parolacce imprecazioni
Una scena del film del 1995 “Nine Months”

Le imprecazioni ci servono

Diverse ricerche recenti hanno studiato gli effetti neurofisiologici e le funzioni cognitive, emotive e sociali di parolacce e bestemmie

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Una scena del film del 1995 “Nine Months”
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Per lungo tempo, anche a causa di una sensibilità collettiva diversa da quella attuale, le parolacce sono state ritenute per lo più espressione di aggressività, rozzezza e limitata proprietà di linguaggio: un argomento non suscettibile di particolare approfondimento scientifico. Un recente studio di revisione di oltre cento articoli accademici di diverse discipline, pubblicato sulla rivista di linguistica generale Lingua, ha tuttavia contraddetto alcuni luoghi comuni sulle parolacce e le imprecazioni. E ha riassunto i molti modi in cui queste espressioni linguistiche influenzano e sono a loro volta influenzate da come pensiamo, agiamo e ci rapportiamo con le altre persone.

Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricerca di tre università del Regno Unito – Ulster University, Keele University e University of Westminster – e della Södertörn University in Svezia. Concentrandosi in particolare sulle ricerche degli ultimi due decenni in neuropsicologia, il gruppo ha citato i più significativi e conosciuti effetti fisiologici, cognitivi, emotivi, analgesici e sociali delle imprecazioni. E ha posto particolare attenzione al fatto che la «forza» di queste espressioni non sembrerebbe derivare da un valore intrinseco delle parole utilizzate ma piuttosto dalle relazioni evolutive che quelle parole instaurano con strutture profonde del cervello.

Riprendendo classificazioni in uso fin dalla fine degli anni Novanta, il gruppo di ricerca ha suddiviso le parolacce in tre macro-categorie principali: quelle che riguardano la sfera religiosa (le bestemmie propriamente dette), quelle che riguardano la sfera sessuale e quelle relative agli escrementi. Non sono suddivisioni nette, e anzi uno degli aspetti più citati dagli studiosi riguardo alle imprecazioni è una certa commistione di tratti semantici eterogenei.

Esiste inoltre una certa variabilità nella capacità delle diverse espressioni e categorie di risultare offensive nel corso del tempo. È probabile, ipotizzano i ricercatori e le ricercatrici dello studio, che le bestemmie – pur rimanendo pienamente riconoscibili come tali – siano percepite come meno offensive nelle società contemporanee rispetto a quanto lo fossero un tempo. Ed è anche possibile che in alcuni contesti siano considerate meno offensive rispetto alle parolacce delle altre due categorie, al netto delle differenze tra le diverse culture e sensibilità.

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Anche su un piano puramente intuitivo molte persone attribuiscono all’atto di imprecare – più che ad altri usi del linguaggio – una capacità di legarsi a emozioni molto forti. E sono legami che risalgono a fasi abbastanza iniziali dell’evoluzione del linguaggio, come confermato da studi secondo cui le persone hanno una percezione di maggiore potenza emotiva delle imprecazioni quando queste sono espresse nella lingua madre del parlante anziché in lingue apprese successivamente.

La ricerca nell’ambito delle scienze cognitive ipotizza che nell’imprecazione siano coinvolte strutture profonde e parti del cervello diverse rispetto a quelle maggiormente coinvolte per altre attività linguistiche. Questo spiegherebbe, tra le altre cose, perché la capacità di imprecare può a volte non essere alterata da disturbi neurologici che compromettono altre funzioni linguistiche. Una delle parti del cervello più coinvolte è l’amigdala, la parte del sistema limbico che aiuta a regolare le emozioni e svolge peraltro un ruolo fondamentale nella formazione e nella memorizzazione dei ricordi.

Queste ipotesi sono peraltro coerenti con i risultati di alcuni esperimenti di laboratorio in base ai quali le parolacce tendono ad attirare maggiormente l’attenzione e a essere ricordate più facilmente delle parole neutre, pur essendo rispetto a queste ultime elaborate in modo più superficiale e non a un livello semantico.

La ricerca scientifica svolta negli ultimi anni ha poi contribuito a indebolire una serie di luoghi comuni sulle parolacce: uno tra questi è che siano utilizzate in mancanza di altri modi di esprimersi, e che denotino quindi una povertà lessicale. Uno studio di psicologia pubblicato nel 2015 sulla rivista Language Sciences mostrò invece una correlazione tra la capacità delle persone di esprimersi fluentemente nella propria lingua (l’inglese, in quel caso) e quella di dire parolacce.

I ricercatori misurarono la prima capacità in un esperimento in cui chiesero ai partecipanti di farsi venire in mente quante più parole possibile che iniziassero con una certa lettera dell’alfabeto. Le persone con i punteggi più alti in quel primo esperimento furono tendenzialmente quelle con i punteggi più alti anche in un secondo esperimento, simile al primo ma in cui veniva richiesto di trovare delle parolacce anziché delle parole. Le persone meno abili nel primo compito confermarono lo stesso risultato anche nel secondo.

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È inoltre studiata da tempo la capacità delle imprecazioni di influenzare più di altre parole la tolleranza al dolore in particolari condizioni, e anche la forza fisica e la fiducia in sé stessi.

In un articolo sul sito The Conversation uno dei coautori del recente studio sulla rivista Lingua – Richard Stephens, docente alla scuola di psicologia della Keele University – raccontò nel 2017 di aver approfondito le sue ricerche sul rapporto tra le imprecazioni e la sopportazione del dolore dopo aver sentito sua moglie «bestemmiare a profusione» durante il parto di una loro figlia. Le ostetriche rimasero impassibili, e spiegarono poi a Stephens e a sua moglie che imprecare è un fenomeno del tutto comune in quelle circostanze, probabilmente per le stesse ragioni in seguito esplorate da Stephens nei suoi studi ed esperimenti.

In uno di questi, Stephens e altri ricercatori chiesero a un gruppo di volontari di immergere una mano in una vasca di acqua ghiacciata e resistere a quella sensazione il più a lungo possibile pronunciando ripetutamente una parolaccia («fuck», «cazzo»). In un secondo esperimento chiesero alle stesse persone di fare la stessa cosa ma utilizzando parole neutre o parole senza significato ma dal suono simile a quello di una parolaccia. E misurarono la frequenza cardiaca dei partecipanti durante entrambi gli esperimenti.

I risultati dello studio mostrarono che le persone in grado di resistere più a lungo con la mano nell’acqua ghiacciata bestemmiando valutavano poi l’esperienza come meno dolorosa e mostravano un aumento maggiore della frequenza cardiaca rispetto alle persone che avevano imprecato utilizzando altre parole. Secondo l’ipotesi di Stephens e degli altri ricercatori, l’aumento della frequenza cardiaca era associato al rilascio di neurotrasmettitori, tra cui l’adrenalina, coinvolti nell’attivazione di meccanismi di difesa dalla condizione di stress, efficaci nel rendere più sopportabile la sensazione di dolore.

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Le imprecazioni influenzano inoltre le relazioni interpersonali e possono avere diverse funzioni a seconda del contesto e delle norme sociali di riferimento, come descritto da altre ricerche nell’ambito dei media e della comunicazione. In alcune interazioni online l’utilizzo di parolacce è stato associato, per esempio, a una maggiore capacità di ridurre la distanza sociale e creare un’impressione di intimità tra i partecipanti.

Un’impressione largamente condivisa dagli studiosi che si sono occupati in anni recenti delle numerose funzioni delle imprecazioni è che, in generale, siano un argomento ancora in larga parte sconosciuto. Una delle ipotesi formulate nel corso del tempo per spiegare la «forza emotiva» di queste espressioni così frequenti è che il loro radicamento nel linguaggio sia il risultato di condizionamenti che si verificano durante l’infanzia – tipicamente le punizioni di genitori e tutori ai bambini e alle bambine che pronunciano una parolaccia – e che finiscono per rafforzare certe associazioni tra stimoli. Ma questa ipotesi, come altre, è sostenuta da una quantità di studi ritenuta ancora insufficiente.