(Dan Kitwood/Getty Images)

Che fare con lo zio complottista?

«Sovrastimando il poco che si sa veramente circa un dato problema ci si illude di avere “visto la luce”, di avere capito tutto e di avere scoperchiato qualche enorme segreto gelosamente custodito dai potenti. Ci si sente come eroi, novelli Robin Hood che combattono contro il malvagio sceriffo di Nottingham, senza accorgersi che, come Don Chisciotte, probabilmente si sta solo agitando la spada contro banalissimi mulini a vento»

(Dan Kitwood/Getty Images)

I vaccini? «Sono una cura sperimentale e noi siamo le cavie». «Modificano il nostro DNA in modo irreparabile». «Contengono i microchip 5G per controllarci tutti quanti». «Li produce Bill Gates che ha creato il virus per poterci guadagnare». «Il Green Pass è la prova che siamo in una dittatura». «È l’ultima manovra della cabala di satanisti pedofili che governa segretamente il mondo, ma il presidente Trump ci salverà»… E poi via, sempre più giù nella tana del Bianconiglio. Suona familiare?

Da qualche tempo ricevo sempre più segnalazioni da parte di mogli, mariti, figli, fratelli, sorelle e nipoti di persone che con la pandemia si sono visti crescere un complottista in casa. E mi chiedono che cosa possono fare, perché ragionare con loro sembra ormai impossibile e ogni volta si finisce per litigare.
Non esiste una risposta semplice. Intanto, bisogna chiedersi perché le persone credono alle teorie del complotto come quelle che sono fiorite a dozzine nell’ultimo anno e mezzo sul virus e sui vaccini.

Questo tipo di teorie nasce in un mondo che ha buoni motivi per essere sospettoso nei confronti di chi detiene il potere. La storia e la cronaca ci dimostrano che presidenti possono mentire, amministrazioni e aziende possono tramare per raggiungere i propri scopi o per garantirsi guadagni illeciti, generali possono falsificare prove per scatenare guerre, servizi segreti possono spiare i propri cittadini o assassinare leader rivali o scomodi per toglierli di mezzo o rimpiazzarli con altri più manovrabili. Dunque, essere sospettosi non è necessariamente privo di ragioni. Non è vero, come si credeva un tempo, che chi crede alle teorie del complotto debba necessariamente essere un paranoico. Possiamo crederci tutti, proprio perché queste teorie fanno leva su paure, dubbi, preoccupazioni e sospetti che tutti possiamo nutrire e che non di rado sono fondati. Come giustamente ci ricorda Rob Brotherton nel suo Menti sospettose (Bollati Boringhieri), tutti quanti siamo un po’ complottisti: «Di certo non tutti pensiamo che l’allunaggio sia un falso cinematografico, che la Terra sia piatta o che il pianeta sia governato in segreto da una stirpe di lucertoloni extraterrestri, ma il pensiero cospirativo è un’abitudine quotidiana», ha detto Brotherton in occasione dell’ultimo CICAP Fest. «Spesso non ce ne accorgiamo, perché i nostri complottismi non riguardano le idee più assurde, ma il meccanismo di molti pensieri è del tutto simile».

La differenza tra chi crede alle più estreme teorie cospirative e chi non ci crede non va quindi interpretata nei termini di una contrapposizione tra malati e sani, paranoici e razionali, ma piuttosto come una competizione tra diverse versioni e fonti, finalizzata a comprendere la realtà sociale. Lo zio complottista non ha perso la testa, insomma, cerca solamente di spiegarsi il mondo e lo fa come può, attribuendo cioè valore a ipotesi che sembrano dare significato a un mondo frammentato e caratterizzato dall’incertezza, riducendo in questo modo l’ansia che prova. Studi recenti sembrano infatti confermare che uno stato di ansia, come quello sperimentato durante la pandemia da Covid-19, può in effetti spingere le persone a pensare in un modo che si avvicina di più al complottismo. Tuttavia, non necessariamente le interpretazioni trovate in rete dallo zio complottista hanno la stessa dignità dei fatti scientifici dimostrati. Per capirlo, però, occorrerebbe analizzare le differenti versioni in maniera razionale e confrontarle per capire quali sono le spiegazioni fondate e quali no.

E perché ciò avvenga sono necessarie motivazioni, interessi, competenze cognitive e desiderio di approfondimento, tutte risorse che utilmente impieghiamo nell’affrontare i problemi più importanti della nostra esistenza ma che, per ovvie ragioni di economia, non possiamo applicare in tantissimi altri ambiti pur rilevanti. E lo zio, pur passando ore a navigare sul web alla ricerca di conferme alle proprie convinzioni, non sembra avere il tempo, la voglia o la capacità di compiere questo faticoso lavoro di valutazione critica. Salta dunque alla spiegazione che gli sembra più chiara, più netta. Quella che intuitivamente sembra più semplice perché permette di distinguere il bianco dal nero e non ammette che esistano sfumature di grigio. Semplificare la realtà, a volte fino all’estremo, in modo da riportare una parvenza di ordine in quello che spesso è un mondo complesso e caotico, è proprio un’altra delle funzioni svolte dalle teorie del complotto.

Una delle più bizzarre e vaste teorie del complotto è quella immaginata da David Icke, l’ex calciatore inglese diventato uno dei punti di riferimento di tutti i teorici del complotto. Secondo Icke, per esempio, la Luna è cava ed è in realtà un’astronave artificiale e gli anelli di Saturno sono uno strumento di trasmissione da cui partono onde capaci di controllare la nostra mente, le onde arrivano alla Luna che le amplifica e le rispedisce sulla Terra. Queste onde cambiano i colori e le forme di tutto ciò che ci circonda, distorcendo la nostra percezione della realtà e facendoci vivere in una sorta di ologramma universale. Per non parlare dei responsabili di tutto questo, vale a dire i rettiliani, lucertoloni extraterrestri che si travestono da esseri umani e ne prendono il posto. Sarebbero rettiliani la regina Elisabetta, gli ex presidenti Bill Clinton e Barack Obama, così come chiunque occupi una qualche posizione di potere nel mondo. E la teoria continua così all’infinito, ha una risposta e una spiegazione per qualunque cosa.

È abbastanza ovvio che tutto ciò sia assolutamente implausibile. Ma, per quanto possa sembrare folle, questa visione della realtà contiene anche un messaggio di speranza. Nel senso che sembra dire: “Sì, ci sono tante cose sbagliate nel mondo, ma almeno possiamo smascherarle, puntare il dito contro i responsabili e possiamo fare qualcosa per cambiarle”. Ecco, è questo che piace a tante persone, in particolare a coloro che pensano di non avere molto controllo sulla propria vita. Come magari accade allo zio. E le fa sentire speciali.

Spesso, infatti, si aggiunge il desiderio di abbracciare posizioni che sfidano il mainstream perché sembrano regalare una patente di “pensatore indipendente”. Ma se uniamo questa aspirazione, umanamente comprensibile, alla nostra tendenza a trovare significati ovunque, ecco che il risultato è un’illusione di comprensione.
Sovrastimando il poco che si sa veramente circa un dato problema, cioè, ci si illude di avere “visto la luce”, di avere capito tutto e di avere scoperchiato qualche enorme segreto gelosamente custodito dai potenti. Ci si sente come eroi, novelli Robin Hood che combattono contro il malvagio sceriffo di Nottingham, senza accorgersi che, come Don Chisciotte, probabilmente si sta solo agitando la spada contro banalissimi mulini a vento.

E, dunque, come si può tentare di ragionare con lo zio complottista senza ritrovarsi bollati come schiavi del sistema, pecoroni incapaci di aprire gli occhi o, peggio, complici dei poteri forti, pagati per favorire il Grande Reset e l’instaurazione del regime sanitario?

Smontare ogni teoria del complotto portando fatti, dati e numeri può servire in qualche caso e ha un effetto preventivo su chi non conosce una data teoria e può così sfuggire al suo fascino. Ma quando la teoria ha già preso forma nella mente di qualcuno, insistere per smontarla ha come unico effetto quello di fare irrigidire ancora di più chi ha abbracciato le ipotesi cospiratorie. Il fatto stesso che non ci siano prove a sostegno di una certa teoria, per chi ci crede è una prova che quella teoria deve essere giusta: “Vedi? Sono talmente potenti che hanno fatto sparire ogni traccia!”
Bisogna allora capire che ciò che hanno di realmente seducente le teorie del complotto non sono tanto le prove o i fatti che esse portano a proprio sostegno, quanto gli aspetti emotivi sottostanti, la passione che riescono a scatenare nelle persone.

Alla base delle teorie del complotto troviamo sentimenti di risentimento, indignazione e disincanto nei confronti del mondo. Attecchiscono più facilmente in chi sente di non avere voce in capitolo, di non poter avere controllo su ciò che accade nel mondo o anche nella propria vita. La teoria del complotto offre un conforto perché fornisce comodi capri espiatori e fa sembrare il mondo più semplice e controllabile.
Sono spesso storie sul bene e sul male, su ciò che è vero e ciò che è falso. Perché sono nate così tante teorie cospirazioniste sugli attacchi dell’11 settembre o, prima ancora, sull’assassinio del presidente Kennedy? E perché l’idea di una pandemia che mette in crisi l’intero pianeta viene da tanti rifiutata? Perché sono eventi imprevedibili e, in quanto tali, terrificanti. Se nemmeno la potenza più forte del mondo, gli Stati Uniti, o il suo presidente, e nemmeno l’intero pianeta possono considerarsi al sicuro, allora significa che nessuno di noi può mai esserlo veramente. Ed è questo a spaventare.

Molto più rassicurante pensare che tutti questi eventi siano il frutto di elaborati progetti messi in atto da qualche “grande vecchio” malvagio. Crederlo equivale a pensare che qualcuno ha sempre sotto controllo la situazione mondiale, anche se è qualcuno con intenti malefici. Significa che non siamo in balìa del caso e che, tutt’al più, bisogna solo impegnarsi per abbattere i “cattivi”. Contro gli ebrei, Soros, Bill Gates o persino i “rettiliani” lo zio complottista può immaginare di poter combattere: contro il caso e l’imprevedibile no. È come se entrassero in gioco meccanismi di protezione della propria autostima, che permettono di imputare la responsabilità della condizione di svantaggio propria o dei propri valori a specifici soggetti o al sistema in generale.

Bisogna dunque trovare il modo di contrastare le teorie del complotto senza però mettere in discussione l’identità di una persona. Gli animi si possono scaldare e le conversazioni trasformarsi in una gara di urla. Ma è importante evitare che questo succeda. Bisogna sforzarsi di tenere toni bassi e civili per riuscire a mantenere vivo il dialogo con lo zio, senza necessariamente cedere terreno. D’altra parte, chi tra noi, sentendosi spaventato, confuso o alienato riuscirebbe a tranquillizzarsi se dall’altra parte ci fosse qualcuno che ci tratta in maniera ostile o, peggio, ci deride?

In molti casi c’è tanta solitudine, ci sono persone che si sentono lasciate indietro, emarginate o escluse dalla società. Ed è proprio nell’isolamento che nasce il risentimento, la rabbia e il desiderio di rivalsa. Sminuire le preoccupazioni dello zio complottista, quindi, è il modo più sicuro per lasciarlo in balia dei teorici del complotto. Cerchiamo allora di aiutarlo a sentirsi parte della comunità, della famiglia, anche se ci costa molto e dopo l’ennesima idiozia che ci sentiamo ripetere vorremmo soltanto mandarlo a quel paese. I demagoghi o chiunque miri a speculare sulla sofferenza e sulla paura legittima di tanti per i propri sporchi fini, siano questi un bieco ritorno economico o una radicalizzazione ideologica finalizzata a un vantaggio elettorale o, peggio, ad alimentare il caos, non aspettano altro.
Evitiamo di dare allo zio dello stupido o del credulone, così come dovremmo evitare di ridere alle spalle di chi, dopo avere negato il virus o l’utilità dei vaccini, si ammala e magari muore. Cerchiamo di restare umani e proviamo a restituire allo zio un’idea di controllo. In uno studio si è visto che se aiutiamo le persone a ricordare un momento della loro vita in cui avevano il pieno controllo della situazione saranno meno suscettibili al richiamo cospiratorio. Come ricorda lo psicologo Stephan Lewandowsky: «Non cercate di dissuadere qualcuno, ma fatelo sentire a proprio agio nell’essere al comando della propria vita. Un po’ alla volta, potrebbe lasciar perdere le teorie del complotto perché le riconoscerà come una stampella di cui non ha più bisogno».
Si tratta naturalmente di tentativi, non esistono garanzie che ciò che potremo fare o dire avrà realmente un effetto e riuscirà a riaccendere lo spirito critico dello zio. Bisogna essere realistici e non dobbiamo coltivare false speranze: non “convertiremo” mai allo scetticismo chi vuole credere a tutti i costi, ma forse possiamo cercare di piantare il seme del dubbio e sperare che col tempo metta radici capaci di far crescere una maggiore resistenza al richiamo delle sirene complottiste.

Sono indubbiamente tempi “interessanti” quelli che stiamo vivendo. Però abbiamo una scelta: possiamo limitarci a essere spettatori, lasciando che le cose vadano a rotoli e lo zio finisca per perdere del tutto il senno, oppure possiamo contribuire, per quanto in nostro potere, a migliorare un poco la vita di tutti, la nostra e quella di chi ci sta accanto.
Tendo a essere un ottimista e mi piace credere che sapremo fare la scelta giusta.

Massimo Polidoro
Fa lo scrittore, il divulgatore e il docente di Comunicazione della scienza all'Università di Padova. È tra i fondatori del CICAP e autore di podcast, tv e oltre 50 libri.