Se proprio vogliamo citare Rodari

«Non capisco perché fra i tanti intellettuali del passato e del presente vicini al sentire di questo governo, vicini all’ideologia scolastica del ministro, si debba scomodare proprio il comunista e pacifista Gianni Rodari. Uno iscritto al PCI nel 1944. Giornalista dell’Unità e poi di Paese Sera, fin dagli anni Cinquanta tradotto in Unione sovietica»

(Daniel Reinhardt/dpa)
(Daniel Reinhardt/dpa)
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Non so se è uno scherzo, un errore, la conseguenza della pigrizia di qualche funzionario, un colpo basso di uno spirito (poco) natalizio al ministro dell’Istruzione e del merito ma anche quest’anno, come nel 2020, da viale Trastevere è partita una lettera di auguri al mondo della scuola nella quale si cita Gianni Rodari. In molti me l’hanno spedita. Io, infatti, non sono un’insegnante, non ho l’onore, parafrasando la risposta di Charlie Chaplin quando gli chiesero se fosse ebreo. No, non ho l’onore di essere un’insegnante e quindi non ho ricevuto questa lettera direttamente dal ministro. Ma sono una studiosa della scuola e di Gianni Rodari e per questo (quando il suo nome viene usato alla sanfasò), qualcuno si prende la briga di segnalarmelo.

Ed eccola qui la letterina natalizia e rodariana che invita a volersi bene, collaborare, darsi la mano. Mentre la leggevo mi sono ricordata di una cosa che avevo scritto due anni fa, quando era stata la ministra Azzolina a usare una frase di Rodari per fare gli auguri di Natale. Rileggendo il mio testo di allora ho scoperto che la frase del poeta di Omegna usata dai due titolari della (pubblica) istruzione era/è, esattamente, la stessa.

se ci diamo la mano
i miracoli si fanno
e il giorno di Natale
durerà tutto l’anno.

Ora si potrebbe perdere tempo a ragionare sulla mancanza di fantasia, financo la superficialità di chi non ha notato questa ripetizione, (che di poesie sul Natale ce ne sono tante) e poi aggiungere che vale oggi quello che scrivevo allora: che non si può trattare così Gianni Rodari, farlo diventare un autore buono per tutte le occasioni, e, per l’appunto, per ogni governo, perché Rodari stesso non l’avrebbe sopportato. Ma non basterebbe più. La sua idea di pace, di scuola, di educazione, di “darsi la mano” aveva già ben poco a che vedere con la scuola immaginata da Azzolina, ma oggi siamo andati proprio oltre un generico non assomigliarsi.

Non capisco perché fra i tanti intellettuali del passato e del presente vicini al sentire di questo governo, vicini all’ideologia scolastica del ministro, (che ne so: una Dolores Umbridge, per esempio, o un’Agatha Trunchbull) si debba scomodare proprio il comunista e pacifista Gianni Rodari. Uno iscritto al PCI nel 1944. Giornalista dell’Unità e poi di Paese Sera, fin dagli anni Cinquanta tradotto in Unione sovietica, dove il suo Cipollino è stato il libro più letto per decenni nel panorama dei libri per l’infanzia. Direttore del Giornale dei genitori dopo la morte di Ada Gobetti nel 1968. Dalla parte degli studenti nel Sessantotto (e pure nel Settantasette). In prima linea contro il voto inteso come punizione, per la scuola della partecipazione, del protagonismo delle famiglie, contro il “merito” quando inteso come distinzione fra i buoni e i cattivi, belli e brutti, capaci e incapaci. Perché Rodari? Lui che ha sempre avuto uno sguardo curioso nei confronti delle tecnologie e mai avrebbe sottoscritto frasi come quelle che va ripetendo questo esecutivo sui cellulari a scuola, sui cellulari come la “cocaina”, strumenti che sarebbero la causa di ogni nefandezza. Come se le tecnologie si autodeterminassero. Come se i primi ad averli in mano questi oggetti del demonio non fossero i genitori, gli insegnanti, perfino i ministri (senza distinzioni generazionali).

Gianni Rodari è morto nel 1980 quando nella scuola, al massimo, entravano gli schermi televisivi. Eppure aveva fatto in tempo a dare alcune preziose indicazioni di metodo proprio relativamente al rapporto fra ragazzi e mezzi di comunicazione di massa. Lo aveva fatto la prima volta negli anni Cinquanta, quando alcuni adulti avevano detto che i fumetti avrebbero rincretinito la futura classe dirigente di questa nazione, e aveva continuato a farlo alla fine degli anni Settanta quando un gruppo di genitori di Imola aveva chiesto alla Rai la messa al bando dei cartoni animati giapponesi con queste precise parole: «I ragazzi non salutano più, quando ti incontrano ti sferrano un pugno atomico nello stomaco […] Impersonano gli eroi dei telefilm e si esprimono solo a base di bing, bang, smash e crash […] I ragazzi sono plagiati: i supereroi riempiono temi e disegni […] I bambini anche per la latitanza degli adulti non hanno gli strumenti della decodifica e il risultato sarà un ragazzo chiuso in se stesso, egocentrico e aggressivo, che parla soltanto con il televisore e non con i coetanei, che imposta i suoi rapporti con i genitori sulla prepotenza e il capriccio, perché ha imparato la lezione di Goldrake».

Rodari aveva risposto, con la sua consueta pacatezza, che bisognava farla finita di lamentarsi sempre, di addossare ai bambini, ai ragazzi, responsabilità che erano soltanto degli adulti. Se le nuove generazioni non sapevano usare in modo intelligente un mezzo di comunicazione non era certo colpa loro, dei bambini degli anni Settanta, ma del modello che avevano avuto dagli adulti che avevano di fronte della loro incapacità a gestire le trasformazioni. Suggeriva Rodari allora «di lavorare sui materiali che la televisione sforna; invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, la affronta e la supera. Cosa c’è di moralmente degenerato rispetto ai miti di Ercole? I bambini si riappropriano dei materiali fantastici che la televisione ha offerto loro (e noi diciamo: li condizionano, li costringono ecc.) e ne fanno quello che vogliono loro».

Riappropriarsi dei materiali fantastici che la rete mette a disposizione e farne quello che si vuole: una possibilità educativa immensa. Anche un rischio immenso. Ma chi pensa che educare e avere a che fare con l’infanzia, con l’adolescenza, sia una passeggiata allora forse ha davvero sbagliato mestiere. Rischiare in educazione significa accettare le sfide del presente, guardarle in faccia, senza nascondersi in ridicole nostalgie di un passato dove, con un minimo di sincerità, potremmo ritrovare gli stessi allarmi, gli stessi adulti spaventati, gli stessi giovani in pericolo di fronte a ogni novità. Ricordo, ma è una delle infinite perle che potrei raccontare, un’inchiesta fatta alla fine degli anni Sessanta sulle conseguenze neurologiche del western all’italiana: i bambini venivano sottoposti all’elettroencefalogramma per vedere come reagivano ai pugni di Clint Eastwood.

Così, tornando a Rodari, le sue parole, le tante che ho avuto la fortuna di leggere e rileggere negli anni passati a studiarlo, mi tornano ogni giorno in mente quando vedo la scuola ridotta a un campo di battaglia – non nella realtà, che per fortuna la scuola è molto meglio di come ce la racconta il ministro – ma nella rappresentazione sua e di certa stampa che gli va dietro. Si esaltano i provvedimenti disciplinari. La lettura, la biblioteca persino, vengono proposti come strumenti di punizione. Si propone di dare il bonus cultura soltanto a chi “se lo merita” in base al risultato dell’esame di stato. E poi si mandano letterine melense che ritagliano tre versi di uno dei nostri poeti più intelligenti e radicali per dire cosa? Volemose bene. Ma cosa c’è di più anti rodariano di questo? Proprio non lo so.

C’è un intervento di Gianni Rodari uscito sul Corriere dei Piccoli il 4 ottobre 1970. Un articolo scritto per i bambini che era però uno spaccato bellissimo della vita della scuola, su quanto stava cambiando e su quanto, invece, non cambiava mai. Rodari citava una cosa che aveva letto e che era successa in Danimarca. Un maestro e i suoi scolari avevano sottoscritto un patto che diceva più o meno così: «Con il presente trattato il signor Maestro e i suoi venticinque scolari si propongono di instaurare tra loro rapporti amichevoli e di pacifica collaborazione. Essi si impegnano ad astenersi dall’uso della forza e dall’impiego di armi atomiche, chimiche e convenzionali per risolvere le eventuali controversie. Il signor Maestro si impegna:
I. a deporre presso il bidello, prima di entrare in aula, il bastone, l’ombrello, i nervi e qualsiasi personale malumore;
II. a non urlare «Silenzio!» più di una volta alla settimana;
III. a permettere e a favorire gli scambi culturali tra i suoi allievi, anziché costringerli a rompere tra loro i rapporti diplomatici per la durata della lezione;
IV. a risolvere le questioni disciplinari con la discussione, senza ricorrere all’autorità dell’Onu o della direzione didattica.

Dal canto loro gli scolari si impegnano:
I. a considerare il signor Maestro un alleato, e non un nemico e quindi ad astenersi dall’affibbiargli dei soprannomi;
II. a collaborare in ogni modo con il maestro e tra loro perché la scuola sia un laboratorio attivo e allegro e non una tetra prigione;
III. a parlare soltanto quando hanno qualcosa di utile da dire;
IV. a non tacere se hanno qualcosa di sensato da dire.

Le parti contraenti discuteranno una volta ogni trenta giorni l’applicazione del presente accordo».

Fare scuola, comunità. Ogni giorno. Ecco, invece dei versi sul darsi la mano così a casaccio, che dopo la pandemia non sarebbe nemmeno il caso, questo dovrebbe essere il Rodari da ricordare.

Vanessa Roghi
Vanessa Roghi

Vanessa Roghi è una storica. Si occupa di educazione, margini. Ha scritto saggi pubblicati in Italia da Laterza e Mondadori. È stata fellow dell'Italian Academy della Columbia University.

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