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  • Mercoledì 12 ottobre 2022

La mafia nigeriana è ormai ben radicata in Italia

Lo dice un nuovo rapporto della Direzione investigativa antimafia, che ne ha indagato le regole, la struttura e le attività

di Stefano Nazzi

L'arresto a Palermo di un membro della Confraternita Black Axe
(ANSA/CIRO FUSCO)
L'arresto a Palermo di un membro della Confraternita Black Axe (ANSA/CIRO FUSCO)

Tra le organizzazioni criminali straniere presenti in Italia, la mafia nigeriana è quella che assieme alla mafia albanese negli ultimi anni ha aumentato maggiormente la sua presenza sul territorio, il suo giro d’affari e la sua pericolosità. Ne parla diffusamente l’ultimo rapporto semestrale che la Direzione investigativa antimafia ha presentato al parlamento. Secondo la Dia, «l’estrema pericolosità della criminalità organizzata nigeriana è dimostrata dalla sua capacità di insediarsi proficuamente in ambiti territoriali comunemente caratterizzati da un basso spessore delinquenziale e dalle gravi conseguenze talvolta prodotte nel tessuto sociale». 

La mafia nigeriana, strutturata in maniera estremamente gerarchica e militare e divisa in cosiddetti “secret cults”, cioè organizzazioni segrete, è attiva in tutta Italia con forti concentrazioni in Abruzzo, Sicilia, Sardegna, Campania ma anche in Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Lazio. L’ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, dopo un’operazione coordinata dalla Dia ed eseguita dalla Guardia di Finanza a Cagliari contro un gruppo di nigeriani accusati di riciclaggio internazionale di capitali illeciti, ha detto che «la mafia nigeriana sembra quasi rimodellare la configurazione della ’ndrangheta, agendo con gruppi criminali locali che hanno una certa autonomia d’azione ma che rispondono sempre alla casa madre».

Non si tratta insomma, come si credeva fino ad alcuni anni fa, di una criminalità che opera come manovalanza di organizzazioni italiane, cioè cosa nostra, ’ndrangheta e camorra, ma di una mafia autonoma ed egemone in alcuni territori.

La mafia nigeriana è stata peraltro oggetto della campagna elettorale della Lega, che ha chiesto di «formare interpreti, traduttori e specialisti della cultura nigeriana. Perché una mafia che si muove dal dark web ai riti voodoo, dal narcotraffico alle truffe telematiche non può essere affrontata solo dal punto di vista delle forze dell’ordine». Notizie e informazioni associate più o meno correttamente alla mafia nigeriana sono spesso sfruttate strumentalmente da politici e media di destra per fare propaganda contro le persone migranti, in molti casi utilizzando e reiterando miti e stereotipi razzisti.

La Dia riporta i dati Istat secondo cui i nigeriani residenti in Italia erano, nel 2021, 119.089. Si tratta del terzo gruppo di origine africana presente nel paese, dopo le persone marocchine ed egiziane, e quella italiana è la più numerosa comunità in Europa. Il dato significativo, secondo la Dia, è costituito dall’aumento progressivo del flusso di denaro che ogni anno parte dall’Italia verso la Nigeria con un incremento dal 2018 al 2019, ultimo dato disponibile, del 42,4%.

I soldi, certo non tutti di provenienza illecita, viaggiano dall’Italia alla Nigeria sia attraverso un regolare sistema di Money Transfer sia mediante l’hawala, una forma di trasferimento del denaro già previsto dalla giurisprudenza islamica nell’VIII secolo. L’hawala non prevede nessun accordo scritto o documento: il broker riceve il denaro in Italia e comunica la cifra a un suo omologo presente nel luogo dove il denaro deve arrivare. Quest’ultimo lo consegna al destinatario: tutto è basato solo sulla fiducia e su un codice d’onore.

Armi e basco di un appartenente al secret cult Maphite (Foto Polizia)

La Corte di Cassazione, in molte sentenze che hanno riguardato la criminalità nigeriana, ha riportato il “modus agendi” alla tipica connotazione di mafiosità: cioè gli imputati sono stati condannati, oltre che per i singoli reati di cui erano accusati, anche per associazione di tipo mafioso. Ai gruppi criminali nigeriani viene attribuita la capacità di agire come i tipici sodalizi mafiosi, in grado di stringere e rompere alleanze con organizzazioni autoctone o con altre organizzazioni straniere presenti in Italia. Durante un incontro intercettato di uno di questi gruppi, il Maphite, un capo dell’organizzazione disse: «Ogni accordo tra noi e gruppi di mafie locali italiani viene annientato, noi non abbiamo bisogno di loro per operare in Italia, possiamo operare da soli (…) Non abbiamo bisogno di loro per il momento e se ne avremo bisogno potremo riconsiderare l’iscrizione in futuro».

La mafia nigeriana è attiva soprattutto nel traffico di droga, nella tratta di esseri umani, nello sfruttamento della prostituzione, nell’accattonaggio forzoso, nelle estorsioni. Il rapporto della Dia raccomanda che «il contrasto alla criminalità nigeriana debba prevedere necessariamente una sua conoscenza ampia, allargata e condivisa tra le forze di polizia e la magistratura. Si ritiene questa la modalità privilegiata per fronteggiare efficacemente la delinquenza nigeriana considerandola alla stregua di un vero e proprio macro-fenomeno che non può prescindere dalla conoscenza delle sue origini e delle sue proiezioni internazionali».

Il problema è che le organizzazioni criminali nigeriane sono quasi impenetrabili, strutturate con una gerarchia ferrea. I collaboratori di giustizia non sono molti soprattutto perché la mafia nigeriana è solita minacciare di vendicarsi sui familiari rimasti in Africa. In più, come spiegava la Dia in un precedente rapporto, «costituiscono un fattore di coesione molto elevato le ritualità magiche e fideistiche che, unite al vincolo etnico e alla forte influenza nella gestione da parte delle lobby in madrepatria, producono un forte assoggettamento psicologico, usato solitamente per lo sfruttamento della prostituzione di giovani donne costrette in schiavitù da dove è difficilissimo svincolarsi».

In pratica, giovani donne nigeriane partono per l’Europa con la promessa di un lavoro e vincolate da quelle che vengono chiamate madame o mamam con riti juju, simili al voodoo. I riti vengono officiati in Nigeria da sacerdoti chiamati Baba Loa che vincolano le giovani donne alle loro maman. Il giuramento recita: «Dovrai sempre servire la tua maman e restituire i soldi di questo viaggio altrimenti Ogou (uno spirito guerriero, ndr) ti darà la caccia e tu e i tuoi familiari impazzirete o morirete». 

Simbolo del Black Axe

Nel 2018, spinto dal governo nigeriano che aveva a sua volta ricevuto pressioni internazionali, un gran sacerdote emise un editto con cui liberava da ogni rito magico le giovani donne vittime dello sfruttamento. L’editto ebbe effetto all’inizio, con un aumento delle denunce, ma poi via via perse forza soprattutto perché i riti continuarono e i vincoli furono ricostituiti.

I secret cults nacquero nelle università nigeriane come organizzazioni studentesche. All’origine erano associazioni di tipo culturale, fondate sulla promozione sociale e sulla lotta al colonialismo e al tribalismo presente nella società nigeriana. La prima di queste organizzazioni fu la Pyrates Confraternity, fondata nel 1952 nell’università di Ibadan da alcuni studenti e da un professore, Wole Soyinka, che fu poi premio Nobel per la Letteratura nel 1986.

Già negli anni Settanta i Pyrates avevano perso la connotazione iniziale ed erano diventati un gruppo violento, in guerra con i gruppi rivali che nel frattempo erano nati. Questo tipo di associazione assicurava ai propri membri protezione ma anche prestigio, potere, lavoro dopo la laurea attraverso una rete di conoscenze, e mutuo soccorso e tutela nel caso di arresto. 

Il rito di iniziazione era simile per tutti i cults: i nuovi “confratelli” venivano abbandonati un giorno e una notte nella foresta, con il pericolo di essere attaccati da animali feroci. Poi i riti divennero meno avventurosi, e però più violenti: chi voleva entrare nella confraternita veniva picchiato duramente, tra canti e preghiere. I vari gruppi divennero padroni delle università, armati e foraggiati economicamente dal regime militare che li utilizzò contro gli oppositori. Quindi i gruppi si spostarono prevalentemente al di fuori delle università, espandendosi e occupandosi di attività illegali, infiltrandosi allo stesso tempo nelle attività economiche legali, nel mondo della finanza e dell’imprenditoria.

Baschi di membri del cult Supreme Eiye sequestrati durante un’operazione a Teramo (Foto polizia)

Nel 2001 il governo nigeriano introdusse il reato di creazione e partecipazione alle attività di queste organizzazioni, il Secret Cults and Secret Society Prohibition Bill. Ciò non ne ha impedito però il diffondersi e la proliferazione. Con l’aumento del fenomeno migratorio verso l’Europa, i secret cults si sono radicati anche in altri paesi assumendo la connotazione che hanno oggi, e cioè quella di organizzazioni criminali.

In Italia sono quattro i secret cults che si ritiene essere più numerosi: Maphite, Black Axe, Supreme Eiye, Vikings. 

Il Maphite è il gruppo di cui forse si sa di più grazie ad alcuni collaboratori di giustizia. Fu fondato nel 1978, il nome è l’acronimo Maximum Academic Performance Highly Intellectuals Train Executioner. A comandare l’organizzazione è il Supreme Maphite Council che si trova in Nigeria ed esercita il comando sulle diramazioni del gruppo nei vari paesi. È composto solo da uomini, ha una sua festa, celebrata l’11 maggio, e una sorta di divisa, con un cappello d’ordinanza verde. L’attività dei Maphite è concentrata nel traffico di droga, armi e esseri umani, e nelle estorsioni.

Il Maphite, come gli altri gruppi, ha anche un’associazione legale di copertura, la Green Circuit Association: chi ne entra a far parte sa bene però di aderire alla copertura di un’organizzazione criminale. A livello nazionale, a esercitare il comando è un Don, che ha un vice. Ogni sottogruppo ha un organo decisionale che è il Don In Council mentre ogni regione ha un Coordinator In Council (Lombardia e Piemonte, secondo le indagini, ne avrebbero uno unico). C’è poi anche un organismo superiore, sempre a livello nazionale, il Council Of Professor, composto da saggi, cioè membri più anziani, che ha il compito di supervisionare le attività dei Don In Council e, nel caso, di decidere punizioni. 

Armi sequestrate a un gruppo di aderenti al cult Black Axe (Foto polizia)

In Italia, i sottogruppi di Maphite sono quattro: la Famiglia Vaticana, attiva soprattutto in Emilia-Romagna, Toscana e Marche; la Famiglia Latino, in Piemonte, Liguria e Lombardia; la Famiglia Roma Empire, che gestisce attività in Campania, Lazio, Abruzzo e Calabria; la Famiglia Lighthouse Of Sicily, in Sicilia e Sardegna. Ogni famiglia è divisa in sezioni coordinate da un capo che resta in carica due anni. Le sezioni sono chiamate Tyrus, per ciò che riguarda il traffico di stupefacenti; Jabizel-Rhaba per la prostituzione; Operation Sanyo-Sanyo per le armi; Operation Canaland per le estorsioni; Mario Monti per il trasferimento di denaro. Quest’ultima si è data evidentemente il nome nel periodo in cui Mario Monti era presidente del Consiglio, dal 2011 al 2013.

La Supreme Vikings Confraternity è nata in Nigeria nel 1984. In Italia si è ribattezzata semplicemente Vikings. Secondo la testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia, la presenza dei Vikings era molto radicata nel Cara di Mineo (Centro di accoglienza per richiedenti asilo), oggi chiuso. È considerato il gruppo più aggressivo e composto da membri più giovani delle altre confraternite, molto attivo, oltre che nel traffico di droga, anche nella tratta di esseri umani. Un’operazione della Direzione distrettuale antimafia di Catania, denominata Catacata-Norsemen, si è conclusa con l’arresto di 26 affiliati alla famiglia siciliana. La struttura organizzativa dei Vikings è simile a quella del Maphite. I Vikings, le cui organizzazioni territoriali sono chiamate Deck, sono in guerra da sempre con un altro gruppo molto forte in Italia, i Black Axe, nati nel 1977 nel campus universitario di Benin City.

I simboli della Black Axe Confraternity sono un’ascia nera che spezza le catene della schiavitù o due asce incrociate. Gli affiliati sono presenti soprattutto nel Nord Italia e in particolare in Veneto. La sede centrale è Verona, dove avvengono i riti di iniziazione e dove venivano affiliati, almeno fino alle inchieste della magistratura che hanno portato a numerosi arresti, nuovi membri di tutta Europa. Al comando di Verona fanno capo le organizzazioni territoriali, chiamate forum. Il capo assoluto nazionale è lo Shaka (Shaka fu il fondatore dell’impero Zulu, nel Settecento).

Grazie a collaboratori di giustizia si conosce in cosa consiste l’iniziazione. Prima c’è una fase chiamata orientation, una sorta di apprendistato in cui chi vuole entrare nell’organizzazione impara le prime regole e viene sottoposto a regolari pestaggi “di prova”. Quindi l’ignorant, così viene chiamato il futuro adepto, viene sottoposto al first match, cioè un violento pestaggio operato dai butchers (macellai) comandati da un capo chiamato ministro della Difesa.

Se l’aspirante Black Axe è dichiarato idoneo viene inviato davanti al consiglio superiore, il Chama Black Axe, che può anche decidere di rimandare il soggetto ai butchers per un altro giro di pestaggi. Quindi, il futuro membro della confraternita viene introdotto al giuramento: all’interno di un perimetro a forma di bara, costituito da sette candele, deve bere un liquido a base di non meglio specificate sostanze stupefacenti. Contemporaneamente, l’affiliato deve recitare alcune formule come «se io dovessi tradire l’organizzazione Black Axe, ciò che sto bevendo in questo momento mi ucciderà». A quel punto, il nuovo membro dei Black Axe rinuncia al suo nome assumendo un cosiddetto strong name, nome di battaglia. La cerimonia si conclude con quattro saggi che, con un frustino, percuotono il nuovo affiliato che deve dimostrare di resistere al dolore. Una volta affiliato, il nuovo membro verrà chiamato lord, come tutti gli altri appartenenti al cult. L’estesa terminologia in inglese non deve stupire, visto che è la lingua ufficiale in Nigeria.

I Black Axe hanno alcuni segni identificativi: il basco nero e il colore oro. Si salutano sovrapponendo gli avambracci, come due asce che si incrociano e spesso hanno asce tatuate sulle braccia. L’organizzazione è di tipo militare, rigidissima. In una sentenza emessa a Palermo contro affiliati al cult Black Axe fu scritto:

Con una straordinaria affinità rispetto al modello mafioso tradizionale di Cosa Nostra, ormai tante volte analizzato nel territorio palermitano, deve osservarsi che l’associazione in oggetto ha replicato, non in piccolo ma addirittura a livello mondiale, l’organizzazione di uno Stato confederato. Essa, infatti, è dotata di elaborati statuti, di autorità legislative ed esecutive, di organi giurisdizionali, di proprie Forze dell’Ordine cui è demandato il compito di ristabilire l’ordine eseguendo inesorabilmente le punizioni decise dai capi del governo nazionale, di un sistema di elezioni con le quali i vari affiliati possono esprimere la propria preferenza per la progressione in carriera degli altri, di un sistema di tassazione interna attraverso il quale si deve contribuire ad una cassa comune che faccia fronte alle spese dell’organizzazione. Si tratta cioè di un vero e proprio ordinamento, finito e autosufficiente, del tutto analogo a quello lecito statuale, sì che la Black Axe può senz’altro definirsi un Anti Stato il cui scopo è affermare il proprio predominio nella comunità etnica di appartenenza e realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri.

Il quarto cult molto presente in Italia è The Supreme Eiye Confraternity, che ha come simbolo l’Akalamagbo, un uccello mitologico africano disegnato come un rapace che tiene un cranio umano tra gli artigli. Nata da una scissione dei Black Axe, la confraternita degli Eiye è comandata da una struttura nazionale detta Aviary guidata dal capo supremo, l’Ebaka, che mantiene i contatti con i capi nella madre patria.

I membri di tutte le singole aviary nazionali sono iscritti in un registro internazionale custodito in Nigeria. La aviary italiana ha filiali sparse sul territorio, le nest, cioè i nidi, che sono guidati da un Flyng Ebaka. All’interno del nest ci sono poi vari ruoli, ognuno dei quali ha il nome di un uccello: il nightingale (usignolo) ha il ruolo di segretario, il woodpecker (picchio) è il tesoriere, l’eagle (aquila) è il capo della struttura militare, la dove (colomba) è una sorta di spia che deve sapere tutto di tutti e riferire direttamente al Flyng Ebaka. Tutti i membri del nest si riuniscono periodicamente nell’Esxo, che è l’assemblea generale.

Il rito di iniziazione è simile a quello degli altri gruppi, a base di violenti pestaggi. L’aspirante nuovo affiliato deve poi bere una bevanda con gin, acqua, peperoncino e sangue. Ogni nuovo affiliato deve versare una tassa d’ingresso che va a costituire una cassa comune utilizzata per il sostentamento delle famiglie di chi viene arrestato, esattamente come avviene nelle organizzazioni criminali italiane come mafia, ’ndrangheta e camorra.

L’organizzazione, di cui è stato filmato un rito di affiliazione dalla polizia di Palermo nell’operazione No Fly Zone, è radicata soprattutto in Sicilia, Sardegna, tra Napoli e Castel Volturno ma anche a Verona, Padova, Roma, Torino. I suoi segni distintivi sono sciarpa e berretto azzurro. 

Nel giugno del 2021 i carabinieri di Caltanissetta hanno condotto l’operazione Ika Rima contro una filiale degli Eiye che smistava grandi quantità di cocaina nel territorio della provincia. Nell’ordinanza custodie cautelari, il giudice per le indagini preliminari ha scritto: 

L’associazione costituita, denominata “IKA RIMA”, reca l’impronta della criminalità nigeriano-cultista, ove ritualità, mutuo soccorso ed esercizio corale di azioni delittuose si fondono, costituendo la matrice genetica di un apparato plurisoggettivo organizzato, che affida la propria sopravvivenza alla capacità di pronta attivazione di meccanismi surrogatori, volti a vanificare immediatamente ogni forma di resecazione, ope iudicis, dell’organigramma, mediante una tempestiva redistribuzione dei compiti interni tra i numerosi aderenti. L’organizzazione in questione costituisce espressione di ingegneria criminale internazionale, finalizzata alla colonizzazione, anch’essa criminale, del territorio italiano, la cui regia non è radicata in Italia, bensì nel Paese d’origine degli indagati, qui arrivati con la precisa ed esclusiva finalità di arricchimento mediante operazioni di narcotraffico.

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Aggiornamento: un passaggio dell’articolo che faceva riferimento alla cosiddetta “Bibbia Verde”, un documento che secondo le forze dell’ordine descrive strutture e regole del gruppo Maphite, è stato eliminato dopo che una lunga inchiesta di Bloomberg del luglio del 2023 ne ha messo in discussione l’attendibilità, che comunque viene difesa dagli investigatori.