Un gruppo di talebani pattuglia le strade di Kabul, 19 agosto 2021 (AP Photo/Rahmat Gul, File)
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  • lunedì 23 Agosto 2021

La resistenza contro i talebani è sola

Si è concentrata nella valle del Panjshir, a nord di Kabul, ma per ora nessun paese occidentale sembra disposto a sostenerla

Un gruppo di talebani pattuglia le strade di Kabul, 19 agosto 2021 (AP Photo/Rahmat Gul, File)

Nei giorni in cui i talebani hanno riconquistato l’Afghanistan, diversi soldati e membri delle forze di sicurezza afghane hanno trovato rifugio nel Panjshir, una provincia afghana che si trova a nord di Kabul. Oggi il Panjshir è rimasta l’unica zona del paese a non essere controllata dai talebani, esattamente come accadde durante il primo governo autoritario talebano, fra il 1996 e il 2001. E proprio qui sta prendendo forma un embrionale movimento di resistenza.

Le possibilità di successo di questo movimento non sono moltissime: dipendono soprattutto dall’appoggio che i suoi combattenti riusciranno a ottenere dai paesi occidentali, che però al momento non hanno fornito garanzie. Nel frattempo, domenica 22 agosto i talebani hanno detto di avere iniziato un’offensiva militare nel Panjshir. Una fonte interna alla resistenza ha fatto sapere ad Al Jazeera che per ora il contingente talebano non ha provato ad entrare nella valle.

Il Panjshir è una valle lunga e stretta che fornisce una difesa naturale contro i nemici. Negli ultimi decenni è stata una roccaforte della resistenza sia contro i sovietici, che occuparono l’Afghanistan durante gli anni Ottanta, sia contro i talebani, che non riuscirono mai a conquistarla. I primi agenti della CIA che entrarono in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 a New York e Washington, in preparazione dell’invasione americana che iniziò poi a ottobre, andarono proprio nel Panjshir per assicurarsi l’appoggio della resistenza anti-talebana che allora si chiamava Alleanza del Nord.

Oggi però la situazione è molto diversa rispetto agli anni Novanta. Mentre l’Alleanza del Nord poteva contare sul controllo di alcuni territori di frontiera col Tagikistan, fondamentali per rifornire le proprie milizie, oggi il Panjshir è completamente circondato da territori controllati dai talebani. Anche le sue forze militari sembrano limitate. Il Wall Street Journal scrive che la resistenza include circa un migliaio di ex soldati afghani che hanno rifiutato di arrendersi ai talebani; secondo una stima di qualche giorno fa citata dal New York Times sarebbe composta in tutto da un numero esiguo di combattenti, fra 2.000 e 2.500.

I talebani possono contare invece su diverse migliaia di combattenti, alcuni dei quali potrebbero essere trasferiti nel Panjshir da province ormai saldamente sotto il controllo del nuovo regime. «Militarmente, inoltre, dispongono di armi e attrezzature lasciate dagli statunitensi che valgono miliardi di dollari», ha fatto notare a Foreign Policy Mick Mulroy, ex funzionario della CIA e del dipartimento della Difesa statunitense. Le forze del Panjshir dispongono di armi d’assalto e alcuni elicotteri.

Al momento non è nemmeno chiaro quale sia l’obiettivo del movimento di resistenza. In un’intervista a Reuters, l’ambasciatore afghano in Tagikistan, Zahir Aghbar, ha detto che «il Panjshir si oppone a chiunque voglia schiavizzare il popolo», ma al contempo ha ammesso che l’opzione militare potrebbe essere accantonata se i talebani «lasceranno la possibilità di vivere in pace e in armonia», cioè sostanzialmente formino un governo che includa varie fazioni della società afghana.

La possibilità di trovare un accordo duraturo con i talebani è stata però smentita dalla persona che in queste settimane sta cercando di accreditarsi come capo del nuovo movimento di resistenza, Ahmad Massoud.

Massoud è figlio di Ahmad Shah Massoud, leggendario capo militare che si oppose sia all’occupazione sovietica sia al governo autoritario dei talebani: fu ucciso proprio dai talebani due giorni prima degli attentati dell’11 settembre 2001. In un articolo ospitato dal Washington Post e pubblicato il 18 agosto, Massoud si è detto «pronto a seguire le orme di mio padre» e «difendere l’ultimo bastione dell’Afghanistan libero insieme ai miei miliziani».

Per provare a resistere più di qualche giorno Massoud e il suo movimento potrebbero cercare di sottrarre ai talebani la provincia settentrionale di Badakhshan, ha detto a Foreign Policy l’analista esperto di Afghanistan Bill Roggio, e sfruttare il lunghissimo confine col Tagikistan per ottenere rifornimenti dall’estero. «Ci mancano armi, viveri e munizioni», ha scritto Massoud sul Washington Post. «La domanda è: chi li appoggerà?», si chiede Roggio.

Politico racconta che in questi giorni Massoud si sta rivolgendo soprattutto alla Francia. Suo padre aveva studiato in Francia dove è rimasto una figura piuttosto popolare anche grazie a un documentario di successo uscito nel 1998 intitolato Massoud, l’Afghan. Soltanto pochi mesi fa Massoud si trovava a Parigi, dove ha incontrato anche il presidente francese Emmanuel Macron, per partecipare a una cerimonia di intitolazione di una via degli Champs Elysées a suo padre.

«La Francia è la nostra ultima risorsa, l’ultima speranza che ci è rimasta, ha scritto il 14 agosto sul Journal du Dimanche. In un’intervista data il 21 agosto al filosofo francese Bernard-Henri Lévy e tradotta da Repubblica, Massoud ha ribadito di avere bisogno di risorse per continuare a combattere e che accetterà aiuto «da chiunque vorrà prestarcelo. E dal suo paese, spero», riferendosi alla Francia.

Massoud ha detto inoltre che non accetterà «una pace imposta, il cui unico merito sia l’apporto di stabilità», e spiegato che «migliaia di uomini stanno per unirsi a noi; tra loro ci sono attivisti, intellettuali, politici, ufficiali dell’esercito afghano. Ed è solo l’inizio».

Al momento però nessun paese occidentale sembra disposto a concedergli armi o aiuti, nemmeno la Francia. Contattato da Politico, un portavoce di Macron ha confermato che Massoud è in contatto col governo francese, mentre una fonte del ministero degli Esteri ha evitato di rispondere a una domanda sull’appoggio che la Francia è disposta a dare al movimento di Massoud.