 dall’influente psichiatra statunitense Hervey Cleckley: La maschera della salute. Secondo Cleckley la persona psicopatica è in grado di mostrare un normale «funzionamento sociale», quantomeno nella valutazione tramite criteri psichiatrici standard, ma è anche persuasiva, egocentrica, priva di scrupoli e impulsiva: possiede cioè diversi tratti di una personalità antisociale.

A differenza di altri psichiatri che dopo di lui studiarono la psicopatia prevalentemente nelle carceri, contribuendo ad associarla a comportamenti criminali e violenti sia nell’opinione pubblica che nell’approccio accademico, Cleckley trasse molte delle sue intuizioni dall’osservazione di persone nei centri di cura psichiatrica. Lì incontrò persone in grado di nascondere e controllare gli aspetti peggiori della loro personalità e del loro comportamento, e ipotizzò che quella capacità fosse diffusa anche nella società e in diversi contesti professionali di prestigio. Delineò, per esempio, il profilo di un uomo d’affari psicopatico che lavorava alacremente e la cui vita sembrava del tutto normale, tranne che per i continui tradimenti coniugali, l’insensibilità verso le altre persone, la spregiudicatezza e l’alcolismo.

Il lavoro di Cleckley fu in parte ripreso soltanto negli anni Settanta, dallo psicologo canadese Robert D. Hare, ideatore della PCL-R, la Psychopathy Checklist, un test per diagnosticare la psicopatia attraverso il punteggio ottenuto valutando 20 elementi del carattere di una persona. Hare associò all’individuo psicopatico comportamenti antisociali e specifici tratti di personalità, come il disprezzo per i diritti e i sentimenti delle altre persone e l’incapacità di provare compassione e rimorso.

Le intuizioni di Cleckley e Hare sono considerate fondamentali e influenti nelle ricerche più recenti sulla psicopatia perché permisero di studiarla nella popolazione generale, selezionata per particolari tratti della personalità, e analizzare quindi anche il comportamento di persone con psicopatia lieve o di successo. «La maggior parte degli individui psicopatici vive intorno a noi», ha detto alla rivista Knowable Magazine Désiré Palmen, ricercatrice di psicologia clinica presso la Avans University of Applied Sciences nei Paesi Bassi.

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Secondo l’approccio più comune la psicopatia è un insieme di diversi tratti di personalità che interagiscono tra loro. Nel modello tradizionale, in parte sviluppato a partire proprio dalle tesi di Hare, i due tratti fondamentali sono la disinibizione, cioè la mancanza di controllo degli impulsi, e la meschinità (meanness), cioè la ricerca aggressiva di risorse senza il rispetto per le altre persone. La presenza di alti livelli di disinibizione e meschinità induce le persone a provare un’empatia molto limitata o nulla, e ha spesso conseguenze violente.

L’orientamento più recente, basato sul cosiddetto modello di psicopatia triadico (TriPM), suggerisce tuttavia l’integrazione di un terzo fattore nel modello tradizionale: l’audacia (boldness). Secondo lo psicologo clinico della Florida State University Christopher Patrick, autore di un articolo sulla psicopatia pubblicato nel 2022 sulla rivista Annual Review of Clinical Psychology, l’audacia del modello triadico sarebbe costituita da una forma di coraggio espresso nelle interazioni con le altre persone, e una tendenza a non essere facilmente intimiditi e a essere più assertivi e dominanti.

Una persona audace non è necessariamente psicopatica, secondo questo modello, ma una persona con alti livelli di audacia, meschinità e disinibizione potrebbe essere in grado di usare la propria sicurezza sociale per nascondere gli altri tratti più estremi della sua personalità ed eccellere in posizioni di leadership. È possibile anzi che un alto livello di altri tratti tradizionalmente associati alla psicopatia, secondo questo modello, sia strettamente correlato alla capacità di ottenere successo in determinate professioni.

La meschinità, per esempio, si manifesta spesso come una mancanza di empatia. E nelle aziende è spesso richiesta in alcuni ruoli la capacità di agire sotto pressione e prendere decisioni rapidamente e spietatamente, senza cioè mostrare alti livelli di empatia, ha detto a Knowable Magazine Louise Wallace, docente di psicologia forense alla University of Derby, in Inghilterra.

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Per dimostrare come alcuni tratti della personalità psicopatica possano fornire un vantaggio selettivo in alcuni ambienti aziendali, uno studio del 2016 analizzò il comportamento dei dipendenti di un’agenzia pubblicitaria australiana, misurando i livelli di psicopatia attraverso due diversi test di valutazione sviluppati a partire dal modello di Hare (il PCL-R). Scoprì che i dirigenti con più anzianità di servizio ottenevano punteggi più alti rispetto al personale più giovane nelle misurazioni dei comportamenti associati ai tratti psicopatici, tra cui essere persuasivi e affascinanti, ma anche egocentrici, spietati e incapaci di provare rimorso.

Uno studio della Ontario Tech University, pubblicato nel 2019, analizzò una serie di annunci di lavoro di varie aziende – del settore sanitario, tecnologico, dei media, dei trasporti e di altri settori – e scoprì che in alcuni casi il linguaggio utilizzato per descrivere i candidati ideali era in grado di attrarre persone psicopatiche. In un caso eccezionalmente esplicito in un annuncio pubblicato nel 2016 un’azienda inglese aveva definito la posizione per cui ricercava candidati «psicopatica superstar responsabile delle vendite in una nuova azienda dei media». E più in basso aveva scritto: «Non stiamo cercando uno psicopatico, ma qualcuno con alcune delle qualità positive che hanno gli psicopatici».

Alcune ricerche hanno poi ipotizzato che altri tratti comuni nelle tendenze psicopatiche, in particolare l’audacia e l’inclinazione a correre dei rischi, siano associati a un maggiore impegno in atti altruistici e di eroismo quotidiano. In uno studio del 2018 il personale di primo soccorso ottenne rispetto al resto della popolazione punteggi significativamente più alti nella misurazione dell’audacia, della tendenza alla leadership e alla ricerca di sensazioni forti, e di altre variabili associate alla psicopatia.

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L’idea che alcuni tratti della personalità psicopatica possano anche portare a comportamenti prosociali, e non soltanto antisociali, è tuttavia criticata in alcuni studi che contestano l’inclusione dell’audacia come tratto significativo. Per uno di questi, condotto nel 2021, un gruppo di ricerca della University of Georgia chiese a 1.015 studenti di esprimere accordo o disaccordo con affermazioni che misuravano i tratti del modello triadico della psicopatia: meschinità («Non mi importa se qualcuno che non mi piace si fa male»), disinibizione («Ho preso dei soldi dalla borsa o dal portafoglio di qualcuno senza chiedere il permesso») e audacia («Sono un leader nato»).

I risultati mostrarono una correlazione significativa tra meschinità e disinibizione da una parte, e violenza, aggressività, violazione delle regole e comportamenti antisociali auto-riferiti dall’altra parte. Non trovarono però una correlazione tra quelle manifestazioni e l’audacia, che invece era correlata a un maggiore «funzionamento adattivo», cioè a comportamenti prosociali e a una emotività nella norma.

Una contro-obiezione a questi studi è che persone con alti livelli di meschinità e disinibizione, secondo altre ricerche, riescono a non finire nei guai – e quindi a non avere comportamenti antisociali da riferire – proprio grazie alla concomitanza di un alto livello di audacia. Uno studio del 2022, per esempio, suggerì che tra gli psicopatici di successo l’audacia sia un fattore protettivo in grado di mitigare gli effetti negativi della meschinità e migliorare il benessere soggettivo.

Secondo Wallace gran parte del dibattito accademico sulla psicopatia continua ancora oggi a subire l’influenza storica della letteratura basata sullo studio delle persone responsabili di crimini e atti violenti, utilizzate come metro per valutare e diagnosticare la psicopatia. «Una volta etichettata la psicopatia come un disturbo clinico caratterizzato da estrema violenza, tutti i tratti positivi dell’adattamento vengono messi da parte», ha detto Wallace a Knowable Magazine, descrivendo quegli aspetti come invece meritevoli di maggiori attenzioni.