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Perché in Italia gli stipendi sono così bassi

I motivi sono legati soprattutto alla mancata crescita economica negli ultimi vent'anni, mentre le tasse sul lavoro c'entrano poco

di Mariasole Lisciandro
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Un lavoratore italiano guadagna in media 15 mila euro in meno all’anno di un lavoratore tedesco, quasi 10 mila in meno di uno francese e quasi la metà di uno americano. E questo succede a parità di potere di acquisto, una tecnica statistica che consente di eliminare le differenze nel costo della vita. Gli stipendi italiani sono gli stessi da decenni e il problema è ancora più pressante in questo momento di alta inflazione, ossia di aumenti generalizzati dei prezzi che impoveriscono chi ha uno stipendio fisso.

Sono successe molte cose negli ultimi vent’anni che spiegano perché le retribuzioni in Italia non si sono mai adeguate al costo della vita: il problema principale è che l’economia italiana non è sostanzialmente cresciuta, impedendo agli stipendi di crescere di conseguenza. L’altro problema, collegato alla crescita, è che negli ultimi decenni è rimasta ferma anche la produttività del lavoro: semplificando, significa che il reddito prodotto da ciascun lavoratore negli ultimi vent’anni è rimasto più o meno lo stesso, mentre è aumentato negli altri grandi paesi. Questo ha tenuto gli stipendi italiani più bassi di quelli tedeschi, francesi o americani. Ci sono poi altre cause legate alla scarsa preparazione degli imprenditori e dei manager, alla formazione dei lavoratori e all’adozione molto lenta delle innovazioni tecnologiche.

Se le retribuzioni in Italia sono basse, dunque, è perché il sistema economico nel suo complesso non è stato in grado di evolversi e crescere come è successo negli altri paesi: in questo senso, gli stipendi italiani sono lo specchio dell’economia del paese. I dati mostrano invece che il livello dei salari non ha molto a che vedere con le tasse sul lavoro: benché siano spesso citate nel dibattito sugli stipendi, in realtà sono in linea con il resto dei principali paesi europei.

L’Italia non cresce da vent’anni
Dagli anni Sessanta in poi il Prodotto Interno Lordo italiano, il PIL, che misura il reddito che produce uno stato e che è quindi un parametro su come va l’economia di un paese, è cresciuto molto, in linea con quanto facevano gli altri paesi europei ma anche di più. Poi a metà degli anni Novanta qualcosa si è inceppato: da allora è rimasto praticamente costante, tranne per le recessioni del 2008-2009 e del 2020.

La mancata crescita del PIL è andata di pari passo alla mancata crescita degli stipendi. Rispetto a vent’anni fa, la retribuzione media in Italia è cresciuta dello 0,5 per cento, contro il 20,1 per cento in Germania e il 23,9 in Francia. Anche in Spagna gli stipendi sono cresciuti di poco, dello 0,7 per cento, e il livello medio è più basso di quello italiano.

La questione della produttività
Molti esperti riconducono questo brusco cambiamento dell’economia italiana a un problema di produttività, ossia la misura dell’efficienza del sistema produttivo che è un fattore indispensabile per la crescita economica. Più si produce in un determinato lasso di tempo a parità di fattori produttivi impiegati, come i macchinari e il lavoro, più si è efficienti e più si è produttivi. Per esempio: l’azienda A produce 100 cose impiegando un lavoratore e un macchinario, mentre l’azienda B ne produce 150 impiegando allo stesso modo un lavoratore e un macchinario: il lavoratore dell’azienda B potrebbe avere una preparazione migliore, oppure il macchinario potrebbe essere più efficiente. Il risultato è che l’azienda B è più produttiva, perché a parità di spese riesce a generare più reddito.

Un’azienda più produttiva è anche un’azienda più ricca, che può aumentare gli stipendi ai propri dipendenti, reinvestire i guadagni per diventare ancora più produttiva oppure creare utili per l’imprenditore. Ma se la produttività non aumenta, non aumenteranno nemmeno gli stipendi. Ed è per questo che indirettamente le retribuzioni dei lavoratori sono legate alla produttività del lavoro. Più un paese diventa produttivo e più, in media, gli stipendi saranno alti, perché è più alto il reddito che ogni lavoratore produce con il suo lavoro.

La produttività dipende da varie cose, come la tecnologia, gli investimenti in ricerca, l’istruzione e la formazione dei lavoratori, le modalità con cui i lavoratori sono inseriti nelle dinamiche aziendali e così via.

Facciamo un esempio: un’azienda tedesca ha bisogno di 10 operai per produrre 100 cose all’anno mentre un’azienda italiana ne necessita 20. Alla fine dell’anno entrambe le aziende guadagnano 15 mila euro: l’azienda tedesca decide di pagare mille euro per ogni operaio e di tenere 5 mila come guadagno per l’imprenditore; l’azienda italiana non potrà dare ai suoi 20 operai lo stesso stipendio di quelli tedeschi, perché non se lo può permettere.

Dal punto di vista della produttività l’Italia non è messa bene: nel 2020 ogni ora lavorata ha prodotto circa 55 dollari di PIL, contro i 67 della Germania, i 68 della Francia e i 73 degli Stati Uniti.

Nonostante la teoria economica suggerisca come il legame tra produttività e salari sia del tutto plausibile, c’è ancora dibattito tra gli economisti se sia proprio la produttività la determinante principale della crescita dei salari, anche se ormai molti ne sono convinti.

Ci sono varie cause del perché la produttività non è cresciuta in Italia negli ultimi due decenni.

Secondo Andrea Garnero, economista dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), «un rallentamento della crescita della produttività è un fenomeno globale che ha interessato tutti i paesi, non solo l’Italia». A queste dinamiche globali però «l’Italia aggiunge problematiche tutte nazionali, come l’inefficienza del settore pubblico, una scarsa meritocrazia e una contrattazione aziendale poco sviluppata».

Secondo Garnero, una delle ragioni principali è che l’Italia ha «mancato la rivoluzione informatica degli anni Novanta». Questo non significa che l’Italia non ha prodotto innovazione, ma che non l’ha accolta e ben integrata nelle dinamiche aziendali. Per esempio, non è possibile migliorare l’efficienza dando semplicemente ai lavoratori strumenti sempre più tecnologici, come un nuovo software oggi o come poteva essere un computer negli anni Novanta, senza assicurarsi che abbiano una formazione adeguata per usarli al meglio. «Non basta attaccare un computer alla presa. Si devono riorganizzare i luoghi di lavoro utilizzando un modello di gestione meritocratico e orientato ai risultati», dice Garnero.

In generale, anche la bassa istruzione e formazione sia degli imprenditori che dei dipendenti ha un ruolo nello spiegare la poca crescita della produttività. Imprenditori e manager non formati possono non cogliere come migliorare l’efficienza dell’azienda e soprattutto spesso non colgono il valore di cercare dipendenti specializzati e più istruiti. Il che non rappresenta una spinta alla formazione per chi si propone nel mondo del lavoro. Si crea quindi un circolo vizioso, che spinge verso il basso le competenze medie dei lavoratori.

Secondo Garnero, «bassa offerta e bassa domanda di competenze fanno dell’Italia un paese che a tratti (e in certi segmenti) sembra più in concorrenza con i paesi emergenti che con gli altri paesi europei». Per esempio, gli operai tedeschi sono molto più specializzati degli operai italiani, che nelle mansioni più ripetitive potrebbero competere piuttosto con la manodopera polacca, che spesso peraltro viene preferita dalle aziende che decidono di produrre nei paesi dell’Est dove il costo del lavoro è molto più basso.

Che ci sia un problema con la valorizzazione dell’istruzione e della formazione dei dipendenti emerge anche dal fatto che i giovani sotto i 30 anni, mediamente più istruiti, sono retribuiti in media di meno rispetto ai lavoratori più anziani: «I giovani under 30 hanno una retribuzione oraria del 39 per cento più bassa di quella dei lavoratori over 50 e del 26 per cento inferiore a quella dei dipendenti tra i 30 e i 49 anni», dice Garnero. Il che significa che le aziende spesso non riconoscono davvero il valore che un dipendente più istruito può portare, se lo pagano meno rispetto a un lavoratore con lo stesso ruolo ma più anziano. Questo a sua volta non è un incentivo all’istruzione delle persone e al miglioramento generale delle imprese.

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La particolarità delle aziende italiane
La responsabilità della poca produttività dei lavoratori italiani risiede anche in una specificità delle aziende italiane, che nella maggior parte dei casi sono piccole e a conduzione familiare. Il che non è di per sé un male, ma la conduzione familiare e il modo di gestire l’azienda che si tramandano di generazione in generazione lasciano spesso poco spazio all’innovazione. Il modo di dire “si è sempre fatto così” talvolta rende le società italiane ingessate e non mette i dipendenti in grado di lavorare all’interno di dinamiche aziendali più efficienti.

In più, la poca produttività genera anche un circolo vizioso: tornando all’esempio di prima, mentre all’azienda tedesca alla fine dell’anno restano 5 mila euro di guadagni che l’imprenditore può decidere se tenere per sé o investirli nuovamente nella società (magari per comprare nuovi macchinari, o per finanziare corsi di formazione per i dipendenti), all’azienda italiana in tasca non resta niente, quindi non solo l’imprenditore non guadagna, ma non può neanche decidere di investire in innovazione.

Il ruolo dei sindacati
Molti economisti ed esperti di lavoro ritengono che anche il grande ruolo che hanno i sindacati in Italia spieghi in parte stipendi più bassi degli altri paesi. Secondo il sito specialistico Itinerari previdenziali, quasi la totalità dei dipendenti in Italia è assunta con l’applicazione di un contratto collettivo del lavoro, ossia contratti standard negoziati a livello nazionale dai sindacati, le organizzazioni che rappresentano i lavoratori, e dalle associazioni datoriali, che rappresentano le aziende. Questi contratti stabiliscono le condizioni di base del rapporto di lavoro, come gli orari, le ferie e anche la retribuzione minima per ogni livello contrattuale, che normalmente varia a seconda del ruolo e dell’esperienza richiesta.

La contrattazione collettiva ha avuto il merito di tutelare i lavoratori di bassa professionalità, che non hanno una grande forza contrattuale nei confronti delle aziende: sempre secondo le elaborazioni di Itinerari previdenziali, i livelli retributivi di fascia inferiore, ossia quelli dei lavori e dei ruoli più modesti, sono piuttosto alti rispetto alla media europea.

Il loro ruolo è fondamentale per la tutela dei diritti dei lavoratori, ma questo meccanismo ha creato un effetto collaterale. Dato che la maggior parte delle assunzioni viene fatta usando i contratti collettivi già pronti, non si è sviluppata la contrattazione singola tra lavoratori e aziende, che servirebbe invece per cogliere aspetti particolari di un determinato rapporto di lavoro: se un candidato ha un’istruzione elevata o magari è altamente specializzato dovrebbe aver diritto a una retribuzione più alta rispetto a un dipendente assunto per lo stesso ruolo, ma magari meno istruito e specializzato. Invece questo spesso non avviene, con il risultato che la contrattazione collettiva schiaccia verso il basso le retribuzioni di chi meriterebbe di più, rendendo così ingessato il sistema.

La tassazione sul lavoro non c’entra niente
Un altro grande tema quando si parla di bassi salari in Italia riguarda la tassazione sul lavoro, il cosiddetto cuneo fiscale, ossia la differenza tra quanto l’azienda spende per un lavoratore e quanto questo effettivamente percepisce in busta paga. Molti vedono nell’alto cuneo fiscale il motivo per cui le retribuzioni italiane sono più basse di quelle degli altri paesi. In realtà i confronti internazionali si fanno al lordo dell’imposta, quindi la tassazione non c’entra niente.

In più, paragonando le tasse sul lavoro nei diversi paesi, emerge come proprio Francia e Germania, che hanno retribuzioni più alte di quelle italiane, abbiano anche un cuneo fiscale più alto di quello italiano.

Ciò non significa che operare sulla tassazione del lavoro sia inutile per i governi: ridurla rappresenta sicuramente uno strumento per garantire stipendi netti più alti e quindi un potere d’acquisto più alto ai lavoratori.

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