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  • Domenica 27 agosto 2023

Chi era Yevgeny Prigozhin, il capo del gruppo Wagner

La sua vita e la sua carriera, da piccolo criminale a imprenditore a capo militare, fino a diventare una minaccia per Vladimir Putin

(EPA/YURI KOCHETKOV via ANSA)
(EPA/YURI KOCHETKOV via ANSA)
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Domenica la Commissione investigativa che era stata incaricata di analizzare i resti del jet privato precipitato mercoledì in Russia ha confermato che tra i corpi rinvenuti sul luogo dello schianto c’era quello di Yevgeny Prigozhin, il capo del gruppo Wagner. La caduta del suo aereo è avvenuta a poco meno di due mesi dalla rivolta armata compiuta a fine giugno da alcune migliaia dei suoi uomini del gruppo Wagner. La rivolta è stata considerata la più grossa minaccia al potere di Vladimir Putin nella storia recente.

La storia dell’ascesa di Prigozhin da imprenditore a oligarca a capo del più grande esercito privato russo — fino a diventare un rivoltoso e un fuggiasco — è estremamente notevole. Come tanti dei personaggi della Russia degli ultimi vent’anni, Prigozhin aveva ottenuto successo e potere grazie alla sua stretta associazione a Putin.

Prigozhin era nato nel 1961 a San Pietroburgo, e in gioventù fu un piccolo criminale che commise numerosi furti e piccole truffe: uscì e rientrò dal carcere più volte, rimanendoci in tutto nove anni. Come ha scritto l’Economist in un ritratto di qualche mese fa, negli anni Ottanta a San Pietroburgo non c’era molto da rubare: in un’occasione assieme a dei complici entrò in un appartamento ma portò via soltanto un vaso, un porta tovaglioli e sei bicchieri da vino. Prigozhin commise però anche crimini violenti: in particolare fu condannato per una rapina in cui fece perdere i sensi a una donna prima di rubarle i suoi gioielli.

Prigozhin uscì dalla prigione nel 1990, in concomitanza con il crollo dell’Unione Sovietica: in quel periodo la società e l’economia russe stavano crollando. Ma era anche un periodo in cui chi era abbastanza spregiudicato e ben connesso era in grado di ottenere grosse opportunità.

Uscito di prigione, cominciò a lavorare come venditore ambulante di hot dog. In varie interviste raccontò che ottenne immediatamente successo, e che in poco tempo cominciò a guadagnare cifre notevoli: «Preparavamo la senape nella cucina del mio appartamento. Mia madre teneva conto degli incassi. Facevo [l’equivalente di] 1.000 dollari a settimana. C’erano montagne di rubli, più di quanto mia madre riuscisse a contare».

Dal chiosco di hot dog, Prigozhin fece rapidamente carriera e nel giro di qualche anno arrivò a gestire una serie di ristoranti di lusso a San Pietroburgo. Questo è uno dei primi punti poco chiari della vita di Prigozhin: come da venditore ambulante sia riuscito in pochissimo tempo a gestire numerosi ristoranti frequentati da tutto l’establishment russo. Molte persone esperte di cose russe sospettano che ci sia riuscito grazie a connessioni con la criminalità organizzata, che in quel periodo a San Pietroburgo era particolarmente potente: i suoi soci d’affari in alcuni ristoranti, per esempio, erano anche i proprietari di casinò, luoghi d’incontro della criminalità del tempo.

In uno dei suoi ristoranti Prigozhin incontrò Putin, che allora era vicesindaco di San Pietroburgo (e anche lui, tra le altre cose, è sempre stato sospettato di legami con la criminalità organizzata pietroburghese, mai confermati). I due legarono immediatamente.

Quando Putin divenne presidente della Russia, Prigozhin cominciò a organizzare le cene di gala con i dignitari invitati dal presidente a Mosca: ci sono foto di Prigozhin con George W. Bush, con l’allora principe Carlo del Regno Unito, con il primo ministro indiano Narendra Modi e moltissimi altri. Fu in quel periodo che Prigozhin divenne famoso come “il cuoco di Putin” o “lo chef del Cremlino”. Alcuni di questi eventi diventarono celebri per lo sfarzo eccessivo e quasi macchiettistico: pare che alla cena di compleanno di Sergei Ivanov, un importante funzionario dell’amministrazione di Putin, furono serviti «carne di struzzo della Somalia, coccodrillo, squalo grigio e piranha».

Vladimir Putin nel ristorante di Prigozhin, nel 2011 (AP Photo/Misha Japaridze, Pool, File)

Al tempo stesso, ha ricordato l’Economist, essere “il cuoco di Putin” è un ruolo tutt’altro che banale, per due ragioni. La prima è che gli avvelenamenti sono molto comuni in Russia, e la persona che prepara cene e banchetti per il presidente deve essere estremamente fidata. La seconda ragione, collegata alla prima, è che proprio per via della fiducia che Putin riponeva in Prigozhin lui è riuscito a emergere e a diventare una delle persone più ricche e importanti della Russia.

Grazie all’appoggio di Putin, Prigozhin ottenne numerosi contratti pubblici estremamente vantaggiosi: le sue aziende ottennero la licenza per rifornire le mense delle scuole pubbliche russe, degli ospedali e dell’esercito. Grazie a questi contratti, Prigozhin divenne una delle persone più ricche della Russia, anche se l’ammontare preciso del suo patrimonio è ignoto.

Ma soprattutto, oltre a essere il “cuoco di Putin” Prigozhin divenne anche una persona di cui il presidente russo si poteva fidare per operazioni rischiose e non sempre legali.

Nel 2014 fondò il gruppo paramilitare mercenario Wagner, che operò in numerosi conflitti nel mondo, spesso per sostenere gli interessi nazionali russi, e altrettanto spesso commettendo violenze, atrocità e crimini di guerra. Nel 2018, inoltre, il governo americano accusò Prigozhin di aver finanziato e creato la “troll farm” che avrebbe tentato di influenzare le elezioni presidenziali vinte da Donald Trump diffondendo notizie false sui social media.

Il gruppo Wagner cominciò a combattere in Ucraina a fianco dell’esercito russo poco dopo l’inizio dell’invasione. Nel corso dell’ultimo anno aveva assunto un ruolo fondamentale in diverse battaglie, come per esempio quella della cittadina di Bakhmut, dove di fatto i mercenari di Wagner avevano affrontato il grosso delle operazioni e subìto gran parte delle perdite. Grazie al suo contributo militare, Prigozhin aveva ottenuto un’influenza eccezionale in Russia e nei mesi della guerra era stato considerato la seconda persona più potente del paese dopo Vladimir Putin.

Questa influenza era di fatto svanita dopo la rivolta armata compiuta dal gruppo Wagner a fine giugno, quando alcune migliaia di mercenari avevano occupato la città di Rostov, nel sud-ovest della Russia, e avevano iniziato a marciare verso Mosca, arrivando a 200 chilometri dalla città. Quel giorno, Putin definì Prigozhin un traditore. La rivolta si concluse con un accordo, di cui ancora oggi non si conoscono troppi dettagli.

Inizialmente era sembrato che Prigozhin e i suoi uomini si fossero rifugiati in Bielorussia, e per settimane non era stato del tutto chiaro – non lo è tuttora, in realtà – fino a che punto il gruppo mercenario fosse rimasto attivo e unito. Un paio di settimane dopo Prigozhin aveva incontrato Putin a Mosca, e per un momento si era pensato persino che lui e i suoi soldati sarebbero stati riabilitati.

Non è chiaro cosa succederà ai mercenari del gruppo Wagner ora che la morte di Prigozhin è stata confermata: dopo la rivolta l’esercito russo aveva cercato almeno in parte di assimilare i soldati fedeli a Prigozhin, ma non si sa quanti uomini avessero accettato di entrarvi.

Oltre a Prigozhin si trovava a bordo dell’aereo anche anche Dmitri Utkin, che era il capo militare del gruppo Wagner, mentre Prigozhin era soprattutto il volto pubblico e il capo politico. Utkin, un militante neonazista e grande ammiratore di Adolf Hitler (aveva scelto lui il nome del gruppo, per la sua passione per il compositore Richard Wagner e la sua opera L’anello del Nibelungo) era da anni a capo di tutte le operazioni militari più importanti. Senza di lui, il gruppo Wagner perde il suo più importante ufficiale operativo.