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  • Giovedì 8 giugno 2023

L’impeachment del procuratore generale del Texas

Una decisione molto rara racconta di nuovo qualcosa delle divisioni all'interno del Partito Repubblicano

Il procuratore generale del Texas Ken Paxton con l'ex presidente Donald Trump durante una manifestazione alla vigilia delle elezioni dello scorso novembre a Robstown in Texas (Brandon Bell/Getty Images)
Il procuratore generale del Texas Ken Paxton con l'ex presidente Donald Trump durante una manifestazione alla vigilia delle elezioni dello scorso novembre a Robstown in Texas (Brandon Bell/Getty Images)
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Lo scorso sabato 27 maggio la Camera dei rappresentanti del Texas ha votato in favore dell’impeachment del procuratore generale dello stato, il Repubblicano Ken Paxton. La notizia sarebbe già rilevante di per sé – il procuratore generale è uno degli incarichi più importanti delle istituzioni statali americane, una sorta di ministro della Giustizia col potere di aprire indagini e portare persone e aziende in tribunale, e il Texas è uno degli stati più importanti e influenti degli Stati Uniti – ma è resa ancora più degna di nota dal fatto che a mettere formalmente sotto accusa Paxton sono stati i parlamentari del Partito Repubblicano, cioè i suoi colleghi di partito.

L’elenco delle accuse rivolte a Paxton dallo House Committee on General Investigating — il comitato della Camera texana che ha raccomandato l’impeachment — è stato reso pubblico al termine di un’indagine autorizzata in segreto dal comitato stesso lo scorso marzo. Tra le altre cose, il procuratore è sospettato di avere accettato tangenti da un immobiliarista e finanziatore politico, Nate Paul; di aver utilizzato in modo improprio fondi pubblici, sempre a beneficio di Paul; e di aver convinto un imprenditore e un ex politico a investire 100mila dollari in un’azienda tecnologica nel 2011, senza rivelare loro che ne avrebbe guadagnato una commissione in cambio. Le accuse formalizzano fatti in gran parte emersi grazie ad inchieste giornalistiche e testimonianze di ex assistenti di Paxton, ma solo parzialmente indagati.

Paxton ha negato tutti i capi di imputazione, definendo “illegale” il procedimento di impeachment a suo carico; alcuni suoi sostenitori hanno anche criticato i tempi del voto, che si è tenuto nel fine settimana che precede il “Memorial Day”, la giornata dedicata alla commemorazione dei soldati statunitensi morti in guerra, considerata un importante momento di unità nazionale.

L’impeachment comporta un processo che inizierà al più tardi entro la fine di agosto attraverso audizioni al Senato del Texas, dove sarà necessaria una maggioranza dei due terzi dei componenti per rimuovere Paxton dal suo ruolo. La posizione di procuratore generale – la maggiore carica giudiziaria dello stato – è tra le più importanti del sistema politico texano, oltre ad essere considerata un’opportunità per ambire a incarichi politici di maggior rilievo. Fino a oggi in Texas solo due persone, un governatore nel 1917 e un giudice nel 1975, sono state rimosse dal proprio incarico a seguito di un processo di impeachment.

Il voto di sabato alla Camera è stato chiaro e bipartisan: su un totale di 150 deputati, 60 degli 85 repubblicani hanno votato in favore della messa in stato di accusa, oltre a tutti i Democratici presenti. Quel che ha sorpreso numerosi osservatori non è stato tanto l’allineamento tra le due fazioni, quanto la grossa maggioranza di deputati Repubblicani che hanno deciso di votare contro Paxton: tutto in un partito considerato particolarmente corporativo e monolitico, soprattutto in Texas.

Durante l’ultima legislatura i membri Repubblicani della Camera — e in particolare lo speaker, Dade Phelan — sono stati accusati dall’ala più estremista del partito di essere troppo vicini ai Democratici, trascurando per esempio le battaglie politiche per limitare i diritti delle minoranze di genere. È invece meno certa la votazione al Senato, i cui membri hanno comunque posizioni più radicali rispetto alla Camera; il Texas Tribune ha scritto come tra i 31 senatori, di cui 12 Democratici, ci sia grande riserbo sulle intenzioni di voto, sebbene la maggior parte di loro abbia numerosi legami, politici e personali, con Paxton (la moglie di Paxton è una senatrice).

Paxton è procuratore generale del Texas dal 2014, dopo essere stato rieletto altre due volte, nel 2018 e nel 2022. Negli anni ha assunto posizioni particolarmente radicali soprattutto in materia di immigrazione, diventando molto popolare tra gli elettori Repubblicani più conservatori e guadagnandosi la stima e l’appoggio dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del noto senatore Ted Cruz. Nel 2015 e nel 2018 fece causa – guidando un’ampia coalizione di stati a maggioranza conservatrice – al governo federale, contribuendo a bloccare alcuni programmi delle amministrazioni Biden e Obama a beneficio di alcune categorie di immigrati irregolari, per esempio quelli con figli. Paxton cercò anche di fare abolire l’Affordable Care Act (noto anche come “Obamacare”, ovvero la famosa riforma sanitaria di Obama) citando nuovamente in giudizio il governo federale, senza successo, e di limitare alcune restrizioni sul possesso di armi.

Non è ancora chiaro se la vicenda di Paxton possa anticipare tendenze politiche a livello nazionale all’interno del Partito Repubblicano. La maggior parte dei commentatori politici locali sostiene che, deponendo Paxton il prima possibile, il partito voglia soprattutto scaricarlo per evitare di affrontare il grosso scandalo mediatico e politico che nascerebbe inevitabilmente dall’ulteriore diffusione delle notizie sulle sue accuse, considerando la sua posizione molto fragile. La componente più estremista, identitaria, e meno legata ai temi “storici” del partito (come la deregolamentazione del mercato e la libertà d’impresa), a cui Paxton appartiene, è al momento molto influente in gran parte degli Stati Uniti: è possibile che una rimozione del procuratore rimanga un fatto rilevante ma con ripercussioni limitate al solo Texas.