(Cecilia Fabiano/ LaPresse)
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  • venerdì 15 Ottobre 2021

Che cosa sappiamo del caso Di Donna

L'avvocato ex collega di studio di Giuseppe Conte è accusato di essersi fatto pagare per facilitare alcuni appalti durante l'emergenza COVID-19

(Cecilia Fabiano/ LaPresse)

Negli ultimi giorni i giornali italiani hanno pubblicato varie notizie su un’indagine della procura di Roma contro l’avvocato Luca Di Donna e alcuni suoi soci, accusati di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di influenze, per ottenere commesse e appalti dalle strutture governative nel pieno dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da coronavirus. Nell’indagine, hanno scritto i giornali, sono entrati i nomi di vari personaggi noti, come Domenico Arcuri, ex commissario straordinario per l’emergenza COVID, e Guido Bertolaso, ex capo della Protezione civile e Commissario per l’emergenza COVID in Lombardia: nessuno dei due è indagato in questa inchiesta.

Di Donna è un ex membro dello studio legale Alpa, lo stesso a cui appartiene l’ex presidente del Consiglio e capo politico del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte (oltre che Guido Alpa, il mentore di Conte). Oltre a lui sono indagati i suoi due soci, Gianluca Esposito e Valerio De Luca e altre undici persone.

Secondo l’accusa, Di Donna e i suoi soci avrebbero utilizzato il nome e la conoscenza dell’ex presidente del Consiglio Conte per proporre ad alcuni imprenditori la possibilità di ottenere più facilmente appalti pubblici. Si sarebbero proposti come mediatori che avrebbero messo in contatto l’imprenditore con le strutture ministeriali e di governo.

In particolare, questo sarebbe avvenuto durante l’emergenza legata alla pandemia, quando Di Donna avrebbe contattato tra gli altri produttori di mascherine, kit per test molecolari e respiratori proponendo consulenze che in realtà sarebbero state, secondo la Procura, pagamenti per essere introdotti nel mondo politico romano. Uno di questi imprenditori, Giovanni Buini, avrebbe poi fatto anche il nome di Guido Bertolaso come suo sponsor presso la struttura dell’ex commissario dell’emergenza Domenico Arcuri.

Della vicenda, complessa, si è cominciato a parlare nei primi giorni di ottobre quando è emersa l’indagine della procura di Roma.

Le cose da sapere sul coronavirus

Secondo i sostituti procuratori Gennaro Varone e Fabrizio Tucci, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal capo, Michele Prestipino, i tre imputati «si associavano allo scopo di ricevere utilità da soggetti privati sfruttando e mettendo a disposizione reciproca le relazioni di ciascuno di loro con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e strutture appaltanti». I tre, hanno scritto i pubblici ministeri, sottolineavano «la vicinanza del Di Donna con ambienti istituzionali governativi». In particolare, con l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e con Domenico Arcuri. L’obiettivo era, sempre secondo la procura, «il riconoscimento in loro favore di somme di denaro in percentuale sull’importo degli affidamenti che avrebbero ottenuto dalla struttura commissariale».

Giuseppe Conte ha spiegato che in effetti, in quanto socio dello studio legale di Guido Alpa, frequentava Di Donna. Ha però aggiunto di non aver mai più avuto contatti con lui dopo essere stato nominato presidente del Consiglio, il 31 maggio 2018. Conte ha anche smentito di aver mai fatto il nome di Di Donna per una possibile carica all’interno del Movimento 5 Stelle né tantomeno di averlo coinvolto nella scrittura del nuovo statuto del Movimento.

Secondo l’accusa, Di Donna e dai i suoi soci (il Corriere della Sera parla di «metodo Di Donna») si sarebbero messi in contatto con aziende in cerca di appalti presso ministeri ed enti pubblici, indirizzando poi i loro investimenti e facendosi pagare se l’affare andava in porto.

A denunciare in procura Di Donna è stato un imprenditore umbro, Giovanni Buini, titolare di un’azienda produttrice di dispositivi sanitari di protezione.

Nel 2020, Buini fornì una partita di mascherine alla struttura commissariale di Domenico Arcuri, con l’intenzione poi di ampliare il rapporto con forniture più consistenti. Un conoscente presentò poi Di Donna ed Esposito a Buini. Secondo quanto ha raccontato l’imprenditore in Procura, i due avvocati avrebbero fatto leggere a Buini un articolo in cui lo stesso Di Donna veniva dipinto come fedelissimo del capo del governo. Buini poi ha spiegato ai magistrati di essersi insospettito, e in seguito ha denunciato Di Donna e gli altri. La struttura commissariale rifiutò poi la fornitura di mascherine da parte di Buini, anche se non sono chiare le motivazioni.

Secondo il Corriere della Sera, Esposito in particolare avrebbe spiegato a Buini che c’erano altri imprenditori divenuti milionari proprio grazie a quello che chiamava «il metodo del prof» (Di Donna è docente di Diritto privato all’università La Sapienza di Roma).

Guido Bertolaso, a cui il candidato del centrodestra a sindaco di Roma Enrico Michetti ha chiesto, in caso di vittoria al ballottaggio del 17 e 18 ottobre, di assumere il ruolo di commissario dell’emergenza rifiuti a Roma, è entrato in modo marginale nella vicenda. Buini ha infatti raccontato di essere stato segnalato ad Arcuri anche da Guido Bertolaso.

Intervistato da Repubblica, Bertolaso ha ricostruito così la vicenda: «Un giorno mi chiama questo ragazzo che avevo conosciuto a una partita di golf e mi fa: “Guarda che io posso fornire mascherine a norma, perfette, certificate, però Arcuri non lo conosco”. Allora io gli dico: “Bene, questa è la sua mail istituzionale, scrivigli e sarà lui a valutare”». Bertolaso ha aggiunto anche di non aver fatto raccomandazioni: «Ad Arcuri poi ho scritto un sms: “Ti chiamerà questo ragazzo che forse può aiutarvi”. Non è che ho insistito».

Le indagini della Procura di Roma si stanno concentrando anche su altri casi, simili a quello denunciato da Buini.

All’attenzione dei magistrati ci sarebbe per esempio un contratto per la fornitura da parte della società Adaltis di test molecolari per cui Di Donna, De Luca ed Esposito avrebbero ricevuto un compenso di 380.000 euro. Non c’è nessuna irregolarità nei bonifici, ma per la Procura si tratterebbe di «remunerazione indebita della mediazione illecita, in quanto occulta e fondata su relazioni personali con pubblici ufficiali della struttura commissariale». Dopo appalti di test molecolari per quasi 2 milioni e mezzo di euro, nel 2020, Di Donna, Esposito e De Luca hanno ricevuto bonifici che secondo i pubblici ministeri «non trovano, allo stato, lecita spiegazione».