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  • Martedì 25 aprile 2023

Il complicato passato della grande collezione di cervelli umani in Danimarca

Si ritiene che sia la più vasta al mondo: ne raccoglie quasi 10mila, tutti prelevati senza consenso durante le autopsie di pazienti psichiatrici

Un ricercatore mostra un cervello umano all'ospedale psichiatrico di Duffel, in Belgio
Un ricercatore mostra un cervello umano all'ospedale psichiatrico di Duffel, in Belgio (EPA/ Stephanie Lecocq via ANSA)
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In un seminterrato dell’Università della Danimarca meridionale di Odense, la terza città più grande del paese, sono raccolti quasi 10mila cervelli di esseri umani in quella che si ritiene essere la più grande collezione di questo tipo al mondo. Oggi alcuni di questi cervelli vengono impiegati nella ricerca scientifica, ma in Danimarca si è dibattuto a lungo sul loro utilizzo: erano appartenuti a persone ricoverate negli ospedali psichiatrici danesi fra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta, ed erano stati asportati senza che né loro né i familiari avessero dato alcun consenso. Per decenni in Danimarca le notizie sulla collezione furono scarse e poco commentate: negli anni Novanta però la sua esistenza fu al centro di uno dei principali dibattiti etici della storia del paese.

L’idea di conservare i cervelli estratti dai pazienti morti negli ospedali psichiatrici del paese fu del medico danese Erik Strömgren e del ricercatore islandese Lárus Einarson, che nel 1945 fondarono l’istituto di patologia cerebrale all’ospedale psichiatrico di Risskov, ad Aarhus, la seconda città della Danimarca. In quell’epoca fare le autopsie sui corpi delle persone morte era la norma. Come ha spiegato Jesper Vaczy Kragh, esperto di storia della psichiatria, conservare i cervelli invece faceva parte di un tipo di ricerca sperimentale: l’idea era che i medici «forse avrebbero potuto capire dove fossero localizzate le malattie mentali, oppure trovare qualche risposta», come da qualche decennio stavano facendo medici e psichiatri anche in altri paesi, Italia compresa.

L’istituto di Aarhus cominciò a ricevere, catalogare e a conservare in piccoli contenitori pieni di formaldeide i cervelli inviati per posta da vari ospedali psichiatrici di tutta la Danimarca. Negli anni seguenti il lavoro fu portato avanti dal patologo Knud Aage Lorentzen, che continuò a espandere la collezione fino agli anni Ottanta, raccogliendo in totale 9.479 cervelli: circa 5.500 di questi erano di persone affette da demenza, 1.400 da schizofrenia, 400 da disturbo bipolare e 300 da depressione.

Nel 2018 la collezione venne trasferita all’Università di Odense a causa della mancanza di fondi. Oltre ai cervelli, contenuti in secchi più grandi e disposti su scaffali mobili, ci sono anche vari registri con le informazioni – a volte esigue – sulle diagnosi delle persone a cui erano appartenuti.

Secondo una stima di Thomas Erslev, storico della medicina e consulente per la ricerca all’Università di Aarhus, la collezione raccoglie i cervelli della metà dei pazienti ricoverati e morti negli ospedali psichiatrici danesi fra il 1945 e il 1982.

Tra i cervelli della collezione c’è anche quello di Kirsten Abildtrup, la sorella della nonna della giornalista danese Lise Søgaard, identificato dal numero 738. Søgaard ha raccontato alla CNN di aver scoperto solo di recente che la prozia era affetta da schizofrenia e che durante la Seconda guerra mondiale era stata ricoverata in un ospedale psichiatrico.

Ricostruendo la sua storia, Søgaard ha peraltro scoperto che la prozia aveva subìto una lobotomia, una procedura con cui una parte delle fibre di un lobo cerebrale venivano recise per essere separate dalle altre, nella convinzione che in questo modo si potessero eliminare i forti stress dei pazienti legati alle emozioni. È un’operazione che oggi è considerata violenta, disumana e pericolosa, oltre che poco efficace, ma che allora era piuttosto diffusa sia in Danimarca che altrove.


Kragh ha spiegato a Euronews che generalmente in Danimarca c’era fiducia in ciò che si faceva negli ospedali psichiatrici, per la gran parte pubblici, e quindi non ci si poneva troppe domande su cosa succedesse al loro interno. Di norma non veniva chiesto alcun consenso per sottoporre i pazienti a certi tipi di terapie, e lo stesso accadeva per le autopsie dei cadaveri. Martin Wirenfeldt Nielsen, patologo e attuale curatore della collezione, ha notato che oggi si tende a pensare alle persone come esseri «inviolabili, e che possiamo decidere qualsiasi cosa, o quantomeno ciò che succede al nostro corpo»: allora però per fare un’autopsia non si chiedeva il permesso, «si faceva e basta».

La collezione rimase intatta e inutilizzata dal 1982, l’anno in cui Lorentzen andò in pensione. Fu negli anni seguenti che cominciarono a emergere informazioni sul suo conto, e tra gli anni Novanta e gli anni Duemila ne derivò un grande dibattito etico. Dall’associazione nazionale per la salute psichiatrica (SIND) e da parte dell’opinione pubblica arrivò la richiesta che i cervelli venissero sepolti, o comunque smaltiti in modo etico: nel 1991 tuttavia il Consiglio etico della Danimarca stabilì che potessero essere impiegati per la ricerca scientifica, seppur con alcune restrizioni. Nel 2006, dopo nuove discussioni, il Consiglio etico confermò che fosse ammissibile usarli, anche senza il consenso dei parenti: questa volta fu d’accordo anche la SIND.

Knud Kristensen, direttore dell’associazione tra il 2009 e il 2021 e attualmente membro del Consiglio etico danese, ha osservato che secondo molti «era già stato fatto del male ai pazienti una volta», e che «il minimo che si potesse fare, sia per loro che per i parenti, era assicurarsi che i cervelli venissero usati per la ricerca scientifica».

– Leggi anche: Cambiare nome alla schizofrenia può aiutare a superare lo stigma?

Collezioni di cervelli umani come quella dell’Università di Odense non sono rare. All’ospedale psichiatrico di Duffel, in Belgio, sono raccolti più di 3mila cervelli di persone a cui erano state diagnosticate schizofrenia, psicosi o grave depressione, originariamente parte di una collezione ancora più ampia. A Lima, in Perù, esiste un museo che raccoglie più di 3mila esemplari tra cervelli di persone affette da disturbi psichiatrici e feti con malformazioni causate da malattie neurologiche. Sono conservate alcune decine di cervelli anche alla Cornell University, nello stato di New York, di cui otto esposti al pubblico: tra questi ci sono quello di un assassino morto nel 1871 e quello della suffragista Helen Hamilton Gardener, che nel 1925 decise che avrebbe donato il suo alla scienza per dimostrare che i cervelli delle donne non erano meno sviluppati di quelli degli uomini.

Nell’Ottocento le conoscenze sul cervello erano diventate sempre più approfondite grazie allo sviluppo di nuovi strumenti scientifici: poi, nei primi decenni del Novecento, sia in Europa che altrove nacquero numerosi istituti di psichiatria in cui scienziati e ricercatori cominciarono ad analizzare sistematicamente i cervelli per studiare le relazioni tra il sistema nervoso e le malattie o le caratteristiche degli esseri umani.

In Italia il caso più noto e controverso di ricerca sui cadaveri fu quello di Cesare Lombroso, che a fine Ottocento fondò a Torino il museo di Psichiatria e antropologia criminale (oggi museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso).

Nel 1876 Lombroso pubblicò “L’uomo delinquente”, lavoro di ricerca che lo rese famoso in ambito accademico internazionale come uno dei pionieri dell’antropologia criminale. Nell’ambito delle sue ricerche, Lombroso studiò la dimensione e la forma del cranio di molti briganti uccisi nell’Italia meridionale e portati in Piemonte, arrivando alla conclusione che fossero portatori di tratti ereditari e di tipo anti-sociale fin dalla nascita. Lombroso creò così una pseudoscienza, oggi ritenuta infondata, che si rifaceva alla frenologia, altra dottrina pseudoscientifica secondo cui le funzioni psichiche di ogni individuo dipendevano da particolari aree del cervello e dalla conformazione del cranio. Oltre a centinaia di crani e scheletri umani e animali, nel museo Cesare Lombroso a Torino sono ancora conservati circa 180 cervelli, che però non sono esposti al pubblico.

Al momento i progetti di ricerca che stanno utilizzando i cervelli della collezione danese per scopi scientifici sono quattro, come quello della neurobiologa Susana Aznar sul Parkinson, una malattia piuttosto difficile da diagnosticare, soprattutto nelle fasi iniziali. Aznar ha detto che studiare questi cervelli è utile anche perché permette di osservare gli effetti della medicina moderna, visto che in vari casi appartenevano a pazienti che non avevano mai assunto i farmaci usati nelle terapie comuni oggi.

A ogni modo, lo scorso marzo il governo danese ha concluso che le persone ricoverate negli ospedali psichiatrici del paese fra gli anni Trenta e gli anni Ottanta e le loro famiglie dovranno ricevere le scuse ufficiali dello Stato per il modo in cui erano state trattate. Tra queste ci sono anche circa 500 donne danesi che tra gli anni Venti e gli anni Sessanta furono sterilizzate forzatamente o costrette ad abortire in un istituto psichiatrico sull’isola di Sprogø.