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  • Venerdì 24 febbraio 2023

A Padova è stato riaperto un caso di omicidio di 31 anni fa

La procura sospetta che a uccidere il 23enne Matteo Toffanin fu la mala del Brenta per uno scambio di persona

Il luogo dove il 3 maggio 1992 fu ucciso Matteo Toffanin
(ANSA/ MICHELE GALVAN)
Il luogo dove il 3 maggio 1992 fu ucciso Matteo Toffanin (ANSA/ MICHELE GALVAN)
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La procura di Padova ha riaperto un’indagine su un caso di un omicidio avvenuto 31 anni fa in un quartiere della città, la Guizza. Due persone sono state iscritte nel registro degli indagati: sono sospettate di aver assassinato, il 3 maggio 1992, il 23enne Matteo Toffanin e di aver ferito la fidanzata, Cristina Marcadella. L’omicidio sarebbe avvenuto per errore. L’obiettivo degli assassini sarebbe stata in realtà un’altra persona: Marino Bonaldo, oggi settantunenne. 

I due indagati, entrambi padovani, sono Andrea Batacchi e Sergio Favaretto, ex appartenenti alla banda guidata da Felice Maniero, la cosiddetta mala del Brenta, attiva in Veneto e poi in tutta Italia, negli anni Settanta e Ottanta. Il primo, Batacchi, detto il ragioniere, è l’ex braccio destro di Maniero e oggi ha 60 anni; il secondo, Favaretto, ha 67 anni. Secondo l’ipotesi del pubblico ministero Roberto D’Angelo l’omicidio sarebbe stato deciso per un regolamento di conti interno all’organizzazione malavitosa: ci fu però uno scambio di persona.

L’omicidio avvenne in via Tassoni, alla Guizza, la sera di domenica 3 maggio 1992. Matteo Toffanin e Cristina Marcadella erano appena tornati da una giornata al mare e stavano parcheggiando l’auto, una Mercedes bianca, davanti al portone dove abitava la ragazza. Due persone si avvicinarono e iniziarono a sparare. Toffanin fu colpito alla testa e morì subito, mentre Cristina Marcadella venne ferita alle gambe.

Agli investigatori apparve chiaro in breve tempo che era avvenuto uno scambio di persona. A due portoni di distanza da quello di Cristina Marcadella abitava infatti Marino Bonaldo, che aveva una Mercedes bianca identica a quella di Toffanin e con addirittura tre numeri di targa coincidenti con quelli della targa dell’auto di Toffanin. Bonaldo aveva qualche precedente penale e aveva avuto anche a che fare con la mala del Brenta. Lui stesso ha detto parlando con il Gazzettino: «Non so se davvero fossi io il bersaglio, mi sento innocente quanto quel povero ragazzo morto. Per quel che ne so, potevano anche cercare qualcun altro. Sono nato in una buona e onesta famiglia e per disgrazia divina sono stato anche un delinquente, ma anche in quel mondo tutti lo sanno: ho sempre vissuto con precisione e sincerità».

Nel 1992 le indagini si indirizzarono appunto sullo scambio di persona. Gli inquirenti però concentrarono le attenzioni su una banda di siciliani che operava in Lombardia con cui Bonaldo era entrato in contrasto. In particolare, gli inquirenti scoprirono che l’uomo aveva un debito importante, circa 200 milioni di lire, con quel gruppo di siciliani. Poco tempo prima dell’omicidio di Toffanin una pelletteria a Milano, di proprietà di Bonaldo, era stata colpita da numerosi proiettili. Dalle indagini non emersero elementi concreti e nel 1997 venne decisa l’archiviazione.

Sempre parlando con il Gazzettino, Bonaldo ha detto che la sera dell’omicidio di Matteo Toffanin era uscito con una donna: «Ero dalle parti di Abano Terme dove poi sono stato fermato da una pattuglia dei carabinieri. Quando sono arrivato davanti a casa, in via Tassoni, ho visto un sacco di lampeggianti e poliziotti. Se avessi sospettato che qualcuno aveva fatto una cosa del genere contro di me lo sarei andato a cercare: non per vendicarmi, ma per parlarci faccia a faccia. Avrei cercato quel vigliacco. Quindi no, non sono certo che fossi io il bersaglio. Non ho mai fatto sgarri a nessuno».

Non è chiaro quale sia il motivo che ha portato la procura di Padova ad aprire nuovamente le indagini. È possibile che all’origine ci sia stata una “soffiata”: qualche ex appartenente alla mala del Brenta che dopo più di 30 anni ha rivelato ciò che era veramente accaduto quella sera.

I due indagati sono personaggi celebri della mala del Brenta. Sia Andrea Batacchi che Sergio Favaretto facevano parte del gruppo che rubò, nell’ottobre del 1991, la reliquia di Sant’Antonio che venne poi recuperata due mesi dopo a Fiumicino. Entrambi poi fecero parte del gruppo che fece evadere il capo dell’organizzazione, Felice Maniero, il 14 giugno 1994 dal carcere Due Palazzi di Padova. Batacchi è stato condannato nel 2018 all’ergastolo per la morte della guardia giurata ventiseienne Gianni Nardini, uccisa durante l’assalto a un portavalori avvenuto nel 1987 lungo l’autostrada A13, all’altezza di Boara Pisani, in provincia di Rovigo.

Anche Favaretto ha già una condanna per omicidio: con un altro dei criminali più legati a Maniero, Antonio Pandolfo, uccise nel 1994 un ex affiliato alla banda, Giancarlo Ortes, e la sua compagna Nadza Sabich. A ordinare l’omicidio fu lo stesso Maniero quando venne a sapere che Ortes aveva iniziato a collaborare con la Direzione investigativa antimafia del Veneto. 

Con uno dei due indagati Bonaldo aveva avuto screzi in passato, per una questione di frequentazioni femminili che portò a un ferimento dello stesso Bonaldo, colpito da un proiettile alla gamba. Il motivo per cui i due volevano però ucciderlo la sera del 3 maggio 1992 sarebbe stato legato al denaro: soldi della banda di cui si sarebbe impossessato Bonaldo.

Parlando dei due indagati con il Gazzettino, Bonaldo ha detto: «Uno di loro è sempre stato un amico, uno di famiglia. Non penso avesse motivo per fare una vigliaccata del genere ma soprattutto, conoscendomi benissimo, come avrebbe potuto sbagliare bersaglio?». È una tesi che ha espresso anche parlando con il pubblico ministero. È proprio questo però che, secondo il pm, avrebbe ingannato i due assassini. Conoscendo bene Bonaldo, le sue abitudini e la sua auto e sapendo che parcheggiava la Mercedes sempre nello stesso punto, spararono a colpo sicuro senza guardare in faccia la vittima.

Il pubblico ministero nei giorni scorsi ha sentito, nel carcere Due Palazzi, Achille Pozzi, ex membro della mala del Brenta e presto sentirà anche il capo, Felice Maniero, che, dopo essere diventato collaboratore di giustizia è libero dal 2010 e oggi vive con un altro nome facendo l’imprenditore. Fino a poco tempo fa si occupava di casette per la depurazione e la distribuzione dell’acqua.