A cosa servono i festival

«Quello che succede in un contesto simile è un allargamento delle conoscenze a persone che per vari motivi ne erano escluse. Una trasmissione e ridistribuzione di cultura che agisce per vasi comunicanti riempiti dal sudore di una pista da ballo, portando persone che prima non sapevano a sapere: di fatto, un potenziale ascensore sociale»

Il concerto di Caribou al Club to Club (Kimberley Ross)
Il concerto di Caribou al Club to Club (Kimberley Ross)
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Venerdì sera verso le nove chi entrava al C2C Festival (il Club to Club, per tutti) al Lingotto di Torino, immediatamente oltre i cancelli d’ingresso, era accolto in una stanza completamente buia dalla quale arrivavano suoni stranissimi. Per chi ha qualche familiarità con la musica elettronica, a cui è dedicata la maggior parte del festival, queste due caratteristiche identificano immediatamente un concerto degli Autechre, duo inglese tra i più importanti della storia della musica sperimentale degli anni Novanta. Un’esperienza respingente e irresistibile insieme, fatta di rumori cacofonici e bassi laceranti, che nemmeno per un attimo sembra costruita per essere piacevole.

La sala eppure era strapiena: di intenditori e intenditrici di musica un po’ di nicchia, vicini al palco per essere travolti dall’aria spostata dai subwoofer; e anche di tanta gente perplessa, con il giaccone ancora addosso, attratta e sbigottita da quei suoni che non aveva mai sentito prima e che forse non sentirà più. Ma a cui sicuramente ripenserà, prima o poi: gli Autechre magari non si amano, non si capiscono del tutto, ma non si dimenticano.

Il lavoro ammirevole che stanno facendo festival come il C2C, arrivato alla ventesima edizione, è allargare anche in Italia il pubblico della techno e della dance music in generale. Che è di per sé una delle forme d’arte più democratiche che siano mai state inventate, come lo è stata in generale la musica da ballo, dallo swing in poi. Lo stesso set di un dj può fare impazzire un addetto ai lavori dell’industria musicale a cui di solito non piace niente, e un ventenne che fino a un paio di ore prima non aveva idea di dove avrebbe passato la serata.

Al C2C si trovano entrambe le categorie di persone. I primi magari storcono il naso per le scelte più mainstream, i secondi si annoiano un po’ se in attesa di un dj famoso si ritrovano a dover seguire un’ora di musica d’avanguardia. Ma a un certo punto della notte è probabile che tutti si ritrovino vicini alle casse: chi conosce i club sa che è lì che succedono le cose migliori, chi non lo sapeva lo impara dopo la prima volta in cui ci finisce per caso, attratto da una massa di corpi che ballano senza darsi fastidio, chiedendo scusa se si urtano, sorridendo, tenendo gli occhi chiusi, o mascherando con gli occhiali da sole uno sguardo allucinato che vogliono tenere per sé.

Nello stesso posto c’è insomma chi detiene il capitale culturale e chi no, tutti appiccicati a fare la stessa cosa. L’aspetto buffo, e intrinsecamente sovversivo, è che spesso a divertirsi di più sono i secondi.

Quello che succede in un contesto simile è un allargamento delle conoscenze a persone che per vari motivi ne erano escluse. Una trasmissione e ridistribuzione di cultura che agisce per vasi comunicanti riempiti dal sudore di una pista da ballo, portando persone che prima non sapevano a sapere: di fatto, un potenziale ascensore sociale. Un’aggregazione che fa godere insieme di qualcosa – la musica dance, appunto – che può essere colto e allo stesso tempo trasversale, che può emancipare e innescare consapevolezze politiche o può semplicemente far smettere di pensare per qualche ora. Che ha nella condivisione di un’esperienza così collettiva la sua forza irresistibile, e che in buona sostanza è fatta per tutti.

In una serata techno lo spettacolo non è tanto quello che si vede sul palco, quanto quello che si muove sotto. Sopra c’è qualcosa per certi versi accessorio: un uomo col volto in ombra che ondeggia schiacciando tasti e girando manopole per un paio d’ore; una silhouette scura e immobile come quella di Caterina Barbieri davanti ai suoi misteriosi oscillatori e sintetizzatori modulari, mentre esegue uno dei live più ambiziosi che stia portando in giro un’artista italiana. Non è probabilmente un caso che i Two Shell, un emergente duo di dj britannici, si siano esibiti venerdì sera dietro a un telo bianco. Gli Autechre, poi, hanno suonato direttamente al buio.

Il concerto di Caterina Barbieri (Kimberley Ross)

Al C2C, ma in generale nei festival riusciti di questo tipo, lo spettacolo è in sostanza il pubblico, che per una combinazione di motivi riesce a comportarsi come quello di un contesto molto più piccolo e intimo. Lo fa accettando il patto implicito tra chi partecipa normalmente a serate di questo tipo, che si basa sul rispetto dell’altro in nome del divertimento di tutti. Un patto chiarissimo tra chi frequenta i club o i free party e i rave, ma che è molto più difficile da condividere in contesti allargati, quasi di massa, come un festival che attrae 35mila persone nell’arco di un weekend.

Riprodurre quell’atmosfera nei grandi eventi riesce quando la cultura della musica live e dance è diffusa e condivisa, e non riguarda solo le persone istruite, che provengono dai contesti urbani, che possono permettersi ogni weekend di frequentare club e concerti. Eliminare il più possibile l’alcol dalle sostanze coinvolte nell’equazione è un altro requisito piuttosto fondamentale perché così tante persone possano stare per ore schiacciate come sardine senza che ci siano situazioni moleste, aggressive o pericolose, specialmente per le donne: e fortunatamente ormai ai festival, per i prezzi a cui vengono venduti i cocktail e la quantità di superalcolici che contengono, è generalmente molto difficile ubriacarsi.

Seppur meno che altrove anche in Italia la club culture ha un passato illustre, e recentemente sembra essere interessata da una piccola rinascita, forse legata alla rinnovata voglia di stare in mezzo ad altre persone dopo l’isolamento della pandemia. Ma a differenza di altri paesi, come la Germania, il Regno Unito o i Paesi Bassi, è una realtà che attualmente esiste in poche grandi città o in exclave quasi inspiegabili sparse per il paese. Spesso per comprensibili necessità di autoconservazione, a volte per semplice elitismo, può essere un mondo escludente e disponibile ai soli iniziati, che solo di rado arriva alle periferie geografiche e culturali.

Perché si diffonda di più questo modo di intendere l’ascoltare e il ballare la musica, e in definitiva di divertirsi insieme, servono tante cose diverse. I free party non stanno attraversando un bel momento per via delle urgenze di un governo che probabilmente, pensando alle immediate urgenze di consenso, nemmeno è del tutto consapevole di quanto la repressione dei rave sia funzionale alla reazionaria esigenza di ostacolare le esperienze collettive e giovanili, la trasmissione di conoscenze e consapevolezze. Molti centri sociali e spazi occupati autogestiti, dove a sua volta avviene questo processo, hanno chiuso in anni recenti o rischiano di chiudere per la scarsa considerazione – quando non per l’attiva opposizione – delle amministrazioni comunali.

– Leggi anche: Cosa sono davvero i rave

I festival hanno un altro posto nel sistema culturale, ma quando sono fatti bene servono anche e soprattutto ad allargare il perimetro di chi conosce e apprezza la musica e i tanti modi in cui consente la condivisione di esperienze. In Italia quelli di una certa dimensione che ci provano davvero, e spesso ci riescono, si contano sulle dita delle mani: quelli che più si avvicinano come impostazione al C2C sono forse l’Ortigia Sound System in Sicilia e il Viva Festival in Puglia. Non ci sono quelli enormi che si tengono in quasi tutti gli altri paesi europei, e in generale si ricorre più spesso al formato delle rassegne: eventi di più giorni in cui suonano pochi artisti per sera, scelti sulla base di criteri esclusivamente commerciali e spesso con un pubblico di riferimento omogeneo.

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In questi contesti è molto più difficile, quindi, che avvenga quel lavoro di inclusione e trasmissione di nuove conoscenze che al C2C coinvolge invece anche chi ci si ritrova per caso, convinto dagli amici o attratto da un grande e insolito evento pensato appositamente per ballare. E arrivando un po’ in anticipo finisce così per sentire due tra i musicisti più sofisticati della musica contemporanea fare uscire dei versi alieni da una sala tutta buia. Oppure Makaya McCraven, uno dei più stimati jazzisti di questi anni. O ancora Jeff Mills, tra gli inventori della techno, che negli anni Ottanta teorizzava una musica dance anti-dionisiaca e puramente cerebrale.

La costruzione di un contesto simile non è facile e non è immediata, e in Italia è più difficile che altrove. Quando succede però è facile notarlo: nei festival migliori c’è spazio per chiunque, ognuno se la vive a modo suo, e tutti si divertono.

Stefano Vizio
Stefano Vizio

Stefano Vizio è nato in Piemonte e dal 2013 lavora come giornalista al Post, dove si occupa o si è occupato di cultura, musica, politica e altri temi disparati.

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