Il caporalato diminuisce al Sud ma aumenta al Nord

Lo dice una nuova analisi della CGIL: le aree più interessate sono nel mantovano, nel pavese, nel vicentino e nel Polesine

L'ispezione dei carabinieri in un'azienda agricola toscana. (ANSA / UFFICIO STAMPA CARABINIERI FIRENZE )
L'ispezione dei carabinieri in un'azienda agricola toscana. (ANSA / UFFICIO STAMPA CARABINIERI FIRENZE )

Secondo un rapporto del sindacato Flai-Cgil (Federazione lavoratori agroindustria) su 405 zone dell’Italia dove è più diffuso il caporalato, il fenomeno dello sfruttamento malavitoso dei braccianti nei campi, ben 129 si trovano nel Nord: 84 nel Nord Est e 45 nel Nord Ovest. Quando si parla di caporalato, solitamente l’attenzione è rivolta soprattutto alla Puglia, alla Sicilia, alla Calabria e alla Campania. In realtà, non è più così da tempo secondo Flai-Cgil.

Nel 2020 l’attività di vigilanza in materia di lavoro, responsabilità degli ispettori dell’Ispettorato nazionale del lavoro e dei carabinieri del Comando tutela lavoro, ha riguardato 4.269 ispezioni presso aziende classificate nell’ambito dell’Ateco “Agricoltura, silvicoltura e pesca”. «Il risultato dei 3.992 accertamenti definiti ha permesso la contestazione di 2.314 illeciti», si legge nel documento Geografia del caporalato curato dall’Osservatorio Placido Rizzotto del sindacato. La percentuale di aziende a cui sono stati contestati illeciti è stata pari a circa il 54%.

Il dato più sorprendente è che mentre dal 2012 al 2020 c’è stato un calo delle irregolarità sia nel Sud (-42%) sia nell’Italia centrale (-23%), nell’Italia del Nord l’aumento è evidente: +26%. In particolare, il problema riguarda Lombardia e Veneto, soprattutto le zone del mantovano e del pavese in Lombardia, e i Colli Euganei e i campi del Vicentino o del Polesine in Veneto.

Jean-René Bilongo dell’Osservatorio Placido Rizzotto spiega: «che il caporalato fosse presente anche nel Nord Italia era sottaciuto, si preferiva ignorare la cosa. Ora, grazie agli interventi delle forze dell’ordine e della magistratura e alle moltissime vertenze sindacali, il fenomeno sta emergendo. Sono sempre di più i lavoratori sfruttati che si fanno coraggio e denunciano».

La diminuzione dei casi accertati al Sud non significa che il fenomeno sia stato estirpato. La Sicilia, per esempio, con 53 aree segnalate, è ancora la regione dove il fenomeno del caporalato è più evidente ma al secondo posto c’è il Veneto, con 44, quindi Puglia (41), Lazio e Calabria (39), Emilia (38), Campania e Toscana (27), Piemonte (22) e Lombardia (21). In totale: nel Nord Ovest risultano 45 zone, 84 nel Nord Est, 82 al Centro, 123 al Sud e 71 nelle isole.

Secondo il segretario generale della Flai, tra i problemi evidenti c’è anche il fatto che dopo l’entrata in vigore cinque anni fa della legge 199 per il contrasto al caporalato, in molte zone d’Italia ancora non sono stati istituiti i presidi territoriali per il monitoraggio e la lotta allo sfruttamento. «E guarda caso», ha detto Mininni presentando Geografia del caporalato, «queste aree coincidono proprio con le regioni dove il caporalato sta guadagnando terreno». Inoltre, ancora non è stata realizzata una rete tra le banche dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, dell’Inps e dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura. La burocrazia, secondo la Flai Cgil, è troppo lenta e farraginosa mentre al contrario le organizzazioni criminali che controllano e gestiscono il caporalato si muovono con grande rapidità. C’è anche il rischio che la difficile situazione economica di molte aziende del settore dopo due anni di pandemia faccia aumentare il fenomeno del lavoro irregolare.

Secondo Iolanda Rolli, prefetto di Reggio Emilia ed ex commissario straordinario del governo per l’area del comune di Manfredonia con il compito di adottare un piano contro lo sfruttamento del lavoro nei campi, «dietro al caporalato ci sono sempre criminalità e mafia perché il fenomeno è una lavatrice di soldi». Per combatterlo bisogna presidiare il territorio e conoscerlo, «contrastando il fenomeno campo per campo e ghetto per ghetto».

Riguardo al caporalato e allo sfruttamento dei lavoratori, un’altra preoccupazione è dovuta alla guerra in Ucraina. Ha detto il segretario generale Mininni: «Come sempre, con la guerra nasce anche la speculazione. Non vorremmo ci siano effetti sui contratti, che rischiano di essere considerati come una rigidità inutile perché adesso bisogna produrre».