• di Christian Raimo
  • Storie/Idee
  • Venerdì 29 settembre 2023

L’epopea delle 150 ore

«All’inizio tutto è sperimentale, si fondono il desiderio di riscatto personale e la necessità di studiare per contribuire alle rivendicazioni collettive. Le classi si riempiono, prima di operai, e poi di disoccupati e di casalinghe, moltissimi sono i militanti. I corsi si moltiplicano, nella scuola pubblica, nelle università. Per molte donne le 150 ore diventano l’occasione per organizzare gruppi d’autocoscienza, per avvicinarsi a testi e pratiche femministe»

Studenti e studentesse dei corsi professionali serali delle 150 ore, Torino (Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci - Archivio storico)
Studenti e studentesse dei corsi professionali serali delle 150 ore, Torino (Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci - Archivio storico)
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I miei si sono sposati nel 1972, io sono nato nel 1975. Gli anni in mezzo, ma anche quelli successivi alla mia nascita, li hanno passati in gran parte a fare riunioni e assemblee. Se uno era con noi, l’altra tornava sempre tardi perché finiva tardi di stendere un comunicato, eleggere qualcuno, riaccompagnare un collega. Negli anni Settanta e buona parte degli Ottanta per molti bambini era così, non eravamo un’eccezione. Mia madre faceva l’insegnante, mio padre lavorava in un’azienda con mille dipendenti: entrato come operaio specializzato, poi quadro, poi dirigente. Si erano laureati, i primi della famiglia, grazie a un contratto da studente lavoratore e a una serie di borse di studio. A cena parlavano di sindacato, formazione, tavoli, collegi. A 10 anni io e mia sorella sapevamo il significato di parole come contrattazionevertenzarappresentanza. Tra le espressioni più ricorrenti del nostro lessico famigliare c’erano “150 ore”, una formula che metteva insieme i loro due mondi: la fabbrica e la scuola.

Del resto, le 150 ore sono poco più grandi di me. I primi corsi sarebbero dovuti partire nel settembre 1973, cinquant’anni fa, anche se poi, per l’inerzia del ministero dell’Istruzione, iniziarono cinque mesi più tardi, nel febbraio 1974. Chi conosce questa storia la mitizza, chi non la conosce ne ignora la portata politica, quasi nessuno sa che continua fino a oggi. La legge che introdusse la possibilità per i lavoratori di formarsi attraverso percorsi di studio di 150 ore pagati dall’azienda più 150 ore di studio autonomo è ancora oggi, non solo per la mia storia famigliare, il modello di un tempo lontano in cui le politiche per l’istruzione e quelle sindacali convergevano e costituivano il cuore delle lotte dei lavoratori e del progresso democratico.

Le 150 ore sono state un fenomeno epocale. Il protagonismo sindacale della prima metà degli anni Settanta in Italia è oggi inimmaginabile. È del 1970 lo Statuto dei diritti dei lavoratori, spesso celebrato come pietra miliare della storia repubblicana italiana, ma determinato soprattutto dall’azione unitaria dei tre sindacati confederali, CGIL, CISL e UIL: sulla spinta delle federazioni di operai metalmeccanici, per tutti gli anni Settanta e oltre (fino al referendum sulla scala mobile, 1985) le tre sigle agirono come una sola, la FLM, diventando anche un modello per il sindacalismo europeo. Nelle foto ci sono stanze fumose e affollate, con Bruno Trentin, Giorgio Benvenuto, Pierre Carniti, con giacche eleganti, occhiaie, sigarette consumate: l’immagine più vicina agli stessi ricordi che conservo di mio padre. Dobbiamo immaginare una gigantesca mobilitazione permanente: assemblee, scioperi, proteste accompagnano i cinque mesi di trattativa per il contratto nazionale dei metalmeccanici, firmato il 19 aprile 1973, dopo una manifestazione con 250mila persone a Roma. Nelle immagini d’archivio si legge sui cartelli, si sente urlare negli slogan: “Diritto allo studio!”.  Nel contratto viene previsto un inquadramento unico per operai e impiegati: una norma che mina uno dei capisaldi dell’ideologia della fabbrica, la divisione gerarchica tra lavoro intellettuale e lavoro manuale.

 

– Leggi anche: La storia dello Statuto dei Lavoratori

 

Manifestanti per il diritto alle 150 ore di studio per i lavoratori (Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci – Archivio storico)

(ANSA/ ARCHIVIO STORICO CGIL)

È con lo stesso spirito egualitario che viene introdotto il progetto delle 150 ore. Negli anni immediatamente successivi ne usufruiranno milioni di persone: nel primo anno prenderanno la licenza media inferiore in 250mila, con una media che si manterrà oltre i 50mila l’anno fino a buona parte degli anni Ottanta. Le rivendicazioni giovanili («L’immaginazione al potere», «Studiate, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza») si legano ai bisogni delle generazioni precedenti che non soltanto non avevano avuto istruzione (come i miei nonni), ma che molto spesso non avevano elaborato nemmeno il desiderio di istruzione.

Vasta e ormai lontana, quella delle 150 ore sembra una storia così complessa ed epica che è difficile trovarne un unico simbolo. Spesso però viene evocato l’episodio del clavicembalo (lo fanno anche un recente libro della storica Monica Dati e un altro di Francesco Lauria). In una fase di stanca della trattativa – per “tenere il tavolo”, come si diceva allora, ossia per proseguire a oltranza – i segretari dei sindacati si facevano sostituire. Lo scontro era al suo apice quando a Franco Bentivogli toccò illustrare la richiesta sindacale delle 150 ore; lui (lo racconta in diverse occasioni) ribadì la richiesta di diritto allo studio in senso ampio e non limitato alla formazione professionale, che invece era l’opzione contemplata dalla controparte. Walter Mandelli, segretario di Federmeccanica, a quel punto sbottò: «Signor Bentivogli, secondo lei un operaio con le 150 ore potrebbe imparare a suonare il clavicembalo?». Bentivogli gli rispose con lo stesso tono: «Cavalier Mandelli, sì!». Lo stesso scambio teatrale si ripeté con i segretari generali e viene immortalato nel racconto della contrattazione nel numero speciale che le riviste Inchiesta e Fabbrica e Stato pubblicarono insieme qualche settimana dopo, con in copertina proprio un clavicembalo e il titolo «Suonata per i padroni».

Un comizio di Bruno Trentin, segretario generale CGIL, nel 1969 (Archivio generale CGIL)

L’idea originaria delle 150 ore, elaborata dal segretario della CGIL Bruno Trentin, si rifaceva all’esperienza francese del bonus orario per la formazione professionale che prevedeva permessi retribuiti per lo studio. Ma la matrice culturale italiana è più ampia: dentro ci sono l’esperienza dei Cos – i Centri di orientamento sociale – di Aldo Capitini (la sua insistenza sul “tempo aperto” che ognuno dovrebbe destinare alla partecipazione democratica e all’elevazione culturale), le idee di Danilo Dolci e di Paulo Freire sulla “coscientizzazione della classe lavoratrice”, le lezioni di Alberto Manzi nel programma tv Non è mai troppo tardi che spesso venivano seguite in modo collettivo anche da gruppi d’ascolto in fabbrica e con le quali molti presero la licenza elementare, ovviamente la critica radicale alla “scuola di classe” di Lettera a una professoressa di Don Milani e i ragazzi di Barbiana, che ebbe un impatto enorme non solo su casa nostra (una sorta di testo sacro che mia madre ci leggeva per versetti) ma anche su tutto il sindacato.

– Leggi anche: Don Milani e “la scuola come un ottavo sacramento”

La richiesta di formazione per adulti era di fatto il collante di molte battaglie diverse dei movimenti politici dopo il Sessantotto. D’altronde le inchieste sull’istruzione degli operai raccontano una situazione molto chiara: nel 1975 il 67% degli occupati nell’industria non aveva la licenza media, l’11% nemmeno quella elementare.

È difficile riuscire a sintetizzare l’esperienza delle 150 ore, non solo per l’enorme numero di persone coinvolte, ma per le grandi differenze da regione a regione, da città a città. Nel periodo d’oro i corsi per il recupero dell’obbligo d’istruzione e la licenza media esplosero nel nord industriale, non solo nel triangolo Milano-Torino-Genova ma anche nelle aree a economia diffusa e nelle zone cosiddette “rosse”, grazie al ruolo importante delle autonomie locali (dal 1970 sono state istituite le regioni).

Il sud e le isole vengono investite dall’ondata delle 150 ore alla fine degli anni Settanta. Lo storico Pietro Causarano, che ha mappato la moltitudine di fonti e scritto diversi saggi sul tema, ci tiene oggi a ricordarmi qual è l’elemento che ritroviamo quasi ovunque: il carattere conflittuale che trasforma l’autodeterminazione individuale in emancipazione collettiva. È presente nei corsi per prendere la licenza come nei seminari universitari, ed è un elemento che si nota molto anche perché a un certo punto si perderà.

Come per tutti i fenomeni politici importanti, è utile guardare le 150 ore a partire dai suoi lasciti. Uno dei più significativi è che per la prima volta si parla in modo collettivo di diritto alla salute come diritto a sé e non più come monetizzazione del rischio nella logica del risarcimento (è dentro i corsi delle 150 ore che nasce di fatto anche Medicina Democratica). Fino all’inizio degli anni Settanta nelle fabbriche siderurgiche agli operai veniva dato ancora un bicchiere di latte al giorno per compensare i danni alla salute.

È nei corsi delle 150 ore che si formano alcune generazioni di sindacaliste e sindacalisti: Susanna Camusso (oggi parlamentare, ex segretaria della Cgil) frequenta da studentessa un corso monografico delle 150 ore di storia dell’arte a Venezia con la professoressa Marisa Dalai; poi diventa coordinatrice dei corsi sindacali; e da sindacalista difende lo strumento: «Imparare la matematica ti è utile nella contrattazione. Se vuoi fare una trattativa sul cottimo e non sai fare le operazioni ti fregano», mi dice quando le chiedo dove è andata a finire tutta quella ricchezza. Mi racconta di un suo progetto che non riuscì a realizzare, usare le 150 ore per la formazione alla cultura digitale. «E oggi potrebbero essere ripensate per la transizione ecologica».

Possiamo rintracciare un’altra ambizione comune nei corsi di allora: non si voleva trasformare solo il mondo del lavoro. Già nel dibattito sindacale immediatamente successivo si parla di contrastare il classismo della scuola pubblica. «Vogliamo cambiare la scuola per poterla utilizzare meglio noi, e perché possa servire ai nostri figli. Gli studenti e gli insegnanti sono i nostri alleati: anche a loro serve una scuola più giusta e più democratica», è una citazione del numero speciale sulle 150 ore della rivista I consigli uscito nel 1976. Cosa studiare, come studiare, diventano oggetto di discussione da parte dei lavoratori.

C’è un libro prezioso, pubblicato da Editori riuniti nel 1976, intitolato Didattica delle 150 ore, che raccoglie testi, tra gli altri, di Tullio De Mauro, Lucio Lombardo Radice, Giorgio Bini, ossia l’avanguardia dell’innovazione pedagogica del tempo. Nell’introduzione Maurizio Lichtner scrive come partendo dall’esperienza delle 150 ore si possa passare dal modificare i rapporti sul lavoro a ripensare scuola e università. I programmi e soprattutto i metodi dei corsi – anche quelli di italiano e matematica per la scuola dell’obbligo – per essere efficaci con studenti dai curriculum incomparabili devono confrontarsi con questioni epistemologiche e pedagogiche fondamentali nella riflessione sul senso stesso della democrazia.

Walter Maraschini nel saggio Insegnamento di matematica e scienze nei corsi di 150 ore risponde alle richieste che venivano dalle aziende di una formazione più operativa: «L’astrazione riacquista il suo significato più pieno – ed in questo senso va rivendicata – proprio nel momento in cui essa diventa un passo necessario per venire a capo dei problemi di interpretazione, trasformazione e dominio della realtà stessa». Per affrontare i problemi reali e sociali, la matematica è indispensabile: «imparare a leggere la busta paga» è un’indicazione politica e al tempo stesso una riflessione sulla scienza.

All’inizio delle 150 ore tutto era sperimentale, si fondevano e confondevano il desiderio di riscatto personale e la necessità di studiare per contribuire alle rivendicazioni collettive. Le classi si riempirono, prima di operai, e poi di disoccupati e di casalinghe, moltissimi militanti. I corsi si moltiplicarono, nella scuola pubblica, nelle università, in centri di formazione democratica fondati apposta, come la Libera università delle donne a Milano.

Anche la scuola stava cambiando. Tra il 1973 e il 1974 furono approvati i Decreti delegati che introducevano gli organi collegiali a scuola – dai collegi docenti ai consigli di classe: alle prime elezioni partecipano quasi 9 milioni di persone, nelle assemblee precedenti al voto 4 milioni e mezzo di persone, tra cui moltissime donne che per la prima volta scelsero di partecipare alla vita politica, organizzarono assemblee, si iscrissero al sindacato. Mia madre, per esempio.

È la presenza femminile e la militanza femminista a cambiare la natura delle lotte politiche degli anni Settanta, e in maniera radicale l’esperienza delle 150 ore: a dar vita a un’altra storia collettiva. Da subito le lavoratrici metalmeccaniche decisero di svolgere i corsi in spazi separati (in un certo senso “liberati”) nei quali fosse possibile affrontare temi che rimanevano ai margini del dibattito anche nel sindacato stesso: la salute delle donne, la parità salariale, ma anche le relazioni famigliari. Per molte donne le 150 ore diventarono l’occasione per organizzare gruppi d’autocoscienza, per avvicinarsi a testi e pratiche femministe.

Ad Affori, un quartiere di Milano, nasce una sperimentazione che diventa seminale e rivoluzionaria. La scrittrice femminista Lea Melandri fu trasferita qui nel dicembre 1976 e assegnata a un corso per adulti alla scuola in via Gabbro. «La mia speranza era di incontrare delle donne. Questo mi dava la possibilità di portare nell’insegnamento quello che mi veniva dal mio impegno nei gruppi femministi». Si ritrovò in una classe con 40 donne e 3 o 4 uomini. «L’emozione è stata tale che mi sono seduta e una donna mi ha scambiato per una corsista, mi ha detto: non ti preoccupare, finora non abbiamo fatto niente con la supplente».

Le allieve di Melandri erano quasi tutte casalinghe (la maggior parte ha più di 40 anni), che erano riuscite con fatica a far aprire un modulo per le 150 ore nel loro quartiere. «I sindacalisti non capivano perché le casalinghe avessero bisogno di tornare a scuola per una licenza che probabilmente non avrebbero usato». La scuola di Affori non è «una scuola operaia». In classe molte per la prima volta discussero come donne e come madri, confrontarono le loro biografie, i contesti da cui provenivano e in cui vivevano.

«La felicità della scoperta di sé viene immediatamente trasferita in scrittura», ricorda Melandri. Dei molti testi prodotti ne resta uno esemplare: I pensieri vagabondi di Amalia, pubblicato in un’edizione militante, oggi purtroppo quasi introvabile. Amalia è Amalia Molinelli. Nella prima parte riflette sulla propria biografia, di contadina negli anni del fascismo, poi di partigiana, di lavoratrice nelle risaie, di “serva” nelle case di città dei ricchi, di mezzadra, poi di emigrata a Milano, di madre di una figlia, e di casalinga socialmente isolata.

Nella seconda parte racconta l’incontro con le 150 ore, lo studio: Molinelli mette a tema la sudditanza culturale, confrontando la sua esperienza con i testi che legge, Platone, Galilei, Freud, Barthes. Cosa ha a che fare il materialismo storico di Marx con il suo lavoro domestico? Nel documentario Scuola senza fine di Adriana Monti sulla scuola di via Gabbro si vede Molinelli ragionare sulle teorie di fisica atomica. È netta e ironica, anche quando riflette sul suo percorso di emancipazione: «Certo, il femminismo è noioso, ma solo perché denuncia la noia che è implicita nell’obbedienza. L’obbedienza è noiosa perché distrugge la libertà. È noiosa perché rivela la noia del sì ripetuto da secoli a uomini saccenti e petulanti e spesso volgari, che di solito amano misurare la loro superiorità intellettuale soltanto su donne sceme».

Amalia Molinelli e Lea Melandri al corso delle 150 ore di Affori, Milano, 1976 (Paola Mattioli / Lea Melandri)

Paola Piva scrive sul primo numero dei Consigli (1976) che le donne che frequentano le 150 ore «non vogliono tornare a casa»; avevano scoperto una dimensione sociale e politica a cui non volevano rinunciare finito i corsi. Alla scuola di via Gabbro aprì una cooperativa con indirizzo grafico, che fu battezzata con un nome fantascientifico, Gervasia Broxon.

Dopo aver preso la licenza elementare o media, in molte città diverse si inventarono corsi monografici, specialistici, approfondimenti, all’inizio non istituzionali poi anche coordinati con l’università. Ma già alla fine del 1974 a Torino, Padova, Trento, Lecco, Bergamo, Roma, Riccione, le 150 ore si tradussero in lezioni sulla condizione della donna nella società, dedicate alle sole lavoratrici. E non toccavano solo il lavoro, ma la famiglia, la casa, l’urbanistica, l’uso del tempo, i servizi sociali e sanitari. Li organizzavano quelle stesse sindacaliste e femministe che qualche anno dopo creeranno l’Intercategoriale donne Cgil-Cisl-Uil.

Ma l’emancipazione culturale, la lotta sindacale non esauriscono il campo dei conflitti per le donne. «Le ragazze non dovevano combattere solo con il padrone, ma anche con la famiglia: già l’occasione che ti sei trovata il posto di lavoro, e in più vuoi fare la sinistrorsa, vuoi fare la contestazione e vuoi fare gli scioperi! Era veramente uno shock culturale all’interno dei paesi, nelle famiglie», scrive la storica Elisa Bellé nell’Altra rivoluzione.

Oggi tutti riconoscono come le 150 ore siano uno dei passaggi chiave della storia del femminismo italiano. Ma è una novità la cui natura radicale viene colta già allora: nel 1977 Paola Piva parlava di un sindacato italiano in crisi perché legato alla sua dimensione sclerotica di “maschile plurale”. Da qualche anno, a partire dai testi di Fiamma Lussana, la storiografia sul femminismo sindacale degli anni Settanta si era molto ampliata, concentrandosi molto su questo momento generativo.

La sociologa Chiara Saraceno – ha insegnato anche lei in corsi di 150 ore a Trento – ricorda le stesse cose: le sue allieve che diventano compagne di lotta e femministe, e il conflitto di molte di loro per poter studiare: il tempo conquistato a fatica per lo studio o anche semplicemente per incontrarsi e discutere. Quella che nasce come una battaglia per la professionalizzazione diventa una lotta per l’emancipazione e poi diventa una lotta per il tempo per sé – il pane ma anche le rose, come avrebbero urlato e scritto i movimenti femministi: valeva per le donne, ma valeva anche per gli operai.

Le 150 ore anticiparono la discussione politica sul lavoro di riproduzione, il salario domestico, la “doppia presenza”, quella sul tempo liberato che esploderà nel 1977. Sempre Chiara Saraceno: «Le donne precorrono molte lotte dei decenni successivi. I temi di quelle 150 ore erano soprattutto della salute delle donne, del corpo, la contraccezione, l’aborto. A Trento non c’era una facoltà di medicina, e questo è stato l’aggancio. Più in generale si parlava della condizione femminile. Ma la cosa più importante è che le donne si autorizzassero a prendere del tempo. Un conto era prendere tempo off dal lavoro, un conto era tornare a casa più tardi, legittimarsi di fronte ai loro mariti o compagni, ai loro figli che tornavano a casa più tardi, o venivano il sabato mattina per sé stesse. Forse questa è stata l’acquisizione principale».

Oggi cosa è rimasto di questa storia, a parte le mitologie famigliari, i rimpianti per un potenziale inespresso, una mole infinita di testimonianze e testi, volantini, ciclostilati, su cui è esaltante fare ricerca? Già negli anni del riflusso, da metà Ottanta, diminuisce l’utenza di massa delle 150 ore, soprattutto gli operai che vogliono prendere la licenza media, anche perché aumentano i tassi di scolarizzazione secondaria e universitaria. Per una piccola parte vengono sostituiti dalle casalinghe e dai lavoratori migranti, che però in genere non sono inquadrati in contratti nazionali, o lavorano in cooperative e ditte in appalto. E come ci hanno ripetuto diversi sindacalisti: «La cosa più difficile è fare formazione nelle ditte in appalto».

Sulla carta le 150 ore sono ancora una possibilità prevista, soprattutto nei contratti nazionali. Nell’azienda di mio padre, prima che lui andasse in pensione (fine anni zero), si continuavano a usare. Ma la differenza più evidente tra i corsi di allora e quella che oggi si chiama “formazione permanente” sul lavoro è che la prima è stata una storia collettiva, politica, di scoperta, di organizzazione; la seconda un percorso spesso individuale e individualizzato. «La memoria storica serve», dice Valentina Orazzini della Fiom Toscana, che ancora organizza seminari sulle 150 ore, «contro la solitudine del lavoratore». Serve a riconoscere che progettare insieme come imparare insieme è già una forma di lotta. Più o meno è stata la nostra educazione famigliare.

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Christian Raimo
Christian Raimo

Nato nel 1975 a Roma, dove ancora vive, insegna filosofia e storia al liceo. Collabora con diverse testate, fa parte del progetto di giornalismo indipendente Sveja. Ha pubblicato da poco il podcast Willy, una storia di ragazzi. Il suo libro più recente è L’ultima ora (Ponte alle Grazie, 2022).

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