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Non abbiamo mai voluto avere niente a che fare con la nostra cacca

Per ragioni evolutive l'abbiamo sempre allontanata il più possibile, ma ci sono anche degli svantaggi che iniziano a vedersi

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C’è una chiara ragione evolutiva dietro al disgusto che gli esseri umani provano nei confronti delle feci, che siano le loro o quelle di altri animali. La cacca contiene infatti una gran quantità di microrganismi rischiosi per la nostra salute, che possono provocare patologie anche mortali (tifo, colera, parassiti intestinali che causano malnutrizione o anemia). Per evitare rischi, l’evoluzione ci ha portati a percepire come disgustoso e respingente tanto l’aspetto quanto l’odore dei rifiuti biologici che produciamo, così da starne lontani ed evitare le malattie.

Ma se dal punto di vista dell’evoluzione questa caratteristica ha rappresentato un indubbio vantaggio, d’altra parte ci ha spinto per gran parte della nostra storia a tenere il più possibile lontani i nostri escrementi, sviluppando tecniche di smaltimento poco sostenibili sul lungo periodo, soprattutto considerato il costante aumento della popolazione mondiale.

La giornalista scientifica Lina Zeldovich ha approfondito questo tema in diversi articoli e in un libro intitolato The Other Dark Matter: The Science and Business of Turning Waste into Wealth and Health (“L’altra materia oscura: la scienza e il business di trasformare i rifiuti in ricchezza e salute”), in cui ripercorre la storia di come abbiamo sviluppato i sistemi di smaltimento per gli escrementi, e di come potremmo invece trarne beneficio (una volta trattati in maniera adeguata).

Nella preistoria il problema dello smaltimento dei rifiuti biologici non esisteva, ovviamente. Gli esseri umani primitivi erano nomadi e quindi facevano la cacca e la pipì dove capitava, per poi allontanarsi nella costante ricerca di cibo e riparo dai pericoli. «Mentre vagavano, fertilizzavano i terreni lungo il cammino, specialmente quelli dove le tribù sceglievano di restare per un periodo più lungo» ha scritto Zeldovich sulla rivista online JSTOR Daily. «Può darsi che a un certo punto qualcuno di loro abbia persino notato che le piante crescevano più grandi, più rigogliose e più saporite nei posti dove si fermavano. Quindi le tribù potrebbero essere tornate in quel punto la stagione seguente o gli anni successivi e poi, un giorno, decisero di stanziarsi lì».

Anche gli uomini e le donne primitive provavano disgusto per la propria cacca, ma diventando sedentari non potevano più allontanarsi dopo ogni deiezione. Perciò cominciarono i primi tentativi di smaltimento: i nostri antenati costruivano fosse lontano dalle loro case, buche in mezzo ai campi o nei boschi, oppure la smaltivano nei corsi d’acqua. Finché gli insediamenti rimanevano di scarse dimensioni queste tecniche funzionavano ed erano gestibili, ma con il passare dei secoli e con la nascita delle prime civiltà comparirono anche le prime città relativamente grandi. E con loro si ingrandì anche il problema di come smaltire la cacca di centinaia o migliaia di persone.

Secondo Zeldovich, ci fu un punto di svolta con la civiltà minoica, che si sviluppò nell’isola di Creta tra il 2600 e il 1100 avanti Cristo ed era composta da circa cento città. La più grande, Cnosso, arrivò ad avere quasi 100mila abitanti. Considerato che una persona adulta produce in media circa mezzo chilo di escrementi al giorno, a Cnosso dovevano probabilmente trovare il modo di smaltire 50 tonnellate di cacca al giorno, e lo fecero usando l’acqua.

Di fatto la civiltà minoica ideò un primo sistema fognario, rudimentale ma efficace, fatto con tubi di ceramica che portavano al mare. Il palazzo di Cnosso, uno dei centri più importanti della civiltà minoica, aveva un sistema alimentato con l’acqua piovana che smaltiva i rifiuti del palazzo in un modo non dissimile dai meccanismi moderni.

Simili accorgimenti vennero ideati anche in altre parti del mondo, come per esempio nella Valle dell’Indo, tra India e Pakistan. Nella città di Harappa, nell’odierno Punjab pakistano, fu costruito dalla civiltà omonima un sistema di smaltimento di rifiuti biologici che Zeldovich definisce «impressionante» per l’epoca (la civiltà di Harappa si sviluppò tra il 2600 e il 1900 avanti Cristo): era fatto sostanzialmente da canali di scolo in pendenza, delimitati da una struttura di mattoni e coperti da tavole di legno.

Naturalmente, spiega Zeldovich, questi sistemi erano efficaci per città con poche migliaia di abitanti, ma non erano adatti per quelle più grandi. La Roma antica arrivò ad avere quasi un milione di abitanti, e 500 tonnellate di cacca al giorno richiedevano strutture più articolate.

Tra i tanti aspetti che favorirono la crescita e la prosperità di Roma ci fu anche un sistema fognario enorme ed efficacissimo, in muratura, il cui condotto principale – la Cloaca Massima – è ancora in funzione. Le cloache romane scaricavano i liquami nel Tevere ed erano così grandi che secondo lo storico greco Strabone «ci potevano passare dei carri carichi di fieno». Tuttavia, i problemi igienici in città non furono del tutto risolti dalle cloache: i bagni pubblici erano sempre piuttosto sporchi, angusti e poco arieggiati, e inoltre per pulirsi veniva utilizzato il tersorium, una spugna attaccata a un manico di legno che probabilmente veniva impiegata più volte da diversi avventori, favorendo il passaggio di parassiti intestinali.

La bocca della Cloaca Massima nel 1968 (Wikimedia Commons)

Le opere di urbanizzazione delle civiltà antiche contribuirono allo sviluppo dei sistemi fognari delle moderne città e al miglioramento delle condizioni igieniche in cui vivono oggi miliardi di persone nel mondo, seppure non tutte: secondo le Nazioni Unite quasi 700 milioni di persone nel mondo defecano all’aperto per mancanza di adeguati servizi igienici, e più in generale 3,5 miliardi di persone non dispongono di sistemi che smaltiscano nella maniera appropriata le feci.

Da anni la Bill & Melinda Gates Foundation dedica enormi quantità di ricerche e investimenti allo sviluppo di sistemi di smaltimento dei liquami umani che siano introducibili e sostenibili nei paesi più poveri, specialmente in Africa, stimando che potrebbero salvare fino a 500mila vite ogni anno.

Scaricare i liquami nei corsi d’acqua o nei mari, per quanto funzionale, non è però la soluzione migliore per l’ambiente. Gli escrementi contengono sostanze dannose per gli ecosistemi fluviali e marini: potassio, azoto, fosforo, ferro, carbonio, magnesio. Nei mari queste sostanze sono presenti in concentrazioni molto basse, e se questa concentrazione cresce si rischia di contribuire al decadimento delle zone costiere e alla formazione di paludi salmastre.

Al contrario, le sostanze contenute nelle feci sono non soltanto utili ma necessarie per arricchire il suolo e renderlo più fertile: il letame in varie forme viene utilizzato da sempre come concime naturale per le coltivazioni. È una parte del ciclo biologico: gli animali traggono sostanze nutritive dai prodotti della terra, e sotto forma di rifiuti biologici le restituiscono, scrive Zeldovich. Ma «visto che non riportiamo la nostra cacca da dove proviene il cibo che abbiamo mangiato, perpetuiamo una redistribuzione dei nutrienti sul nostro pianeta. I suoli diventano aridi, quindi usiamo fertilizzanti sintetici che non sono neanche lontanamente efficaci quanto il vero letame, e per giunta inquinano». In altre parole abbiamo intaccato la continuità del ciclo cercando di liberarci dei nostri escrementi.

Sulla rivista online Aeon, Zeldovich scrive che di questa contraddizione si stanno accorgendo sempre più scienziati, e che nella comunità scientifica si sta cercando una soluzione per rimettere in contatto i nostri rifiuti biologici con l’agricoltura.

Loowatt, per esempio, una startup con sedi nel Regno Unito e in Madagascar, ha organizzato un sistema di raccolta in alcuni quartieri poveri di Antananarivo, la capitale del Madagascar. I rifiuti vengono sigillati in buste biodegradabili che poi vengono riscaldate per eliminare gli agenti patogeni. Dopodiché vengono caricati dentro dei biodigestori – impianti per lo smaltimento dei rifiuti organici – che li trasformano in compost, producendo nel frattempo biogas usato per alimentare l’impianto di riscaldamento dei liquami stessi.

C’è una startup che fa un lavoro simile anche ad Haiti: in generale può essere un metodo di smaltimento utile e igienico, specialmente in posti dove c’è scarsità di acqua e quindi i sistemi fognari tradizionali hanno un costo elevato.

Un’altra soluzione l’ha inventata l’azienda canadese Lystek, che usa giganteschi frullatori per ridurre la consistenza dei liquami, che poi vengono caricati su camion che li trasportano nei campi coltivati per fertilizzare, come facevano un tempo i contadini. A Washington DC, negli Stati Uniti, c’è invece un impianto di trattamento dei rifiuti che “cuoce” i rifiuti biologici della città a quasi 150 °C e li sottopone a una pressione sei volte maggiore di quella dell’atmosfera, per eliminare tutti i microrganismi presenti. Il materiale di risulta viene caricato in biodigestori, dopodiché la poltiglia viene essiccata, inscatolata e venduta come fertilizzante nei negozi della città.

Le tecnologie per ridurre il “gap metabolico” tra suolo e cacca umana esiste già, conclude Zeldovich, ma quello che manca è un cambiamento nella nostra mentalità: «Consideriamo ancora i nostri escrementi come un rifiuto definitivo di cui dobbiamo liberarci, e non li vediamo ancora come un bene utile ed estremamente prezioso».

– Leggi anche: Il business della cacca