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  • Venerdì 29 settembre 2023

I fiori di loto di Mantova sono belli, ma anche dannosi

Una piccola economia turistica si è sviluppata per la presenza della specie vegetale in un lago cittadino, che però crea vari problemi

Piante di fior di loto nel Lago Superiore con la città di Mantova in secondo piano, settembre 2023 (Il Post)
Piante di fior di loto nel Lago Superiore con la città di Mantova in secondo piano, settembre 2023 (Il Post)
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Tra la fine di giugno e settembre nel Lago Superiore di Mantova compaiono i grossi fiori rosa riprodotti su molte delle cartoline e delle immagini di promozione turistica della città lombarda: i fiori di loto. Sono da tempo legati all’identità mantovana e sono un’attrattiva per i visitatori, che possono osservarli da vicino facendo escursioni organizzate in barca più o meno lunghe. Quest’estate è anche stata organizzata per la seconda volta una “Festa del fiore di loto”.

I fiori di loto però a Mantova ci sono da poco più di cento anni e sono anche un grosso problema, perché sono una specie aliena e invasiva (il nome scientifico è Nelumbo nucifera). Nel corso dei decenni si sono sviluppati in due grandi “isole”, con conseguenze rilevanti: stanno danneggiando altre specie vegetali e animali e rischiano di far sparire i laghi mantovani per interramento, cioè per l’innalzamento del fondale. Per questo richiedono sfalci periodici che hanno un costo significativo per il Parco del Mincio, l’area naturale protetta dove si trovano i laghi (nel 2016 fu di 25mila euro).

Mantova si trova nel sud della Lombardia lungo il corso del fiume Mincio, che nasce dal Lago di Garda e dopo la città si unisce al Po. Da secoli la maggior parte del suo corso è tenuta sotto controllo da infrastrutture umane come argini e dighe, come succede a tutti i fiumi italiani, ma nel tratto che precede Mantova il Mincio è lasciato libero da argini e scorre come farebbero tutti i fiumi di pianura in condizioni naturali: espandendosi sul territorio e creando zone umide, cioè in cui il terreno contiene molta acqua, come succede nelle paludi, negli acquitrini e nelle torbiere. Questa zona è chiamata Valli del Mincio ed è protetta dal Parco omonimo. In Italia quasi tutte le zone umide sono state bonificate nei secoli e le Valli del Mincio sono una delle poche esistenti, per questo hanno una grande rilevanza naturalistica.

Dalle Valli del Mincio hanno origine i tre laghi artificiali attorno a Mantova, le cui dimensioni sono invece controllate da secoli da strutture ingegneristiche: sono il Lago Superiore, il Lago di Mezzo e il Lago Inferiore, fino al 1190 uniti in un unico bacino e da allora divisi da dighe. Il primo è quello collegato alle Valli del Mincio, ed è anche quello in cui crescono i fiori di loto.

Da questa immagine satellitare si vedono le Valli del Mincio, la zona ricca di vegetazione a sinistra, e i laghi di Mantova; si riconoscono inoltre le “isole” di fiori di loto nel Lago Superiore e nel corso del fiume, di fronte alla località Angeli (Bing Maps, © 2023 Microsoft)

I fiori di loto Nelumbo nucifera sono una pianta acquatica perenne originaria dell’Asia, che cresce in stagni o laghi poco profondi e con scarsa corrente. Ha foglie che arrivano a 80 centimetri di diametro e che si allargano al di sopra della superficie dell’acqua, grazie a gambi che in Asia in media sono lunghi un metro e mezzo e a Mantova possono arrivare anche a tre metri. I fiori sono rosa e hanno dimensioni simili a quelle dei fiori di magnolia; quando perdono i petali lasciano esposto un frutto che ha la forma di un cono rovesciato che ricorda la testa di un innaffiatoio.

Si riproducono attraverso i semi ma possono propagarsi anche grazie ai rizomi, cioè ai fusti che hanno una parte ingrossata che cresce sottoterra e si sviluppa orizzontalmente. Un altro esempio di pianta con rizoma è lo zenzero (e quello che si consuma è proprio il rizoma). Per estirpare una pianta rizomatica non è sufficiente reciderne la parte che emerge dal suolo, ma è necessario rimuovere anche quella che cresce sotto e che dà origine a diversi steli.

Questa è una delle ragioni per cui oggi rimuovere i fiori di loto dal Lago Superiore e dalle Valli del Mincio, vista la loro diffusione, sarebbe impraticabile: secondo una stima fatta nel 2015 la cosiddetta “Isola dei fiori di loto” all’interno del Lago Superiore ha un’estensione estiva di 480mila metri quadrati, una superficie pari a quella di 67 campi da calcio messi insieme.

Corrado di Alkemica, una cooperativa sociale onlus che si occupa di divulgazione scientifica e organizza visite guidate nel Parco del Mincio, mostra la lunghezza di un gambo di fiore di loto durante un’uscita in barca sul Lago Superiore, “Crociera ai Tropici”, organizzata e curata da Eugenia Morpurgo e Federico Floriani per il Festivaletteratura, l’8 settembre 2023 (Il Post)

Questa specie di isola deve la sua origine all’iniziativa personale di una botanica, Maria Pellegreffi, che nel 1921, quando le possibili ripercussioni negative dell’introduzione di specie vegetali aliene in un ambiente erano ancora poco considerate, fece impiantare circa due chili di rizomi di fiori di loto nel Lago Superiore per un esperimento. Pellegreffi, che aveva studiato all’Università di Parma, nel cui orto botanico era coltivato il loto dal 1914, voleva verificare che la pianta potesse crescere nelle zone umide italiane perché pensava che si sarebbe potuta coltivare per ricavare farina dai suoi rizomi.

Lo raccontò al Corriere della Sera nel 1976, quando aveva 87 anni, in un articolo intitolato “Da un esperimento ormai dimenticato i 500mila fiori di loto a Mantova”: «L’operazione si svolse in clima quasi romanzesco. Di nascosto e di sera per evitare ai rizomi contatti con la luce. Tre i testimoni: il mio fidanzato, un barcaiolo e una certa Elvira Zampolli, mantovanissima di lago, deceduta nel ’53». Il fidanzato e poi marito di Pellegreffi, Aurelio Zambianchi, era un geometra e lavorava per il Consorzio di bonifica mantovano. Già l’anno successivo, dopo essersi sposati e trasferiti per esigenze lavorative di Zambianchi, i due abbandonarono Mantova e l’esperimento con il loto.

– Ascolta anche: Vicini e lontani, il podcast sulle specie invasive in collaborazione con Oikos

Inizialmente la presenza della pianta introdotta era piuttosto limitata, ma nel corso dei decenni fu lasciata libera di crescere e si espanse fino a formare l’isola attuale grazie allo sviluppo dei primi rizomi. Sempre l’articolo del Corriere della Sera del 1976 spiega anche come si formò una seconda isola, quella che si trova più in alto nel corso delle Valli del Mincio, di fronte alla località Angeli: nel 1971 un ex pescatore del posto, tale Lorenzo Marsili, impiantò in quel punto «17 foglie con rizomi». Attualmente d’estate la seconda isola copre una superficie di circa 170mila metri quadrati (quasi 24 campi da calcio).

Il loto non ha invece raggiunto il Lago di Mezzo perché pare che i semi delle piante usati da Pellegreffi fossero sterili, anche se di recente qualche mantovano ha ipotizzato che se ne siano prodotti di fertili perché qualche pianta di loto è nata anche lontano dalle due isole. La loro espansione è comunque notevole e si ritiene che oggi la rete dei rizomi si allarghi in gran parte dei fondali del Lago Superiore e della zona delle Valli del Mincio che lo precede. Alcuni rizomi sono particolarmente grossi e hanno anche 20 centimetri di diametro.

Le Valli del Mincio dall’alto durante il periodo in cui i fiori di loto fioriscono (© 2023 Microsoft)

Le piante di loto tuttavia sono ben visibili solo per metà dell’anno. Sviluppano le loro grandi foglie in primavera e fioriscono in estate, ma in autunno appassiscono e d’inverno non c’è nulla del loto che emerge dall’acqua. Questo ciclo di vita, per cui ogni anno dai rizomi di loto viene prodotta una grande quantità di materiale organico che poi marcisce (la cosiddetta “biomassa”), è una delle ragioni per cui la presenza del loto è un problema per il Lago Superiore e le Valli del Mincio.

Lo spiega bene Eugenia Morpurgo, una designer che negli ultimi anni ha studiato i fiori di loto di Mantova e la possibilità di utilizzarli per produrre materiali utili, in un libro realizzato insieme al fotografo Federico Floriani che sarà pubblicato nella prima metà del 2024 da Corraini Edizioni, casa editrice mantovana:

Tutta la biomassa cresciuta in primavera ed estate gradualmente appassisce. I fiori sfioriscono, le foglie cominciano a seccarsi insieme ai calici che contengono i semi. Dalle loro altezze e ampie estensioni, le foglie si accartocciano su loro stesse, i gambi si ripiegano e, in poco tempo, resta solo una moltitudine di steli mozzati affioranti a pelo d’acqua. Dopo un breve periodo in cui il paesaggio diventa scuro e quasi arido, seppur immerso nelle acque, inizia il processo di decomposizione. Tutte quelle foglie rigogliose, carnose, che solo pochi mesi prima ondeggiavano mosse dal vento, sembrano sparire, ma in realtà si depositano sui fondali delle Valli e del lago Superiore, trasformandosi negli anni in terreno fertile per la crescita di nuovi rizomi. Come conseguenza, nei cento anni in cui il loto ha vissuto in questo territorio, in alcuni punti, come al centro delle due isole maggiori, il fondale del lago è passato da 3 m di profondità a 20 cm, creando l’ecosistema perfetto per la successione secondaria di piante come i pioppi che, ormai, si vedono crescere al centro delle Isole di Loto.

Le Valli del Mincio dall’alto in un’immagine satellitare composita: la parte a sinistra è stata scattata durante il periodo in cui le foglie di fiori di loto marciscono; in quella a destra si vedono i canali realizzati all’interno di una delle isole di fiori di loto (© 2023 Google Immagini)

La grande quantità di biomassa prodotta dal loto, insomma, sta causando l’interramento del Lago Superiore e delle Valli del Mincio, accumulando sostanze sui fondali. Potrebbe essere un problema anche in caso di alluvioni, perché si riducono le aree che potrebbero assorbire eventuali esondazioni.

Morpurgo sottolinea che peraltro fino all’anno scorso le operazioni di contenimento e potatura del loto condotte annualmente dal Parco del Mincio dal 2003 hanno avuto come effetto indesiderato un eccessivo accumulo di biomassa, perché le piante venivano recise ma non raccolte, e così le foglie si accumulavano sui fondali. Oggi il Parco ha un’imbarcazione per recuperarle e smaltirle altrove, ma non si può rimediare all’accumulo creato per decenni. Anche perché in alcune aree il fondale si è alzato al punto da impedire il passaggio dei macchinari che compiono la potatura e pure di certe barche.

Corrado di Alkemica e un fiore di loto, 8 settembre 2023; alle sue spalle, a destra, la designer Eugenia Morpurgo e il fotografo Federico Floriani (Il Post)

Intanto il loto danneggia anche le specie autoctone dell’ambiente in cui è stato inserito in vari modi.

Occupando tanto spazio, ne toglie infatti ad altre specie vegetali. Prima del suo arrivo nel Lago Superiore erano diffuse altre piante d’acqua, le ninfee, che ora sono invece difficili da trovare. Il loto riduce anche la quantità di luce che penetra oltre la superficie del lago perché fa ombra con le sue foglie, che sono molto grandi: causa una diminuzione dell’ossigeno nell’acqua, perché la decomposizione del materiale organico lo consuma. Meno luce e meno ossigeno significa un ambiente meno ospitale per altre piante e animali. E il loto, rispetto ad altre piante acquatiche autoctone, non offre ripari e spazi adatti alla nidificazione per le tante specie di uccelli migratori che usano zone umide come le Valli del Mincio come tappa o luogo per la riproduzione durante i propri spostamenti.

Non esistono studi accurati che abbiano stimato in quale misura i fiori di loto abbiano ridotto la biodiversità dei laghi mantovani, ma le osservazioni aneddotiche dei biologi che conoscono la zona non sono positive.

Sembra peraltro che gli effetti dannosi del loto abbiano accelerato negli ultimi decenni. La dimensione delle isole di loto è molto cresciuta dagli anni Settanta, quando le attività economiche tradizionali che venivano praticate nei laghi di Mantova, come la coltivazione delle canne, furono interrotte. Nello stesso periodo, a causa del crescente uso di fertilizzanti per lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento industriale, aumentò la presenza di azoto nelle acque del Mincio, sostanza che favorisce la crescita del loto.

Allo stesso tempo sono aumentate le temperature, in linea con il riscaldamento globale dovuto alle attività umane, cosa che a sua volta potrebbe aver favorito la crescita del loto allungando il periodo della fioritura e riducendo quello del gelo, quando i rizomi smettono di espandersi nel suolo.

– Leggi anche: Cosa rende speciale il Festivaletteratura di Mantova

Morpurgo ha scelto di occuparsi delle relazioni attuali e storiche tra le comunità che vivono attorno alle Valli del Mincio e le specie vegetali e animali che le popolano perché pensa che la storia dei fiori di loto di Mantova sia per molti versi esemplare per capire i rapporti tra le persone e l’ambiente nella contemporaneità. Le sue ricerche sui possibili usi del loto nascono anche dall’osservazione che attualmente i fiori contribuiscono allo sviluppo dell’economia della zona solo nel periodo della fioritura, dunque esclusivamente per una parte dell’anno.

Morpurgo ha preso in considerazione la possibilità di ricavare un tessuto simile alla seta dal loto, che però difficilmente potrà essere praticata per questioni di economia di scala, ma anche la produzione di carta e di altri prodotti economicamente più sostenibili per il contesto. Altri ricercatori stanno prendendo in considerazione ipotesi alternative: una delle più recenti riguarda la possibilità di sfruttare la biomassa prodotta dalla potatura del loto per produrre “biochar”, un materiale che si può usare per bonificare terreni e acque inquinate.