La scomparsa del Calderone

«Ma affacciato qui sullo spazio svuotato del ghiacciaio che non c'è più, esattamente 450 anni dopo il primo umano ad averne fornito una descrizione (l’ingegnere militare bolognese Francesco De Marchi, che scrive di un “gran vallone dove vi è sempre la neve alta 15 o 20 piedi”) fatico ad accordare il mio paesaggio interiore a quello esteriore, organizzato secondo principi e leggi che travalicano ogni capacità di controllo, fatico a dirmi che il fratello è andato giù»

(Foto Lorenzo Pavolini)
(Foto Lorenzo Pavolini)
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Mi son rimaste impresse le parole di Giovanni Prandi, del servizio glaciologico lombardo, che si occupa di quelli che fino a ieri erano i fratelli maggiori del Calderone sul Gran Sasso d’Italia, il più meridionale e anche il più piccolo dei ghiacciai d’Europa. Diceva di salire al Fellaria, al Forni, all’Adamello come per andare a trovare un famigliare, cioè qualcuno con cui hai un rapporto ineliminabile, che assume la massima ampiezza tra formalità e sostanza degli affetti. Qualche settimana prima la notizia ormai definitiva che il Calderone non è più un ghiacciaio, ma un glacionevato, aveva mosso dentro di me l’esigenza di andare a trovarlo, come si va da un fratello per capire meglio come sta, che al telefono non basta.

(Lorenzo Pavolini)

A me glacionevato fa pensare a un nuovo prodotto da gelateria, di quelli che stanno nel frigo con il vetro trasparente appannato, tra zuccotti semifreddi e ghiaccioli artigianali. Da tenere aperto meno possibile! Altro che eroici ricordi di quadri della natura trascorsi, di quando mio padre mi convinceva a salirci con gli sci in spalla sul Calderone, in una estate freschissima di quarantacinque anni fa, anno baricentro della storia contemporanea italiana, il 1978.

Una vetta, quella del Gran Sasso d’Italia, che puoi illuderti sia il punto dove rovesciare la penisola e tenerla su un dito. Allora non tutti credevano che le BR avrebbero perso e che un papa sarebbe potuto durare solo un mese. Allora nessuno ci pensava che un giorno il corpo glaciale lì sotto tutta quella neve avrebbe collassato, si sarebbe spezzato in due, avrebbe in definitiva smesso di muoversi come ogni organismo vivente; e tale è un ghiacciaio che digerisce cristalli di neve, li fossilizza in acqua allo stato minerale (ghiaccio), scava la roccia e sputa più a valle la sua morena di detriti.

Altrimenti, chissà, avremmo fatto quelle quattro curve con maggior rispetto, non avremmo osato portare la tanichetta con tre litri di benzina per far funzionare il motore di un trattore, non avremmo approfittato del cavo di una manovia montato là in cima per puro divertimento, in pieno ferragosto con il solleone, mentre all’orizzonte laggiù in basso sembrava di distinguere il vociare tra le file interminabili di ombrelloni e secchielli e palette e canotti della riviera adriatica abruzzese e marchigiana, su fino al Conero, che si rileva per nord esatto.

Ricordo che quel giorno mio padre aveva preteso che provassi anche io a dare uno strappo al cavo d’accensione, simile a quello di un motore fuoribordo. Aveva sorriso con la massima dolcezza di fronte alla mia frustrazione. Però anche lui aveva faticato a farlo partire. Uno sbuffo nero si era stagliato nel candore abbacinante del Calderone, il rombo aveva riempito l’aria e si era ripetuto in una eco sorprendente, come quella dell’abbaiare del cane Zen, che oggi dal rifugio risponde a sé stesso. Indossava dei jeans a strisce grigi e azzurri, mio padre, acquistati in America, e soltanto per questo credevo somigliasse a Jack London, di cui non avevo ancora mai visto una fotografia. Alla fine, mentre ci sfilavamo gli scarponi per assicurarli allo zaino, aveva ammesso per la prima volta che ero sceso meglio di lui.

Ora che il corpo di ghiaccio non si muove più, mi dico che anche quelle curve novecentesche potrebbero averlo ucciso, il Calderone, o forse esagero. Ma si sa, tra le urgenze dell’estate, accanto al riposo, allo sfrenamento dionisiaco e alla ricerca della temperatura esistenziale appropriata, sopravvive il richiamo dei luoghi originari, più o meno enfaticamente classificati, dalla stessa spiaggia stesso mare, al paese degli avi, al sito con energie positive al “posto nel mondo dove il cuore batte forte” e “rimani senza fiato per quanta emozione provi”, che in una poesia di Alda Merini si trova tra le braccia di qualcuno e per altri può essere il circolo di un ghiacciaio che si è imparato a conoscere da bambini. E se questo abbraccio viene a mancare, puoi domandarti quanto dipenda anche da te.

Nessuna realtà se non quella indifferente della natura rispetto ai suoi elementi costitutivi, noi compresi, ci sgomenta maggiormente. Tutto quel crepitante futuro, liquido ed insieme concreto, da affrontare con strumenti a punta, è infine estinto. E con questa sconcertante assenza nella testa risalgo il sentiero lungo le sponde calcaree dove risuonano come schicchere sui fili dell’alta tensione i richiami delle cornacchie, nell’omonima valle, tra lo scorrazzare mimetico dei camosci liberi e tolleranti, su fino al rifugio Franchetti, il più bel rifugio-rifugio che ci sia, e oltre ancora per gli sfasciumi che suonano metallici sotto le scarpe, secchi e pronti a franare, giungere alla sella dei due corni e poi piegando a sinistra, all’altezza del passo del Cannone, quota 2700 metri, raggiungere la conca dove giacciono i resti del Calderone, esattamente 27 metri di ghiaccio fossile coperto da detriti, questo hanno stabilito gli scienziati nell’aprile dell’anno scorso, scavando fino alla roccia sul fondo ed estraendo un campione verticale di ghiaccio, detto “carota”, ora in salvo all’EuroCold Lab della Bicocca, pronto ad aggiungersi alla raccolta di “carote” conservata nell’Antartico (vedi progetto Ice Memory).

Dentro quella sorta di smisurato calippo – niente confronto ai tubi di ghiaccio estratti in Antartide, che tendono ai 3000 mt di lunghezza, con l’obiettivo di risalire a 1,5 milioni di anni fa – c’è il gusto del clima, gli agenti e i loro effetti, temperature vere, senza il soggetto umano che le possa percepire (e sbuffando relativizzare), radiazioni solari effettive, peli d’animali transumanti, bolle d’aria respirate chissà quando, scolature di liquidi, evaporazioni, polveri di eruzioni vulcaniche, muschi e percolati, radiazioni di autentiche Chernobyl, ali di insetti staccate dalle tempeste, insomma un manoscritto tutto da interpretare, con la scienza e con la magia, come preferite per carità, i mondi al contrario tirano parecchio.

So’ sajitu aju Gran Sassu, so’ remastu ammutulitu… me parea che passu passu se sajesse a j’infinitu! Affacciandosi sulla conca del Calderone, le esclamazioni si strozzano in gola, le descrizioni restano sospese a mezz’aria, come per un equilibrio di colpo perduto. I canti popolari non soltanto conferiscono ritmo alla fatica, ma aiutano a determinare il senso comune dei luoghi, anche quando questi si trasformano più in fretta del cuore dei mortali. E la concretezza del dialetto abruzzese, cozzando con la trascendenza di questa prima strofa, rinnova la tensione del presente, e richiama al significato intimo della realtà geografica, dove scopriamo una nuova crepa ideologica, di quelle che puoi altamente infischiartene o sentire di voler aggiungere un tassello personale e soggettivo (un altro, direte?), con l’intento di partecipare a una raccolta nazionale di percezioni e memorie del paesaggio (dove si fermava nei ricordi la linea della costa? Dove si disegnava a quella determinata ora l’ombra delle montagne? E quanto sprofondava in quel punto il braccio nella neve?) tipo assemblea costituente del clima.

Ma affacciato qui sullo spazio svuotato del Calderone, esattamente 450 anni dopo il primo umano ad averne fornito una descrizione (l’ingegnere militare bolognese Francesco De Marchi, che scrive di un “gran vallone dove vi è sempre la neve alta 15 o 20 piedi”) fatico ad accordare il mio paesaggio interiore a quello esteriore, organizzato secondo principi e leggi che travalicano ogni capacità di controllo, fatico a dirmi che il fratello è andato giù per l’inghiottitoio della vita, mi vieto di spostare i detriti che coprono quel che ne rimane, non ho il coraggio di scendere a controllare, la consapevolezza di quei 27 metri di ghiaccio salvati per una lettura postuma consola appena, il fondo dell’imbuto appare semplicemente vuoto, e pronto semmai ad assorbire le cime intorno, lo sperticato torrione Cambi e il cielo intero, ripiegando in sé anche il formicolare di persone sulla cresta finale, che ricorda le foto dell’Everest, ma senza miliardari ben equipaggiati, anzi con tutta la democrazia possibile dell’ascensione, che manda su bambini, cani e calzature che mai avrebbero immaginato di sfiorare i 3.000 metri.

Un ansimare che incrocia le cadenze centroitaliote con quelle di eleganti esploratori della Bassa, con tanto di r parmigiana, allegre maledizioni e silenziosi selfie accanto alla croce metallica. Qualcuno nota l’assenza del ghiacciaio, altri rammentano che in giugno qua sotto c’erano 5 metri di neve, quindi ritornerà? Ma sì, dai. Goditi il panorama, guarda verso Ovest, che se sei fortunato vedi Roma.

– Leggi anche: L’anomalo caldo sulle Alpi

Lorenzo Pavolini
Lorenzo Pavolini

È vicedirettore della rivista Nuovi Argomenti, lavora per Radio 3 e ha pubblicato tra l’altro Tre fratelli magri (Fandango, 2012) dedicato al Gran Sasso d’Italia e con Davide Sapienza il podcast Ghiaccio sottile (RaiPlay Sound). Tra gli altri suoi libri Senza rivoluzione (Giunti, 1997), Essere pronto (peQuod, 2005), Accanto alla tigre (Marsilio/Feltrinelli 2019, finalista Premio Strega), L’invenzione del vento (Marsilio 2019, finalista premio Flaiano). È regista del reading e del podcast di Benedetta Tobagi, La resistenza delle donne. Per il CDEC ha realizzato il podcast Vivere da resistente, storie di partigiani ebrei.

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