(Dia Dipasupil/Getty Images)

Cosa ho capito sulla fragilità con i BTS

«L’accostamento di queste esperienze può apparire mitomane, dato che Kim Tae-hyung è una delle star più esposte al mondo e io no, ma nasce da una radice che è identica ovunque e tocca chiunque viva il proprio mestiere in quella dimensione pubblica che, in scala grande o piccola, chiamiamo fama»

(Dia Dipasupil/Getty Images)

Quando mi capitò davanti per la prima volta il video in cui Kim Tae-hyung dei BTS si accascia sul red carpet era aprile del 2021 e stavo subendo l’attacco mediatico più violento della mia vita. A scatenarlo era stato il fatto che in una trasmissione televisiva avevo criticato l’uso del registro lessicale militare e dei simboli bellici – medaglie, armi e divise – nella comunicazione della gestione dell’emergenza covid. Ne era seguita una lunga bagarre del tutto trasversale agli schieramenti, a cui ebbi la percezione che partecipasse chiunque avesse un account social o uno spazio mediatico di altra natura. Per giorni mi attaccarono in forma personale cittadinə comuni e figure istituzionali, capə di partito, personaggi dello spettacolo e giornali di destra e di sinistra, con la sola eccezione di quello per cui lavoravo io, che preferì comportarsi come se niente fosse. L’apice fu raggiunto quando la sottosegretaria alla difesa (leghista) emise una nota formale indirizzata a tutti i media in cui dichiarava che le mie parole avevano offeso le forze armate nella loro totalità e la cittadinanza che in loro confidava per essere protetta.

Il risultato di quell’ostilità personalizzata fu che ai posti di controllo dell’autocertificazione anticovid gli uomini in divisa cominciarono a chiedermi, oltre ai documenti, anche ragione delle mie opinioni politiche. La prima volta che fui fermata con quella intenzione ebbi il primo degli attacchi di panico che sarebbero seguiti per mesi e considerai che il tempismo fosse troppo preciso per non essere consequenziale. Il sonno e l’appetito sparirono contestualmente, e i pochi pasti che riuscii a consumare da quel momento in poi li rimettevo subito dopo. Nelle prime settimane dalla shit storm persi sei chili, ma nei quattro mesi successivi sarei arrivata a perderne involontariamente quindici, circondata da persone così condizionate dai canoni estetici correnti da ripetermi di continuo che stavo “in forma come mai prima”, mentre io perdevo i capelli e dovevo prendere farmaci per integrare quello che non riuscivo più ad assumere col cibo.

In quegli stessi mesi in vari luoghi di Roma apparvero delle scritte sui muri col mio nome seguito da insulti e inviti imperativi a stare zitta. Cominciai ad avere paura di andare nei luoghi pubblici per timore di essere avvicinata da sconosciutə di cui non potevo prevedere le intenzioni. Le limitazioni dei lockdown mi furono buon alibi per diradare la presenza pubblica, ma i disturbi dell’umore non smisero neanche in casa. Piangevo per ore senza motivo apparente, coltivavo pensieri di morte ed erano più i giorni in cui non riuscivo ad alzarmi dal letto che quelli in cui lo facevo. Avevo la convinzione che nessuna delle scelte che avevo fatto fino a quel momento fosse servita a qualcosa, se non a rovinarmi l’animo e la vita.

Nemmeno nei momenti più bui di quell’episodio depressivo ho però mai creduto che la ragione del mio crollo emotivo fosse da ricercare semplicemente nella natura o nella violenza della shit storm. Mi era già capitato di essere insultata con violenza per le mie opinioni. Negli anni avevo ricevuto molti attacchi personali, anche da nemici più temibili, ma la differenza in quella circostanza fu che per la prima volta ero rimasta delusa dalla reazione della maggioranza delle persone che intorno a me chiamavo amiche. La loro generale afasia e i pochi interventi benintenzionati, ma completamente fuori fuoco rispetto al fulcro della questione – che era e resta il diritto di un’intellettuale ad esprimersi come voce critica senza temere ritorsioni fisiche, politiche o poliziesche – mi lasciarono piena di delusione e rabbia. Mi sentivo tradita e sola in una battaglia che avevo creduto sempre comune, forse non portata avanti con tuttə, ma comunque per tuttə combattuta.

La motivazione con cui chi faceva il mio stesso mestiere giustificava il proprio silenzio sulla questione del prezzo che stavo pagando per aver detto come la pensavo era tanto interessante quanto frustrante: “come faccio io” – mi dicevano quellə che percepivano di dover giustificare la propria mancata reazione – “a difendere il tuo spazio di parola, tu che ne hai tanto più di me? Come posso, con i miei pochi follower, essere scudo a te che ne hai centinaia di migliaia? Non c’è nessuna differenza che posso fare per te dalla mia posizione di minore rilevanza”.
Sarebbe stato sin troppo facile ribattere che prendere una posizione pubblica su qualcosa che ritieni giusto non ha alcun collegamento con il numero di follower di cui disponi, ma non lo feci, perché la giustificazione partiva da un assunto che anche io avevo dato fino a quel momento per scontato: ovvero che solo chi è più forte di te possa difenderti. Fu nel pieno della cupezza di quei pensieri di impotenza e solitudine che vidi il video in cui Kim Tae-hyung dei BTS perde l’equilibrio davanti ai fotografi di mezzo mondo. Se mi avessero detto che una sequenza di immagini di sette secondi girata in Corea del Sud nel 2020 poteva salvarmi la vita non ci avrei creduto, eppure è proprio questo che avvenne.

Cosa c’è nel video? Niente di speciale, in realtà. I BTS – il gruppo pop coreano più famoso del mondo – vi compaiono mentre camminano in fila per occupare lo spazio dello shooting sul palco di qualche evento. Kim Tae-hyung guida la fila degli altri sei, ma quando arriva alla sua posizione accade l’inatteso: si accascia sulle ginocchia. Forse è stanco, magari ha un calo di pressione oppure ha solo perso l’equilibrio per un attimo, ma non ha molta importanza. È quello che succede dopo a lasciarmi ancora adesso senza parole.

Tra i pochi dei suoi compagni che si accorgono del suo incespicare non ce n’è uno che accenni a porgergli la mano per rialzarlo, ma Kim Seok-jin, il più grande della band, invece qualcosa la fa: si butta letteralmente in ginocchio a sua volta e non si rialza fino a quando Kim Tae-hyung non torna in piedi. È questione di istanti, la sequenza è molto rapida, ma per me vedere quei pochi fotogrammi fu un’esplosione sufficiente ad aprirmi la testa a qualcosa di completamente nuovo. Mi chiesi cosa stessi davvero guardando. Perché non porgevano la mano a Kim Tae-hyung per rialzarlo? Perché il suo collega Kim Seok-jin si era inginocchiato? Qual è il ragionamento socialmente stratificato che c’è dietro un gesto tanto poco istintivo? La spiegazione che ricevetti da amici coreani fu illuminante: in quella situazione pubblica porgere la mano, cioè la propria forza, a chi è a terra avrebbe significato enfatizzare la sua posizione di inferiorità e avrebbe finito per far giganteggiare chi lo aiutava. La cultura coreana – competitiva come poche – insegna a non sostituirsi all’altrə nella debolezza, ma a creare le condizioni per la sua ripresa nel modo più discreto possibile, affinché possa uscire dalla situazione di inferiorità in cui si trova senza essere umiliato dalla forza di un altrə.
Andando letteralmente al tappeto accanto a Tae-hyung, Seok-jin aveva ottenuto due scopi: aveva evitato che l’amico venisse immortalato da solo come un’anomalia in ginocchio in una teoria di persone in piedi e aveva creato in chi guardava il dubbio che l’andare a terra di entrambi potesse essere un atto teatrale volontario e condiviso.

In quei sette secondi di video i BTS hanno messo in atto una consapevolezza comportamentale di cui avrei avuto estremo bisogno nella mia vita: il fatto che nessuna persona possa rimettersi in piedi al tuo posto non le impedisce di inginocchiarsi al tuo fianco. Quel video mi dimostrava che davanti alla fragilità non esiste solo la risposta dei rapporti di forza, dove sei costrettə a chiederti chi è più potente, chi lo è meno, chi può aiutare chi e chi non può farlo. Esisteva da qualche parte nel mondo anche la categoria della parità fragile, della capacità non innata di flettersi insieme allo stesso vento finché il vento non passa, durasse anche solo i pochi secondi di un calo di pressione davanti ai fotografi.

Da quel momento, da quel video, ho gradualmente cominciato a ridefinire tutti i miei rapporti in termini di simmetria. Non è stato semplice, perché sull’asimmetria ho costruito praticamente tutto quello che ho attorno. Ho allora cessato di cercare di essere nella vita degli altri l’uomo forte e sostitutivo che non avevo mai voluto nella mia. Ho allentato le relazioni dove l’affetto si esprimeva in modo performativo, quelle in cui dovevo essere io a cercare, a chiamare, a proporre, a creare le circostanze per stare insieme e rimanerci. Ho cominciato a dire “no, non ce la faccio” a cose – lavorative o emotive – che prima avrei accettato per puro senso di urbanità. Ho smesso di rispondere a messaggi che erano scritti non tanto perché leggessi, quanto perché rispondessi. Le reazioni risentite di chi aspettava la conferma emotiva di una risposta mi hanno aiutato a sfrondare dalla rubrica decine di amorosi vampiri, perché ho capito che morire dissanguati non è l’unica forma di cortesia possibile. Ho dedicato il tempo guadagnato per consolidare le relazioni già simmetriche. Ho cominciato a studiare un’altra lingua, il coreano, cercando letteralmente un nuovo alfabeto per uscire da una situazione di stress in cui le mie parole e quelle degli altri si erano rivelate fatalmente intrecciate in una trappola di ragno. Più di ogni altra cosa ho continuato a raccogliere silenziosamente, giorno dopo giorno, decine di video di Kim Tae-hyung.

Lo fanno milioni di persone, perché Kim Tae-hyung è uno tra gli uomini più attraenti dello star system mondiale, ma i video che raccolgo io non sono del genere che appaga il senso estetico. Il mio è un feticismo della ferita, una sequenza di informazioni di disagio, il codice segreto di una de-formazione. I filmati riprendono situazioni limite in cui lui è colto in stato di fragilità, di stanchezza, di nervosismo, di insofferenza e di tristezza. Lui vi appare sfinito di fatica con la maschera dell’ossigeno nel retropalco dopo il concerto. Racconta il peso degli anni del training, con la voglia disperata di mollare tutto e tornare a casa dai genitori. Spiega perché non può più prendere un aereo di linea a causa dei fans ossessivi, oppure perde le staffe sul social media coreano Weverse contro l’etnocentrismo di una statunitense che gli chiede di parlare in un inglese che non sa e non vuole usare. Ci sono video di lui che, benché circondato da guardie del corpo, viene assalito da un fan frenetico mentre esce da un hotel a New York. Lui che piange a una premiazione per un crollo emotivo. Lui che canta un testo che ha scritto per liricizzare i suoi stati depressivi. Lui che davanti alle telecamere si lascia sfuggire una parola giudicante su un altro membro del gruppo, costringendo il leader a porre rimedio in diretta alla sua brutalità. Lui che appare in decine di montaggi del tipo prima/dopo, in un gioco di contrapposizione tra l’adolescente iperattivo ed estroso che è stato e il giovane uomo sempre più introverso che appare invece nei video recenti. Il prima e il dopo, senza che si dica mai di cosa. Lui che nel 2015, con un berretto e i capelli colorati, registra un video messaggio per l’uomo che diventerà e chiede ingenuo “tra un anno sarò arrivato al successo?”. Sempre lui, ormai non più teenager, che guarda in camera senza sorridere mentre mangia silenzioso in una diretta live davanti a sette milioni di persone in streaming. Lui che quattro anni fa all’aeroporto di Seul si inchinava cortese agli obiettivi dei fotografi e sempre lui che ora sfila davanti agli stessi flash senza più nemmeno voltare la testa.

Non serve scomodare un analista per capire che in quella cartella di video, cioè nei tracciati dell’insofferenza all’esposizione pubblica di un altro, ho empiricamente cercato di mappare la mia. L’accostamento di queste esperienze può apparire mitomane, dato che Kim Tae-hyung è una delle star più esposte al mondo e io no, ma nasce da una radice che è identica ovunque e tocca chiunque viva il proprio mestiere in quella dimensione pubblica che, in scala grande o piccola, chiamiamo fama. Per moltə la fama è una condizione a cui aspirare, ma la natura inquietante e finzionale della proiezione pubblica apparirebbe chiara anche a chi famosə non è, se solo considerassimo che il suo effetto principale è diventare riconoscibile per persone che invece non conosci. Essere vistə non vedendo è sempre uno stato di pericolo, ma lo diventa doppiamente in un contesto dove “ammirare” e “prendere di mira” sono espressioni con la stessa radice etimologica.

Se il processo della proiezione deformata dovesse avere un nome, io lo chiamerei “il paradosso del Cristo di Nicodemo”. C’è un crocefisso del quattordicesimo secolo conservato nella città di Oristano che si chiama proprio così, Cristo di Nicodemo. È una strana statua, tutta sproporzionata, con le braccia e le dita delle mani innaturalmente lunghe, i piedi inchiodati deformi e il volto completamente ripiegato sul petto, come se il collo fosse stato spezzato. Gli storici dell’arte sono sempre stati concordi nel riconoscere una mano sapiente dietro alla scultura, ma proprio per questo la generale disarmonia dell’opera restava senza spiegazione, troppo distante dalle avanguardie moderne per poterla già giustificare con un’intuizione impressionistica.

Un giorno però il tragediologo Filippo Martinez guardandola ebbe un’epifania: capì che la statua non era un crocefisso, ma una Pietà, probabilmente commissionata da una madre che aveva perduto un figlio, e non andava guardata frontalmente, perché era stata scolpita per essere vista da un solo paio d’occhi in una precisa posizione: quella di Maria inginocchiata ai piedi della croce. Una volta esposta quella teoria, verificarne la fondatezza fu rapido. Martinez aveva ragione. Vista dal basso la statua non solo ritrovava una proporzione corretta, ma la lunghezza abnorme delle braccia e delle dita delle mani si rivelava per quello che realmente era: uno slancio al cielo che dalla croce preludeva già all’ascensione. C’era solo un problema: l’opera era impossibile da vedere nella sua complessità. Se la osservavi da spettatore esterno con qualcunə inginocchiatə ai piedi della croce, vedevi la Pietà nel suo complesso, ma il Cristo ti appariva ancora tutto sbagliato. Se invece eri tu quellə inginocchiatə ai suoi piedi, il crocefisso sembrava finalmente perfetto, ma non potevi più vedere la Pietà, dato che la Pietà eri diventatə tu. In qualunque posizione ci si mettesse, l’opera andava in cortocircuito e non rivelava mai la sua totalità.

Non si può essere il crocefisso e la madre allo stesso tempo, sembra voler dire l’autore del Cristo di Nicodemo. Ha avuto ragione per molti secoli, ma forse ne ha un po’ meno oggi, in un momento in cui la tecnologia offre la possibilità di uno strumento – per esempio una cartella di video – con cui studiare da un’altra prospettiva cosa accade a un corpo, qualunque corpo, quando resta appeso in pubblico per il tempo sufficiente a diventare simbolico. Una volta capito il meccanismo dello straniamento, anche la scelta tra essere l’appeso o esserne la madre si amplia, porgendo a chiunque osservi la possibilità di un rischio che non consideriamo mai abbastanza: quello di essere la croce.

Michela Murgia
Michela Murgia fa la scrittrice e l'autrice, il suo ultimo libro è Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, e con Chiara Tagliaferri cura il podcast Morgana.