(ANSA /ELISABETTA BARACCHI)
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  • giovedì 26 Agosto 2021

Sono passati quattro mesi dalla scomparsa di Saman Abbas

Le indagini proseguono ma sarà difficile arrestare ed estradare i familiari della ragazza, che intanto sono tornati in Pakistan

(ANSA /ELISABETTA BARACCHI)

Sono passati quattro mesi dall’inizio del caso di Saman Abbas, la ragazza pakistana scomparsa da casa a fine aprile a Novellara, a poco più di venti chilometri da Reggio Emilia. Le indagini sono aperte per omicidio premeditato, sequestro di persona e occultamento di cadavere. A essere indagati sono il padre, la madre, due cugini e lo zio della ragazza, che si trovano ora tutti in Pakistan ad eccezione di un cugino, già arrestato in Francia. Nei loro confronti è stato emesso un mandato di cattura internazionale, ma tra Italia e Pakistan non esiste un trattato sull’estradizione: tutto è quindi affidato alla diplomazia e a trattative più o meno segrete.

Secondo i carabinieri che indagano sulla scomparsa, Abbas sarebbe stata uccisa e sepolta nei campi dell’azienda agricola dove lavorava il padre e viveva tutta la famiglia. Per quasi quattro mesi si è scavato in tutte le serre, si è cercato nei boschi vicini e sono stati controllati tutti i canali. Sono stati utilizzati droni, elettromagnetometri (strumenti che individuano eventuali anomalie nel terreno) e cani bloodhound (i cosiddetti “cani molecolari”, che memorizzano l’odore di una persona annusando un oggetto, un indumento). Il corpo di Saman però non è stato trovato: secondo gli investigatori, il terreno, di natura argillosa, non favorirebbe le ricerche, che ora sono sospese mentre le indagini vanno avanti.

La Procura di Reggio Emilia è certa che Saman sia stata uccisa il 30 aprile dallo zio Danish Hasnain con la complicità del padre Shabbar, della madre Nazia e dei cugini Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq.

Secondo la procura, all’origine del delitto ci sarebbe stato il rifiuto della ragazza di accettare il matrimonio combinato dalla famiglia con un 29enne residente in Pakistan. Nel dicembre del 2020 Saman aveva denunciato i genitori proprio per sottrarsi al matrimonio combinato. Da allora era stata ospitata in una casa famiglia nel bolognese, che poi però aveva lasciato (era maggiorenne, poteva abbandonare la struttura liberamente) per passare nove giorni a Roma con il fidanzato, Saqib Ayub, un ragazzo, anche lui di origine pakistana che aveva conosciuto tramite Tik Tok. Poi, ad aprile, era tornata a casa, a Novellara, convinta dalla madre che le aveva promesso di ridarle i documenti che la famiglia le aveva sottratto.

Quando il 5 maggio erano andati a casa degli Abbas per concordare una nuova sistemazione per la ragazza, i carabinieri non avevano trovato nessuno. Tutta la famiglia era partita tranne il fratello piccolo di Saman, affidato a conoscenti.

È attraverso il racconto del fratello, l’acquisizione dei video di sorveglianza dell’azienda agricola e il racconto del fidanzato che gli investigatori si sono convinti dell’omicidio della ragazza. Un video del 29 aprile alle 19.15 mostra lo zio e i due cugini della ragazza andare verso i campi con una pala e un piede di porco. Un altro video, del 30 aprile, che però non è stato diffuso, mostrerebbe Saman, zainetto in spalla, uscire di casa con i genitori e andare verso i campi. Dopo dieci minuti i genitori sarebbero tornati ma senza Saman.

Il giorno successivo l’intera famiglia aveva lasciato casa e lavoro e aveva fatto ritorno in Pakistan. Il fratello piccolo, a quanto hanno scritto i quotidiani, avrebbe poi confermato agli investigatori che secondo lui Saman sarebbe stata strangolata dallo zio.

Secondo Saqib Ayub, il fidanzato, Saman sarebbe invece viva, sequestrata da qualche parte su indicazione della famiglia. Saqib ha raccontato che a gennaio i parenti di Saman avevano minacciato la sua famiglia in Pakistan. Il fidanzato ha anche detto che ospite dagli Abbas, nei giorni della sparizione della ragazza, c’era una coppia di pakistani che sarebbe stata chiamata dai genitori per sorvegliarla. Secondo Saqib, i genitori di Saman lo continuerebbero a minacciare sui social attraverso profili aperti e poi subito chiusi. Avrebbe anche accusato il cugino Ikram Ijaz, quello arrestato in Francia e ora detenuto in carcere in Italia, di avere avuto mire su Saman.

Ijaz ha negato di sapere qualcosa della scomparsa di Saman.

Le maggiori novità sul caso sembrano arrivare però dai contatti che avvengono tra Italia e Pakistan. La procura pensa che i genitori, lo zio e il cugino di Saman siano tornati nella città di origine, Mandi Bahuddin, nel Punjab. Il ministero della Giustizia italiano ha consegnato all’Interpol una red notice (una richiesta di localizzare, arrestare ed estradare un criminale o sospetto) che dovrebbe spingere la polizia pakistana a cercare i sospettati, anche se non è scontato che succeda. Solo dopo l’eventuale arresto si potrà parlare di estradizione, anche se, non essendoci un accordo tra i due paesi, sarà necessaria una trattativa diplomatica.

A metà agosto è stato arrestato in un hotel di Alessandria, in Piemonte, un medico pakistano, Ahmed Farhan Junejo, ricercato nel suo paese per riciclaggio di denaro e nei confronti del quale è stato emesso un mandato di cattura internazionale. Suo padre fu ucciso da un gruppo di terroristi pakistani: Ahmed Farhan Junejo, con tutto il resto della famiglia, fuggì dal paese per stabilirsi prima in Francia poi nel Regno Unito. Alcuni giornali hanno ventilato la possibilità di uno scambio di estradizioni, cosa che però appare assai improbabile.

A Junejo verrà intanto chiesto in udienza se accetta volontariamente di essere estradato in Pakistan: una pura formalità. L’avvocato di Junejo, Alexandro Maria Tirelli, ha già detto che l’offerta sarà rifiutata. L’avvocato ha anche spiegato ad alcuni quotidiani che considera assolutamente impensabile aprire a qualsiasi collaborazione con il Pakistan, paese che secondo lui non rispetta i minimi requisiti dei diritti umani.