C’era una spia russa infiltrata tra gli ufficiali della base NATO di Napoli

Aveva usato per anni il falso nome di Maria Adela Kuhfeldt Rivera, secondo un'inchiesta di Repubblica e tre giornali internazionali

Il comando marittimo della NATO, trasferito da Napoli a Northwood nel 2013 (AP Photo/Salvatore Laporta)
Il comando marittimo della NATO, trasferito da Napoli a Northwood nel 2013 (AP Photo/Salvatore Laporta)
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Un’inchiesta del quotidiano Repubblica, realizzata in collaborazione con le testate internazionali Bellingcat, Der Spiegel e Insider, ha raccontato la storia di Olga Kolobova, spia dei “servizi di informazione” dell’esercito russo che, sotto il nome falso di Maria Adela Kuhfeldt Rivera, tra il 2006 e il 2018 aveva operato in Europa e particolarmente in Italia, a Napoli.

Kuhfeldt Rivera, la cui copertura consisteva in un’impresa di gioielleria, negli ultimi anni del suo soggiorno italiano era riuscita a inserirsi in ambienti frequentati da ufficiali e personale della base NATO e della Sesta Flotta statunitense a Napoli, costruendo relazioni con un buon numero di loro.

L’inchiesta è durata 10 mesi ed è basata su dati provenienti da documenti e archivi pubblici, da database russi e da interviste con persone che avevano intrattenuto relazioni con la spia russa senza conoscere la sua reale identità. L’inchiesta è partita da precedenti indagini giornalistiche sulle infiltrazioni di agenti di Mosca in Europa del sito investigativo con sede nei Paesi Bassi Bellingcat e del settimanale Der Spiegel, il più noto e popolare in Germania. Il quotidiano online russo The Insider, specializzato in giornalismo investigativo, e Repubblica hanno contribuito a ricostruire la storia e i movimenti di Maria Adela Kuhfeldt Rivera.

Nell’evidenziare i prolungati e potenzialmente proficui rapporti con ufficiali di alto livello e impiegati con accesso ai dati riservati, nonché i molti viaggi internazionali della spia russa, l’inchiesta non è però potuta giungere a conclusioni sull’effettivo accesso a documenti o informazioni riservate da parte di Kuhfeldt Rivera.

Gli autori dell’inchiesta hanno rintracciato il primo collegamento tra la presunta imprenditrice e i servizi segreti militari russi nel 2021, confrontando il numero di uno dei passaporti usati dalla donna nei viaggi da e per l’Italia con quelli di altri agenti già identificati. Kuhfeldt Rivera aveva già lasciato definitivamente l’Italia (nel settembre 2018) con un volo improvviso verso Mosca, che non aveva annunciato né spiegato nemmeno agli amici della sua cerchia italiana e al fidanzato.

Il rientro a Mosca era avvenuto proprio in corrispondenza della pubblicazione di una inchiesta di Bellingcat e Der Spiegel, che avevano scoperto che il GRU, la sezione di intelligence dell’esercito russo, aveva per anni dotato i suoi agenti di passaporti con numeri consecutivi o molto vicini: un’ingenuità che rendeva più facile la loro localizzazione e che probabilmente convinse i russi della necessità di riportare in patria Kuhfeldt Rivera.

La sua infiltrazione in Occidente era cominciata nel 2006, quando le era stata assegnata un’identità piuttosto complessa: aveva raccontato di essere figlia di un padre tedesco e di una madre peruviana. Era stata anche effettuata un richiesta formale di cittadinanza peruviana, respinta dalle autorità locali perché corredata da un certificato di battesimo palesemente falso.

Comunque il GRU non modificò generalità e data di nascita e Kuhfeldt Rivera nei suoi anni italiani aveva giustificato il suo passaporto russo con un racconto ancora più complesso. Aveva detto che la madre era andata a Mosca per le Olimpiadi del 1980, che era dovuta tornare in patria improvvisamente per un problema familiare e che aveva affidato la bambina ad amici russi, da cui non era più tornata a recuperarla. I genitori adottivi si sarebbero poi resi colpevoli di abusi, motivo per cui Kuhfeldt Rivera aveva detto di non voler tornare in Russia ma di aver l’intenzione di costruirsi una nuova vita in Occidente.

Era stato invece più lineare e convincente l’inserimento di Kuhfeldt Rivera in ambito lavorativo: nei primi anni in Italia aveva frequentato corsi di gemmologia a Roma, master economici a Londra e Parigi e aveva fondato una sua società di gioielli nella capitale francese, che poi aveva spostato a Marcianise, in provincia di Caserta.

Tra questi vari trasferimenti, che comprendono un periodo a Malta in cui era diventata amica di Marcelle D’Argy Smith, ex direttrice dell’edizione inglese della rivista Cosmopolitan, gli autori dell’inchiesta ricostruiscono anche un poco pubblicizzato matrimonio nel 2012 con un uomo dal triplo passaporto: italiano, ecuadoriano e russo. Poco più di un anno dopo l’uomo, di 30 anni, morì a Mosca per “polmonite bilaterale e lupus sistemico”, malattia di cui gli amici non erano a conoscenza e che, si nota nell’inchiesta, non è comune tra gli uomini.

I movimenti di Kuhfeldt Rivera erano diventati più rintracciabili negli anni seguenti, grazie anche alla sua attività sui social network. Si permetteva infatti un tenore di vita non giustificato dai ricavi minimi della sua impresa ed era molto presente nella vita sociale e notturna di Napoli. La sua gioielleria svolgeva una costante e costosa opera di promozione che l’aveva portata anche a comparire in servizi televisivi locali. Questa copertura le aveva permesso di compiere vari viaggi internazionali, ufficialmente per presenziare a fiere: in uno di questi aveva regalato alcuni dei suoi gioielli (in realtà comprati da un rivenditore all’ingrosso cinese) all’allora primo ministro del Bahrein, il principe Khalifa bin Salman Al Khalifa.

Ma era riuscita a coltivare le relazioni più interessanti a Napoli, entrando nel Lions Club “Napoli Monte Nuovo”, club fondato dagli ufficiali della base NATO di Lago Patria. Diventata segretaria del club, aveva stretto contatti, talvolta sentimentali, con ufficiali e impiegati delle basi NATO, non solo americani ma anche belgi, tedeschi e italiani.

Tra le figure di spicco con cui era entrata in contatto c’era Shelia Bryant, all’epoca ispettore generale delle forze navali americane in Europa e Africa, poi candidata alla Camera coi Democratici. Bryant ha detto di non essere mai stata convinta dalle storie nebulose dal passato della donna e di non aver mai parlato di politica con lei: insieme al marito le avrebbero dato consigli per la sua «complessa situazione sentimentale». Entrata in questo circolo, Kuhfeldt Rivera sicuramente partecipò a feste e serate di beneficenza di NATO e Marines, ma l’inchiesta non ha potuto capire se sia riuscita ad andare oltre. Nel settembre 2018 avvenne il repentino ritorno a Mosca, che avrebbe giustificato dopo alcuni mesi sui social parlando di una terapia contro il cancro.

L’inchiesta ha rilevato come in corrispondenza del suo ritorno in patria fossero emerse attività online di Olga Kolobova, figlia di un alto ufficiale russo e preside di una facoltà militare nell’università di Ekaterinburg, di cui da 13 anni non si avevano più notizie in Russia. L’inchiesta ha rivelato come Olga Kolobova fosse il vero nome di Kuhfeldt Rivera. Per riuscirci è stato necessario un lungo processo di ricerca di visi compatibili in vari archivi online, attraverso un software di riconoscimento facciale.

I risultati non sicuri e non definitivi sono poi stati affinati manualmente e confermati da una foto trafugata da una fonte dai registri della motorizzazione russa.

Olga Kolobova secondo gli autori dell’inchiesta oggi vive in un lussuoso quartiere di Mosca e non si segnalano suoi viaggi all’estero in tempi recenti. La NATO non avrebbe contattato nessuna delle persone che la donna aveva frequentato nel periodo italiano per verificare contatti e relazioni, lasciando supporre che non esista un’indagine sui fatti.