Una canzone di Joy Crookes

Andateci, a Londra, se non lo avete ancora fatto abbastanza

(Tabatha Fireman/Getty Images)
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Le Canzoni è la newsletter quotidiana che ricevono gli abbonati del Post, scritta e confezionata da Luca Sofri (peraltro direttore del Post): e che parla, imprevedibilmente, di canzoni. Una per ogni sera, pubblicata qui sul Post l’indomani, ci si iscrive qui.
Il New York Times ha fatto un gran pezzo per i cinquant’anni di Talking book di Stevie Wonder.
È uscito un disco nuovo di Benjamin Clementine , il quale però ha un po’ esaurito la sua spinta propulsiva, come si dice. Forse ancora buonette questa questa .
Ho provato a comprare i biglietti per il ritorno ai concerti di Joni Mitchell, a Washington a giugno , e non ci sono riuscito (anche per soliti malfunzionamenti del sistema, che mi ha fatto ricominciare daccapo la fila): poi a un certo punto ne sono riapparsi due, in ottima posizione vicino al palco un po’ sulla sinistra. Costavano 910 dollari ciascuno, e nell’incertezza se davvero sarei riuscito ad andare ho vigliaccamente rinunciato (devo confessare anche qualche conflitto morale sui 910 dollari). Ma a quel punto mi sono venute curiosità e sono andato a vedere quanto costavano i biglietti in circolazione per Bruce Springsteen al Madison square garden.

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Joy Crookes

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Vado a Londra con qualche assidua frequenza da una quindicina d’anni, dopo averla trascurata per la parte più giovane della mia vita, quella in cui ereditavo una cultura familiare francofona e più legata a Parigi, e in cui a Londra c’erano state al massimo un paio di rituali visite turistiche ai monumenti canonici. Poi qualche accidente di lavoro mi ha mandato a Londra in un paio di occasioni e ho iniziato a incuriosirmi e ad appassionarmi quanto ora vorrei avere fatto prima. Vi racconto queste ingenue considerazioni personali per suggerire a quelli di voi che ancora non siano in familiarità con la città di non lasciarsi suggestionare dalle generalizzazioni che si leggono sul declino di Londra post-Brexit: continua ad essere la città più vivace e contemporanea d’Europa, a essere del tutto competitiva col mito newyorkese (un po’ assopito) in termini di invenzioni e spericolatezze culturali, architettoniche, narrative, commerciali, e di certo a ospitare una varietà di panorami e contesti e avvenimenti che ha pochi uguali nel mondo, se ne ha. Insomma, andateci, a Londra, se non lo avete ancora fatto abbastanza, passateci del tempo e andate a vedere anche i suoi altri posti, camminando o sedendovi nei posti davanti al piano di sopra del bus: questo è il mio contributo per chi abbia fatto tardi come me, e mi perdonino gli altri sgamati londinesi d’adozione di questa newsletter.

Tutto perché, scrivendo della canzone di stasera, mi sono reimbattuto in una considerazione geo-musicale di un anno fa, quando l’avevo citata la prima volta.
“Mia figlia Emilia dice che le piace il disco di Joy Crookes che era uscito tre mesi fa, tra molti apprezzamenti. È quel soul britannico che vi sembra di avere sentito mille volte (da Amy Winehouse, soprattutto), ma lei se la cava: e a me piace al solito quella quieta e notturna, Skin . Leggendo di lei ho visto che ha 23 anni ed è londinese di Elephant and Castle, zona il cui nome mi ha sempre incuriosito, banalmente. Ho finalmente scoperto tutta una filologia a proposito, che alla fine ha a che fare con un antichissimo uso del disegno dell’elefante che porta un torrione come simbolo di forza”.

Prendendola da un altro angolo, alla fine del secolo scorso si fece largo un giro di musicisti britannici di origini asiatiche, con cose molto originali che mescolavano musica elettronica, suoni asiatici e pop britannico, ed era una novità: Talvin Singh, Nitin Sawhney , la Asian Dub Foundation, tra i più noti. Lo raccontavo qualche giorno fa a Emilia che stava andando a una festa londinese di musica angloasiatica, e poi ho realizzato che nel frattempo sono diventati di origini indiane sia il sindaco di Londra che il primo ministro britannico, e quanto quella novità di 25 anni fa sia stata scavalcata dai fatti. Che Joy Crookes sia di madre bengalese ha ormai lo stesso valore del fatto che suo padre sia irlandese: tantissimo e pochissimo, insieme.

Il suo primo disco è uscito un anno fa, è stato candidato al Mercury prize , e molto ben recensito, e quest’anno lei è stata un po’ ovunque nel suo paese (e fatto interviste su cui l’ufficio stampa deve averle detto “fai la brava ragazza”, purtroppo). La canzone è bella, convenzionalmente bella: vediamo se si inventa qualcosa, d’ora in poi.

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